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Se quella mammola liberal di Cheney critica le mosse di Trump

Crisi con gli alleati Nato, non ascolta l’intelligence, decide al telefono. L’ex vicepresidente e falco di Bush smonta la politica estera del presidente in un incontro a porte chiuse

14 Marzo 2019 alle 06:00

Se quella mammola liberal di Cheney critica le mosse di Trump

Dick Cheney (foto LaPresse)

New York. Si dice che ogni decisione del presidente americano, Donald Trump, abbia come scopo anche quello di “owning the libs”, provocare sgomento e infliggere nuovi stupori addolorati nei democratici – i suoi avversari politici. Ma anche dalle parti dei repubblicani c’è parecchio scetticismo, in particolare per quel che riguarda le decisioni in politica estera – che vanno dai negoziati con i talebani in Afghanistan alla posizione sulla Siria al negoziato fallito con la Corea del nord.

 

Sabato c’è stato un incontro a porte chiuse all’American Enterprise Institute (Aei), tra l’ex vicepresidente Dick Cheney e il vicepresidente Mike Pence, e a detta di chi c’era la conversazione ha preso una piega molto più polemica e critica di quanto ci si aspettasse. Cheney ha fatto domande molto dure, Pence ha provato a difendere la linea dell’Amministrazione davanti a una platea che includeva molti grossi finanziatori del Partito repubblicano e che saranno importanti durante la campagna elettorale. La cosa ha fatto notizia perché Cheney è l’opposto del liberal che si indigna per le mosse dell’Amministrazione Trump. 

 

L’Aei è un think tank di Washington che al tempo della presidenza di George W. Bush e della guerra in Iraq era identificato con i neoconservatori e con i falchi di quella Amministrazione, come lo stesso vicepresidente e come John Bolton, che allora era ambasciatore alle Nazioni Unite e oggi è Consigliere per la sicurezza nazionale di Trump. Quello di sabato in teoria era un faccia a faccia riservato, ma il Washington Post ha ottenuto una trascrizione di quello che è stato detto.

Cheney ha sollevato molti punti contro il presidente. Uno è la volontà di abbandonare la Nato – parecchio in contraddizione con il tradizionale atlantismo del Partito repubblicano – che non è mai stata dichiarata ufficialmente ma che è stata discussa da Trump con i suoi collaboratori più stretti nei giorni del meeting ufficiale della Nato nel luglio dell’anno scorso, come ha scoperto il New York Times a metà gennaio. La questione non fa parte della conversazione ufficiale ma le continue richieste di Trump agli alleati europei di aumentare i contributi al budget e la sua confidenza con il presidente russo, Vladimir Putin, hanno creato un clima paralizzante di sfiducia.

 

Il mese prossimo il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, verrà a parlare al Congresso su invito di entrambi i leader, il repubblicano Mitch McConnell e la democratica Nancy Pelosi, perché entrambi i partiti americani sono preoccupati dall’andamento della relazione. Un altro punto di critica riguarda il poco tempo dedicato da Trump ai briefing con l’intelligence – che in teoria dovrebbero metterlo in grado di prendere decisioni informate – e le troppe volte in cui c’è stato un disaccordo pubblico con i rapporti dell’intelligence e ancora il troppo ricambio ai vertici delle agenzie d’intelligence, che non favorisce il loro lavoro. Di recente Trump si è scontrato in modo plateale con la Cia per la linea da tenere con il principe saudita Mohammed bin Salman, che i servizi segreti americani ritengono il mandante dell’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi e che il presidente invece ha voluto scagionare con commenti molto vaghi, tipo “non possiamo davvero sapere cosa è successo”.

 

Un’altra contraddizione spettacolare è arrivata l’anno scorso al vertice di Helsinki con il presidente russo Putin, dove Trump disse di credere a quello che gli assicurava il russo – non c’era stato alcun tentativo di manipolare le elezioni presidenziali nel 2016 – e quindi implicitamente rivelò che non crede alle conclusioni delle sue agenzie di intelligence, che da tre anni scrivono rapporti che dimostrano il contrario: i russi tentarono di manipolare le elezioni. Un altro punto ancora citato da Cheney è la decisione di ritirare le truppe americane dalla Siria “presa nel mezzo di una telefonata” (con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan). “L’impressione – almeno agli occhi del pubblico – alla fine è che le decisioni siano prese nel mezzo della notte, senza consultarsi con nessuno, che il presidente sia lasciato da solo a impartire ordini”. Tra Cheney e Pence ci sono stati scambi di cortesie e battute – “fare il vicepresidente è il posto di lavoro peggiore di Washington” ha detto Cheney e Pence a un certo punto ha scherzato: che domande mosce – ma chi c’era dice che quelli che ascoltavano si sono agitati spesso per la durezza del confronto, che non si aspettavano.

 

Con l’elezione di Trump l’ala isolazionista del Partito repubblicano ha preso il sopravvento, ma da mesi al Congresso c’è una spinta molto forte in senso contrario. Le troppe aperture e il troppo credito concessi dal presidente a Putin, ai sauditi, al dittatore della Corea del nord Kim Jong-un e i toni di fastidio verso la Nato e altri alleati (vedi per esempio la decisione di cancellare le esercitazioni con la Corea del sud) sono considerate aberranti da molti e creano malcontento. Per ora Trump lascia al figlio Donald Jr. la risposta in puro codice populista: “Non sapevo che la pace fosse così impopolare”, ha scritto due giorni fa su Twitter. 

Daniele Raineri

Daniele Raineri

Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione.

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