I tormenti del Labor israeliano che sa dire solo no e non trova un'offerta elettorale nuova

Rolla Scolari

Nei sondaggi per il voto del 9 aprile, la sinistra è in affanno. Perde elettori di centro, non convince sui temi sociali e nemmeno sulla sicurezza

C’erano le bandiere d’Israele, i fiori, i sorrisi del giorno di festa. I sostenitori del Labor israeliano hanno votato a febbraio in tutto il paese alle primarie, e gli stessi vertici del partito sono rimasti stupiti dall’alta affluenza, al 56 per cento. “Il Labor sarà la sorpresa” delle elezioni anticipate del 9 aprile, ha detto pochi giorni dopo il leader, Avi Gabbay.

   

Il timore di molti nei ranghi della sinistra israeliana è che la “sorpresa” non vada però nella direzione auspicata da Gabbay. I sondaggi da mesi anticipano uno scenario faticoso per i laburisti: quando va bene, concedono loro dieci seggi, come in queste ore. È un numero basso per il partito che fu di David Ben Gurion, Golda Meir, Shimon Peres, Yitzhak Rabin, soprattutto se paragonato ai 30 seggi di Kahol Lavan, Blu e Bianco, il movimento del principale avversario del premier Benjamin Netanyahu, Benny Gantz, e i 28 della destra del Likud.

    

La campagna per il voto di aprile è diventata l’ultimo capitolo di una inesorabile discesa verso l’irrilevanza della sinistra israeliana: Netanyahu è l’antagonista che ne ha accelerato la caduta. Benché il procuratore generale abbia da poco, e a campagna elettorale già in corso, deciso di chiedere l’incriminazione del premier per corruzione, il primo ministro cerca l’ennesima rielezione.

  

Il crepuscolo dei laburisti è iniziato in realtà molto prima dell’era Bibi, già nel 1977, quando Netanyahu non aveva neppure cominciato la sua carriera politica. Il Labor israeliano, “non è un partito qualsiasi”, scriveva Anshel Pfeffer sul quotidiano liberal Haaretz, quando iniziavano a emergere sondaggi impietosi per la sinistra . Il Labor è il partito che ha fondato lo stato, controllando società, economia, sindacati, media, cultura, e governando fino a quel 1977. “Da 40 anni, da quando il Likud di Menachem Begin ha messo fine al suo ininterrotto potere, il Labor non ha saputo reinventarsi”, scrive Pfeffer, come se avesse esaurito il proprio ruolo storico, quello di costruire le fondamenta nazionali.

   

Così, questa caduta nei sondaggi del partito – HaAvoda, in ebraico – ha origini antiche, anche se, con i dovuti distinguo, fa parte di una più vasta e globale crisi della sinistra. In Israele, perde elettori al centro, si affanna su temi sociali senza convincere, e non convince sulle questioni centrali di sicurezza. Gli accordi di Oslo firmati negli anni ’90 con i palestinesi e spina dorsale della strategia politica, sociale e di sicurezza della sinistra non hanno portato la pace in medio oriente. E ora in un paese che da anni slitta a destra, “di sinistra” è diventato un appellativo che i politici temono. Il premier accusa il suo unico credibile rivale, l’ex capo di stato maggiore Benny Gantz, che si allarga al centro, d’essere di sinistra. L’alleanza tra il militare e l’ex presentatore di talk show, Yair Lapid, ha scardinato gli equilibri elettorali, e creato per la prima volta in anni una reale minaccia per Netanyahu. Gantz si difende dalle accuse di “essere di sinistra” con il jingle musicale della sua campagna: “Non ci sono più una destra e una sinistra, c’è soltanto Israele prima di tutto”.

  

Il più potente risultato del partito laburista israeliano negli ultimi 25 anni sono stati gli accordi di Oslo, con i quali c’è stato un cambiamento radicale, ci dice Sefy Hendler, professore all’università di Tel Aviv ed editorialista di Haaretz. Quella firma “ha portato tanto in Israele, con un’apertura al mondo di cui il paese ha beneficiato anche a livello economico. Molti israeliani, però, hanno imputato l’inizio della stagione degli attentati alle scelte della sinistra. Da allora, chi insiste nel fare la pace con i palestinesi è sanzionato alle urne, e questo Netanyahu lo sa bene: Bibi dice d’essere la barriera contro i rischi di Oslo e le debolezze della sinistra”. Se da una parte l’agenda della destra israeliana è chiara – la difesa del paese a ogni costo, l’amicizia con il presidente Donald Trump, una diffidenza verso negoziati, quella della sinistra resta confusa, spiega Hendler: “Sì, sono per l’ambasciata americana a Gerusalemme, ma… Sì, è difficile fare la pace con i palestinesi, ma… La sinistra cerca un nuovo posizionamento, e non è un problema soltanto israeliano. Che cosa dice la sinistra francese: siamo per o contro i migranti, difendiamo il lavoro o non lo difendiamo? L’estrema destra europea è molto più chiara: per Trump, contro Bruxelles”.

   

In Israele è tutto più complicato, perché c’è un conflitto e la maggior parte dei paesi della regione non riconosce formalmente l’esistenza del vicino. Il laburisti israeliani sono influenzati dalla crisi globale della sinistra, dall’affaticamento del liberali. La differenza, però, con Europa e America, è quella tra una questione teorica e una esistenziale, ci dice Lilac Sigan, autrice ed editorialista del giornale Ma’ariv. “Si tende a dimenticare che Israele è circondato da paesi ostili: a quelli con cui abbiamo buone relazioni non piacciamo, gli altri non ci vogliono qui. Non possiamo essere troppo teorici. In molti in Israele quando sentono parlare i politici di sinistra pensano: ‘Ma di che cosa state parlando?’. Tutti vorremmo essere più morali, tutti vorremmo la pace, ma occorre parlare di quello che si vede, della realtà. E la realtà sono i razzi nel sud da Gaza, le minacce dal nord. Se Oslo è fallito, il ritiro da Gaza nel 2005 non ha funzionato, la sinistra deve cambiare agenda: non ha sviluppato un’idea per la pace in 25 anni, a parte dire che la destra è troppo militarista. La sinistra a un certo punto ha perso la propria ideologia per strada”. E proprio in risposta al lancio di razzi da Gaza, l’esercito ha bombardato all’inizio della settimana postazioni del gruppo islamista palestinese, Hamas. Il timore di manifestazioni palestinesi durante il prossimo fine settimana lungo la barriera al confine con la Striscia ha portato a un dispiegamento di forze israeliane nel sud. Netanyahu, a pochi giorni dal voto, non può permettersi né un nuovo conflitto né concessioni a Hamas, scrive la stampa locale. E cerca la mediazione dei generali egiziani per mantenere a Gaza la situazione sotto controllo.

  

Dal 1977 a oggi, i laburisti hanno governato pienamente soltanto due volte: quando hanno candidato due ex militari, Rabin nel 1992, ed Ehud Barak nel 1999. In Israele ancora oggi si vince alle urne sulla questione della sicurezza. L’unico candidato che preoccupa Mr Security Netanyahu è il generale Gantz, sapientemente alleato con altri due militari, l’ex ministro della Difesa Moshe Ya’alon e l’ex capo di stato maggiore, Gabi Ashkenazi. “In Israele, puoi parlare di economia e temi sociali soltanto se hai una credibilità sulla sicurezza”, dice Sigan. E’ una ricetta che Netanyahu, cui è dato il merito d’aver rafforzato l’economia nazionale, conosce bene.

  

E per alcuni, come Gadi Taub, storico e autore, docente all’università Ebraica di Gerusalemme, la sinistra israeliana “se fosse onesta dovrebbe dire che non può fare moto differentemente da Netanyahu: la ricetta economica della destra di Bibi funziona, e la sinistra non ha molto altro da offrire. La Siria è al collasso, non possiamo permetterci un confine con l’Iran, la Russia alle nostre porte non è una buona notizia. Anche su questo la sinistra non ha molto altro da aggiungere alla visione strategica del premier: ha perso la sua ragione d’essere. Questa però non è la sua fine: ai laburisti serve una batosta per connettersi a una nuova realtà”.

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