cerca

Se il People's Vote entra per la prima volta in parlamento

Il Labour presenta un emendamento sul secondo referendum, che potrebbe essere discusso e costringere Corbyn a una scelta

22 Gennaio 2019 alle 20:13

Anche Corbyn si piega alla richiesta di un secondo referendum sulla Brexit

Jeremy Corbyn (foto LaPresse)

Passano i giorni e la Brexit somiglia sempre più a una di quelle soap opera americane, in cui ogni giorno c’è un colpo di scena, ma nelle quali, alla fin fine, non succede niente. Così, a una settimana dal ‘no’ del parlamento al piano May, sono successe mille cose e cambi di fronte, eppure poco o nulla si è mosso.

 

La May continua a tergiversare

Il piano B sulla Brexit è troppo simile al piano A

 

Theresa May, per esempio, ha ripresentato il suo piano, sostanzialmente invariato. Il parlamento bisticcia, i Brexiters conciano contro l’Ue e i sondaggi dicono che gli inglesi si sono, per buona parte, pentiti. L’unica variazione in campo è il sempre più consistente prendere quota dell’ipotesi di un nuovo voto, tra i cui sostenitori, si è inserito anche il fino ad ora riluttante leader laburista Jeremy Corbyn. A dispetto del suo malcelato gradimento per Brexit, Corbyn, si ritrova a capo di un partito che, in buona parte (anche se non senza tormenti) è europeista e vuole evitare, pure se in zona Cesarini, l’uscita dall’Ue. Così dopo aver fatto, nel 2016, una tiepidissima campagna per il remain, dopo aver detto che, stante lui primo ministro, Brexit sarebbe stata confermata, dopo aver votato contro il piano May la scorsa settimana, dopo aver tentato di far cadere il governo e dopo aver detto di non avere intenzione di trattare con May a meno che non escluda, a priori, l’opzione ‘no deal’, ora Corbyn ha aperto (probabilmente obtorto collo) all’opzione di un nuovo voto. In realtà lo ha fatto in modo molto obliquo, presentando un emendamento al piano May che chieda al parlamento di esaminare e votare tutte le opzioni sul tavolo, inclusa quella di un  un secondo referendum.

 

Non è però il caso di incorrere nell’errore di pensare che la richiesta di un secondo voto sia per forza una buona via di uscita. In primo luogo perché, a sorpresa, la richiesta di Corbyn e del Labour potrebbe fornire un insperato assist a May, e costringere i Tories a ricompattarsi e votare il suo piano, che con la stampella di qualche transfuga di Dup e del Labour (sono come minimo 4 quelli certificati: Jim Fitzpatrick, John Mann, Kevin Barron e Frank Field) potrebbe passare.

In secondo luogo perché non è detto che gli inglesi vogliano votare di nuovo: un sondaggio commissionato da Sky News, ha rivelato che il 56 per cento degli inglesi è contrario a tornare a votare su Brexit.

 

In terzo luogo perché il paese ne uscirebbe lacerato e distrutto: nonostante i sondaggi, di nuovo, dicano che se si rivotasse oggi, vincerebbe il remain con il 58 per cento dei voti, quel che è certo è che gli antieuropeisti, se dovessero davvero perdere (il che non è detto: anche nel 2016 erano dati per spacciati) si sentirebbero raggirati e scippati di una vittoria che hanno stretto tra le mani per due anni; passerebbe poi  il messaggio che i voti non sono tutti uguali e che se non sono graditi alle così dette élite di Londra e dintorni valgono meno (sul Guardian, in merito, è apparso un op-ed del docente di Cambridge Chris Bickerton dal chiaro titolo “Gli arroganti remainers vogliono votare di nuovo. Sarebbe pessimo per la democrazia”). Infine anche l’Europa, in caso di nuovo voto, rischierebbe una brutta figura, figurando non come una pacifica Unione di popoli e nazioni, ma come una arcigna matrigna che tiene prigionieri i suoi Stati, sotto il giogo di bizantini e insolvibili accordi.

 

Eppure, nonostante tutto, l’idea di un second vote (spinta anche dai sondaggi che danno avanti l’opzione europeista) circola con una certa insistenza. Da People’s Vote, il gruppo che ha organizzato la marcia degli 800 mila lo scorso ottobre a Londra, giurano i sondaggi non c’entrano e che la loro è una pura battaglia di democrazia. “Quello che cerchiamo è un voto, non una rivincita. Il risultato di un nuovo voto, quale che sia, è un problema secondario rispetto al voto in sé - dice al Foglio il portavoce di People’s Vote Thomas Cole -. In democrazia la gente deve avere il diritto di cambiare idea, per questo le elezioni si svolgono con periodicità. Sono pronto a rischiare anche una Brexit no deal, se le persone la sceglieranno, ma non sono pronto a rischiare un accordo che nessuno ha chiesto e sottoscritto. Inoltre, la definizione di second vote non è corretta. Non si tratta di un secondo voto sullo stesso quesito, leave o remain. Ma di un nuovo voto su un nuovo quesito: 'Deal (quale che sia) o demain'”.

 

Perché il voto sia chiesto davvero occorre che siano i Comuni a chiederlo e ad avviare l’iter che metterebbe in freezer Brexit verosimilmente fino al 2020. I numeri però, anche con l’adesione in massa e senza defezioni del Labour, sembra non ci siano: i deputati sono 650, ma la maggioranza è di 318, visto che sette deputati dello Sinn Fein, per principio, non partecipano alle sedute (a meno che, e sarebbe un vero colpo di scena, non decidano di palesarsi). Sommando i 262 Labour (ammesso che votino compatti), i 35 deputati scozzesi dell’SNP, i 12 Lib-Dem, i 4 del partito indipendentista gallese, l’1 dei Verdi, si arriva a 314. Dunque, a meno dell’appoggio di qualche transfuga Tories, di nuovo voto, almeno per ora, non si parla. E non si sa se sia una fortuna o una sventura.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi