Chi sono i media amici dei gilet gialli

Micol Flammini

Dalla versione francese di Russia Today agli account britannici su Twitter, ecco i bardi del movimento francese

Roma. Dire che i gilet gialli nutrano una forte antipatia per i media, giornali, televisioni, radio che sia, è impreciso. Il movimento che da novembre – era il 17 quando venne indetta la prima manifestazione – protesta per le strade e le rotonde francesi ha anche i suoi amici. Non soltanto in politica, in quella francese gode del sostegno di Marine Le Pen e di Jean-Luc Mélenchon, due leader ma maestri di populismo, ma anche all’estero, a cominciare dai nostri gialloverdi – ieri il ministro del Lavoro Luigi Di Maio ha scritto una lettera per chiarire, per chi non lo avesse intuito, che lui sta con i gilet – proseguendo con i tedeschi dell’AfD e di Pegida e con l’estrema destra portoghese. Ma i gilet gialli hanno amici anche nei media. Tra questi c’è la versione francese di Russia Today, l’emittente finanziata dal Cremlino spesso accusata di diffondere notizie false e di essere la cassa di risonanza della propaganda del governo di Mosca. L’amore è reciproco, e mentre alcune testate come la BFM-TV hanno deciso di non coprire le proteste di ieri dopo le aggressioni che alcuni giornalisti hanno subìto dai gilet gialli, RT provvede a raccontare i manifestanti nel migliore dei modi, si immerge nelle loro proteste e li intervista. Le immagini sono uguali a quelle trasmesse da altre emittenti, ma la violenza a cui le proteste in Francia ci hanno abituato vengono strumentalizzate. I gilet vengono raccontati come degli oppressi, questa rappresentazione piace ai manifestanti che condividono i video di Russia Today, guardano le dirette Facebook, amano vedersi ritratti dalla voce russa dell’informazione a tal punto che Céline Pigalle, giornalista di RT, ha detto al Monde: “Grazie a questo movimento la nostra testata sta emergendo e ha appena un anno”.

 

Russia Today è arrivata a Parigi a novembre del 2017, ha aperto il suo studio, ha assunto 150 giornalisti e stanziato un budget di trecento milioni di euro. L’Eliseo era spaventato sin dall’inizio e se nella mente del Cremlino c’era la volontà di manovrare il dibattito pubblico, con le proteste dei gilet gialli ha avuto la sua occasione. Era l’ultimo fine settimana del 2018 quando RT ha pubblicato un video spaventoso e bizzarro. I manifestanti, dopo aver protestato davanti alla sede di France Télévisions nella capitale, hanno incontrato la troupe del canale russo, hanno salutato i giornalisti e se ne sono andati canticchiando: “Merci RT!”. Russia Today è uno dei loro media preferiti e il canale russo non manca di sottolineare questa affinità, “Se i gilet gialli ci apprezzano – dice al Monde la direttrice di RT Francia Xenia Fedorova – non è perché siamo gentili con loro, ma perché diamo loro una voce”. Così Russia Today, che non è tra le testate più seguite in Francia, è però diventata la voce di una comunità. Una comunità animata da sentimenti nazionalisti, partita da una rivolta contro l’aumento dei prezzi del carburante voluto dal governo francese e sfociata in un’ondata di violenza contro la globalizzazione, l’immigrazione, contro l’Europa, l’importante è essere contro.

 

Ma i gilet gialli non hanno amici soltanto a Mosca. A dicembre, Wired ha pubblicato uno studio di Baptiste Robert, un ricercatore francese che si occupa di manipolazione sui social, in cui l’autore individuava gli account in lingua inglese che si occupano di pubblicizzare e promuovere le attività dei gilet gialli. Tra i nomi più rilevanti sono emersi Paul Joseph Watson di InfoWars e Katie Hopkins, volto noto della versione britannica di The Apprentice poi firma del Sun, del Mail e voce della radio dell’ex leader dell’Ukip Nigel Farage, LBC, dalla quale si fece cacciare dopo aver detto che gli islamici avrebbero meritato “la soluzione finale”. La Hopkins è una provocatrice britannica di estrema destra, si è fatta conoscere per le sue teorie sulla cospirazione per uccidere i bianchi e per il suo sostegno ad alcuni gruppi neonazisti. Sia lei sia Watson hanno quasi un milione di follower su Twitter e secondo Robert hanno pubblicato numerosi post con l’hashtag #GiletJaunes in cui parlavano di censura europea che obbliga la stampa internazionale a presentare i manifestanti come “teppisti” o “violenti” anziché come i rappresentanti della “lotta europea contro il globalismo”.

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