La Francia paga all'Iraq milioni di euro per liberarsi dei foreign fighters

Mauro Zanon

Due milioni per ogni jihadista francese “affidato” a Baghdad, dicono i media. La lettera dell’Onu contro le violazioni dei diritti

Parigi. E’ un documento di sei pagine contenente le prove che la Francia di Macron ha consegnato i suoi foreign fighters all’Iraq per fare il lavoro sporco, in violazione dei diritti dell’uomo e delle convenzioni internazionali. Secondo quanto rivelato ieri dal Figaro, Agnès Callamard, relatrice speciale dell’Onu che si occupa di esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie, ha inviato una lettera al primo ministro Edouard Philippe, nel quale accusa Parigi di aver trasferito, a fine gennaio, undici jihadisti francesi dal Kurdistan siriano all’Iraq, dove sono stati condannati a morte. “Il trasferimento dei jihadisti francesi è estremamente grave. Ha provocato molteplici violazioni del diritto internazionale”, ha dichiarato al Figaro la relatrice speciale dell’Onu, la stessa che a giugno ha pubblicato il rapporto sull’assassinio del giornalista saudita Jamal Khashoggi. Il documento, ha precisato la Callamard, “presenta fatti studiati e analizzati a proposito di azioni francesi suscettibili di aver calpestato i diritti dell’uomo e le convenzioni internazionali”.

 

Era stato il settimanale Paris Match, lo scorso 26 luglio, a rivelare i rapporti tra Parigi e Baghdad a proposito del trattamento dei foreign fighters con passaporto francese. L’articolo, intitolato “I jihadisti francesi valgono oro”, spiegava, citando molte fonti irachene, in che modo la Francia appaltava all’Iraq la gestione torbida dei suoi combattenti, grazie all’aiuto ben remunerato dei curdi. Per tenere i prigionieri sul loro territorio, prima del trasferimento al tribunale di Baghdad, i curdi chiedono “23 dollari al giorno”, stando a quanto aveva spifferato da Paris Match. Gli iracheni, invece, ne reclamano 18. La collaborazione Parigi-Baghdad, secondo il magazine, è frutto di un accordo segreto messo a punto nel dicembre 2018 tra l’ambasciata francese, i servizi segreti parigini e quelli iracheni: il tutto, però, è stato definito senza il placet del Parlamento di Baghdad. “Questo contratto è tacito, ossia non convalidato dal Parlamento iracheno. Affinché fosse possibile, è stato necessario aggirare la legge e i princìpi del diritto”, ha dichiarato a Paris Match Hicham al Hachemi, esperto in materia di terrorismo e consigliere del primo ministro iracheno Adil Abdul Mahdi. Secondo fonti concordanti citate da Paris Match e da altri media, la Francia avrebbe negoziato di dare all’Iraq due milioni di dollari per ogni jihadista francese prigioniero: un prezzo con cui Parigi, contraria alla pena di morte per principio, si assicura che sia l’Iraq a insozzarsi le mani.

 

In merito alle cifre evocate, al Hachemi è stato sfuggente. Il giudice Ahmed Mohamed Ali, incaricato dell’istruzione dei dossier a Baghdad, ha invece ammesso a Paris Match di aver “sentito parlare di tali somme”. “Tutti lo sanno. Ma come giudice non ho ricevuto nulla di ufficiale. Tutto viene stabilito dalle alte autorità irachene”, ha aggiunto il giudice istruttore. Agnès Callamard ha curato il rapporto dopo aver parlato con sette degli undici jihadisti francesi condannati da Baghdad, “persone che erano detenute in Siria, implicate in un modo o nell’altro nelle azioni di Daesh, e che sono state estradate in Iraq dove rischiano la pena di morte grazie al sostegno attivo o passivo della autorità francesi”, ha detto al Figaro. E ancora: “In questa lettera, spiego perché questi fatti potrebbero dimostrare che la Francia ha commesso delle violazioni, come la privazione del diritto alla vita o a un equo processo”. Secondo la relatrice speciale dell’Onu, uno stato che abolisce la pena di morte non può trasferire un individuo in un paese che la pratica ancora, perché significherebbe emettere tali condanne “per procura”. Nel documento, la Callemard chiede infine al governo di Parigi se ha ricevuto rassicurazioni diplomatiche sul fatto che i combattenti con passaporto francese non verranno eliminati, e dà sessanta giorni per rispondere prima di prendere in considerazione la possibilità di sanzioni.