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La difesa di Jennifer W. è debole

Al processo in Germania contro la foreign fighter arriva una testimone che cerca di ridimensionare il ruolo delle donne nell’Isis. Poi arriva anche la mamma dell’imputata

9 Maggio 2019 alle 18:29

La difesa di Jennifer W. è debole

L'imputata tra i suoi avvocati difensori

Il processo alla 27enne foreign fighter tedesca Jennifer W. è arrivato alla quarta udienza e a testimoniare è arrivata A.L., un donna di cinquant’anni, illustratrice convertita all’islam quindici anni fa che ha conosciuto l’imputata nel dicembre del 2014, in un alloggio per donne a Raqqa, in Siria. 

Jennifer W. è accusata di partecipazione diretta allo Stato islamico – faceva parte della polizia dei costumi del gruppo di al Baghdadi, la Diwan al-Hisba, portava a fini dissuasivi un kalashnikov e una veste esplosiva – di concorso in omicidio di una bambina yazida di cinque anni picchiata e incatenata e lasciata disidratare al sole dal marito (la bambina è morta); e di partecipazione a traffico di esseri umani (la bambina e la madre erano delle schiave). 

 

La testimone, A. L., era destinata a essere una “sposa dell’Isis”. Con due matrimoni andati male alle spalle e dopo aver perso la tutela del figlio, era a pezzi. Ha dichiarato ai giudici che “ogni persona combatte e lotta ma poi raggiunge il limite e vuole solo scappare”. Un paio di mesi di lavaggio del cervello con i video e le immagini idilliache della vita nei territori dello Stato Islamico l’avevano convinta che quella fosse una vita migliore. Così ha organizzato un rocambolesco viaggio per arrivare in Siria. I giudici hanno voluto sapere se non le fosse stato chiaro che andava in una zona di guerra e lei si è schermita descrivendo come si fosse lasciata irretire da una cittadina turca di Colonia via Facebook. Poi ha descritto la delusione. Il racconto è stato un po’ caotico, forse alleggerito per farlo andare d’accordo con la propria coscienza, ma ha offerto un quadro di insieme di costrizioni e false promesse, che riduce però la molla di molte donne ad aderire all’Isis soltanto nella combinazione tra un desiderio di fuga e la ricerca di un amore idealizzato con un guerrigliero conosciuto online.

 

Anche di Jennifer W. ha detto che era in fuga da una madre troppo oppressiva e che era visibilmente innamorata. Al contempo però l’ha dipinta intelligente, con molte letture alle spalle, molti interessi, financo frivola nel vestire. All’inizio avrebbe anche cercato di scappare ma sarebbe stata riacciuffata dalla polizia del costume, la Diwan al-Hisba appunto. Il quadro però non è chiaro e la teste non si è detta del tutto sicura. Poi per contro Jennifer W. si è sposata una seconda volta ed è andata a Falluja. Inoltre, i giudici hanno fatto ammettere ad A. L. che tutte le donne si erano date un nomignolo e quello di Jennifer era assonante a Shahida, “martire” in arabo. 

 

A.L. ha indicato che le donne non avrebbero potuto mai essere armate, ma è di nuovo caduta in contraddizione, perché ha ammesso che le fu insegnato a pulire un kalashnikov. Ha tuttavia affermato di non sapere se Jennifer W. avesse mai fatto parte della Diwan al-Hisba, anzi ha dichiarato che il corpo, quantomeno a Raqqa, dopo un po’ sarebbe addirittura scomparso. I giudici hanno chiesto se Jennifer indossasse il Niqba: sì, tutte le donne per uscire dovevano portarlo, ha detto A. L., aggiungendo che il marito le imponeva di andare con una doppia grata davanti al volto. 

 


 

I due procuratori generali


 

La testimone ha anche dichiarato che Jennifer le aveva detto di essere curda e che inizialmente volesse combattere col PKK. L’avvocatessa di parte civile, Natalie von Wistinghausen, dopo l’udienza ha confermato che l’imputata parla il curdo, oltre a tedesco, inglese e arabo, ma ha ribadito che agli atti risulta essere cittadina tedesca. Anche all’informatore dell’Fbi che la accompagnò in auto con la promessa di riportarla nel 2018 nuovamente nei territori dell’Isis, dopo che era già stata rimpatriata in Germania dai turchi nel 2016, Jennifer W. aveva detto che avrebbe voluto unirsi al PKK. Un’aperta incongruenza con la militanza nell’Isis.

 

Tutti i guerriglieri dell’Isis volevano sposarsi e avere dalle donne dei figli – tra le molte straniere A.L. ha citato inglesi, tedesche, e almeno una spagnola, un’australiana, una svedese, una francese e molte russe. Nell’alloggio femminile c’erano già tanti bambini che accompagnavano le madri, ha dichiarato. Jennifer W. si piegò al diktat ed ebbe una figlia, e con lei ha cercato di tornare nell’Isis nel 2018. 

 

A.L. ha raccontato che nel 2016 l'aveva contattata una, forse due volte via Telegram, dicendole che il secondo marito era morto a Falluja (ma non è sicuro, ha chiarito dopo l’udienza l’avvocatessa von Wistinghausen) e di essere entrata in contatto con un nuovo sposo, un turco. Tanto da spingere A. L., lasciata l’aula, a dire che Facebook è ancora piena di adepti dello Stato Islamico pronti a fare il lavaggio del cervello alle giovani. Lei si era opposta a fare figli ed era riuscita con l’aiuto di una cittadina svedese e di un pachistano/inglese ad andarsene; dapprima finì a stare altrettanto male nei territori di al Nusra e poi sarebbe invece stata trattata bene dalle truppe siriane. Detenuta dalla polizia in Turchia – orribile, ha detto – finché tre agenti del Bka tedesco non la ricondussero in Germania. 

Le indagini contro di lei sono state chiuse senza luogo a procedere. 

 

Jennifer W. per tutta la mattina non ha avuto particolari reazioni né ha fatto segno di riconoscerla: solo un appunto scritto rapidamente in un foglio passato alla avvocatessa, Seda Yildiz-Basai. A.L. invece ha affermato di averla individuata con sicurezza nelle foto che le mostrò la polizia e ai giornalisti a fine giornata ha dichiarato che non è cambiata.

 

Nel pomeriggio, alla ripresa del dibattimento Jennifer W. ha manifestato invece segni di nervosismo, le labbra strette in una smorfia. Al banco dei testimoni è comparsa sua mamma Ilona W., 53 anni. La donna ostentatamente non ha rivolto nemmeno uno sguardo la figlia. Jennifer W. ha trattenuto a stento le lacrime, gli occhi rossi. Il giudice Baier ha avvisato la signora W. che non era obbligata a testimoniare contro sua figlia. Ilona W. Ha accolto il suggerimento e ha dichiarato di non volere che siano usate nel processo neppure le dichiarazioni rilasciate durante le indagini. Durante l’istruttoria la madre voleva recuperare la figlia, ora non vuole essere lei a farla restare in prigione. Chiusa l’udienza finalmente madre e figlia si sono scambiate uno sguardo, è stato loro concesso di parlarsi e gli agenti hanno fatto sgombrare in fretta l’aula.

 

Nelle udienze precedenti avevano fin qui testimoniato anche due funzionari di polizia e due interpreti rispettivamente dall’inglese e dall’arabo, incaricati di trascrivere e tradurre le registrazioni dei colloqui che l’imputata ha avuto in auto con l’informatore dell’Fbi “preso in prestito” dall’agenzia americana. In quel viaggio emerse per la prima volta l’episodio della bimba yazida di 5 anni morta dopo essere stata bastonata e incatenata senz’acqua con temperature attorno ai 50 gradi. L’imputata l’aveva definita “la nostra schiava” comprata dal marito, ma aveva detto che fu “un brutto giorno” quello in cui l’uomo decise di punire la bambina che aveva fatto pipì sul materasso – era malata – finendo per assassinarla. “Non era giusto quello che fece .. è morta lentamente .. per lui era indifferente” e lo Stato Islamico avrebbe giustificato l’omicidio perché era solo una schiava. 

 

La difesa finora ha cercato di fare apparire le dichiarazioni dell’imputata sull’esistenza di una polizia femminile dei costumi, la Diwan al-Hisba, a Mosul e Falluja, come non credibili, senza chiarire però perché avrebbe dovuto inventarsele. Jennifer W. ha anche precisato nelle conversazioni in auto che le punizioni per uomo e donna non erano uguali: fino a 100 frustate l’uno, al massimo 80, non troppo forti, l’altra. 

L’avvocatessa Seda Basai-Yildiz, nella terza udienza di lunedì ha cercato di incrinare l’attendibilità dell’azzimato interprete dall’arabo portandolo ad ammettere di non sapere con precisione quando, rispettivamente a Mosul e Falluja, la Diwan al-Hisba sarebbe stata in funzione. Il perito non ha potuto rispondere in modo sicuro ma solo affermare, basandosi sugli studi di Aywenn Jawad al Tamini (un esperto internazionalmente riconosciuto), che nello Stato Islamico esistesse almeno un’unità femminile di controllo dei costumi. 

Il processo proseguirà lunedì 13 maggio e sono state scadenzate altre 17 udienze. 

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