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I gilet gialli vogliono inaugurare la democrazia diretta in Francia

Il referendum popolare (Ric) piace a Le Pen e Mélenchon, e la maggioranza dei francesi è a favore. Comincia il dibattito

3 Gennaio 2019 alle 11:11

I gilet gialli vogliono inaugurare la democrazia diretta in Francia

Continuano le proteste del movimento dei gilet gialli a Parigi (foto LaPresse)

Parigi. Tre lettere lasceranno il segno nel futuro prossimo della Francia: R, come referendum, I, come initiative, C, come citoyenne. Il referendum d’iniziativa civica, rivendicazione faro dei gilet gialli, si sta imponendo a Parigi come il tema centrale di questo 2019, il dossier su cui il presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, si giocherà parte del quinquennio. La questione del Ric, strumento che si ispira a un tipo di consultazione già esistente in Svizzera a livello nazionale e cantonale, è emersa nei giorni successivi al discorso che Macron ha tenuto il 10 dicembre a reti unificate, quando le tensioni che stavano bloccando la Francia lo avevano costretto a fare una serie di aperture ai manifestanti. E da quel momento ha scalzato tutte le altre richieste avanzate dai gilet gialli.

 

Dietro l’idea che sta monopolizzando il dibattito c’è il volto di Etienne Chouard, blogger e militante politico vicino all’universo rossobruno esagonale, che dal 2005, anno del no al referendum sul Trattato di Lisbona, milita a favore della democrazia diretta, e ora è il beniamino dei francesi in gilet catarifrangente. François Ruffin, deputato vedette della France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, gli ha reso omaggio in un discorso molto commentato: “Ho citato Chouard nel mio discorso sul Ric perché, obiettivamente, il nome che si sente in continuazione sulle rotatorie è il suo. Se si vuole essere onesti, bisogna dire che sul Ric fa campagna e si batte da un decennio”. L’endorsement di Ruffin è stato criticato anche dai suoi colleghi, in ragione di certe frequentazioni assai poco raccomandabili di Chouard, tra cui Alain Soral, noto antisemita e animatore del sito di Egalité et Réconciliation. Ma secondo un sondaggio dell’istituto Harris Interactive pubblicato ieri da Rtl, è condiviso da una folta rappresentanza di francesi. L’80 per cento della popolazione si è detto infatti favorevole all’idea chouardiana di un referendum d’iniziativa popolare per proporre un testo di legge, il 72 è d’accordo con l’introduzione di un Ric abrogativo e il 63 milita per un Ric revocatorio, per poter mettere fine al mandato di qualsiasi responsabile politico.

 

Nel dettaglio, sono gli elettori del Rassemblement national di Marine Le Pen e della France insoumise a sostenere questo genere di dispositivo, mentre gli aficionados della République en marche, il partito di Macron, si mostrano scettici verso quella che è diventata la madre di tutte le battaglie per i gilet gialli. Tuttavia, nonostante i dubbi dei suoi simpatizzanti, il governo, per stemperare una rabbia che è ancora palpabile e diffusa nonostante le manifestazioni di piazza si siano sgonfiate, starebbe pensando a qualcosa di simile. Stando alle informazioni rivelate ieri dal canale televisivo Lci, e confermate in seguito dal deputato macronista Sacha Houlié, l’esecutivo sta studiando la “pista” di un referendum con quesiti multipli da lanciare al termine del grande dibattito nazionale che si terrà tra metà gennaio e metà marzo.

 

Tra i temi su cui potrebbero essere sollecitati i francesi, secondo quanto evocato da Houlié, emergono la riduzione del numero dei parlamentari, l’introduzione di una dose di proporzionale e l’abolizione del cumulo dei mandati. I dettagli del dibattito voluto da Macron per rispondere ai gilet gialli verranno invece chiariti in una lettera che l’inquilino dell’Eliseo scriverà ai francesi nei prossimi giorni. Per ora si conoscono i quattro pilastri attorno a cui verrà organizzato: la transizione ecologica, la fiscalità, la cittadinanza e la riforma dello stato. Alcuni osservatori applaudono le aperture del presidente, altri, invece, come il filosofo Luc Ferry, vedono dietro il Ric il rischio di un conflitto permanente per la democrazia francese e nell’antielitarismo che sottende questo strumento di democrazia diretta la “peggiore calamità dei nostri giorni”.

Mauro Zanon

Nato a una manciata di chilometri da Venezia, nell’estate in cui Matthäus e Brehme sbarcarono nella parte giusta di Milano, abbandona il Nord quando la Lega era ancora celodurista e un ex avvocato del Cav. vinceva le presidenziali francesi. Ha vissuto benino nella Francia di Sarkozy, male in quella di Hollande, e vive benissimo in quella di Macron (su cui ha anche scritto un libro, Macron. La rivoluzione liberale francese, Marsilio). Ama il cinema di Dino Risi, la cucina emiliana, l’Andalusia e l’Inter di José Mourinho. Per Il Foglio, scrive di Francia e pariginismi. Collabora inoltre con il mensile francese Causeur.

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    03 Gennaio 2019 - 19:07

    Anche qui si demonizza, si cerca di disprezzare ghettizzare e delegittimare - la Francia in questo è maestra, da quando durante la Rivoluzione per comodità lessicale non si esitava a definire il popolo "la canaille". Nessuno che si chieda e cerchi di capire "come mai" gente comune, normali cittadini e lavoratori, sentono l'esigenza di rigettare la forma istituzionale tradizionale della democrazia - non i princìpi, per trovare possibilità effettive di partecipazione civica e civile, evidentemente certi di non sentirsi né partecipi né rappresentati. Come si vede, siamo in una fase di crisi della democrazia che investe tutto il c.d. "occidente".

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