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Così Salvini ha dilapidato il lavoro in Libia. La conferenza a rischio flop

Francesco Maselli

Fonti diplomatiche ci dicono che manca una strategia (e due persone chiave) per la riconciliazione libica

Roma. L’Italia aveva un primato riconosciuto in Libia mentre adesso si affanna a organizzare una conferenza internazionale di pace che rischia di concludersi senza alcun risultato concreto. Secondo fonti di alto livello della Farnesina, nonostante la buona volontà del ministro Moavero, prevale un clima di rassegnazione sull’esito della Conferenza di Palermo, organizzata il 12 e 13 novembre per creare un dialogo tra le principali fazioni che si combattono in Libia e le principali potenze mondiali. Nella migliore delle ipotesi servirà a scattare una buona foto ricordo, nella peggiore certificherà la perdita di influenza del nostro paese negli affari libici.

 

Secondo fonti del Foglio, il governo gialloverde, e in particolare Matteo Salvini che è il membro dell’esecutivo più interessato al dossier libico, è riuscito in pochi mesi a mettere sottosopra il lavoro effettuato dal “quadrilatero”, il gruppo di persone che ha gestito il dossier libico negli ultimi anni. E se è comprensibile che il governo non voglia pubblicamente lodare il lavoro dell’ex ministro dell’Interno Marco Minniti e dell’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, i due angoli politici del nostro quadrilatero, lo è meno il fatto che l’Italia, in una fase cruciale di avvicinamento al summit, abbia deciso di privarsi del terzo angolo, ovvero il suo ambasciatore in Libia, Giuseppe Perrone. Il diplomatico, ufficialmente ancora al suo posto, è stato richiamato in Italia tre mesi fa dopo essere stato dichiarato persona non grata dal Parlamento di Tobruk, ma l’insofferenza mostrata da alcune fazioni libiche nei suoi confronti era rientrata dopo poco, e anzi tutte le parti in causa ne avrebbero richiesto il ritorno. Secondo le informazioni del Foglio, invece, i gialloverdi non hanno mai davvero provato a risolvere il problema. Non soltanto: ammesso che Perrone non sia più adatto, perché non nominare un suo successore? La domanda non è di poco conto, visto l’investimento politico che Palazzo Chigi ha effettuato sulla Conferenza di Palermo che, come si è capito, stenta a decollare.

 

Questo approccio si è ripetuto con il quarto e ultimo angolo del quadrilatero, Alberto Manenti, dimissionario direttore dell’Aise, i nostri servizi segreti esterni, ancora non sostituito. E quindi la domanda è: senza più “teste” diplomatiche sul campo, quanto conosce, il nostro ministro dell’Interno, la situazione in Libia? Ha idea di chi siano i gruppi armati che si contendono la capitale libica e non intendono, dopo essersi scontrate fino a poche settimane fa, lasciare che la sicurezza di Tripoli sia garantita da milizie regolari? Il tema della sicurezza è centrale per arrivare all’obiettivo dichiarato dal nostro governo: la “riconciliazione nazionale” necessaria a garantire il regolare svolgimento di elezioni. I gialloverdi non sembrano aver preso coscienza fino in fondo della complessità della situazione: diverse fonti diplomatiche italiane dicono al Foglio, non senza una punta d’ironia, che la conoscenza del dossier libico, e anche la volontà di approfondimento dello stesso, è imparagonabile tra la gestione precedente e quella attuale. Il che spiega anche perché questa conferenza si stia trasformando in un’operazione per salvare la faccia, il contrario della linea tenuta dall’Italia finora, interessata a lavorare sotto traccia senza dimostrazioni fini a se stesse.
Alla precaria situazione italiana si aggiungono le interferenze francesi, vissute con insofferenza da parte dei diplomatici italiani. La Francia ha organizzato una riunione l’8 novembre a Parigi con esponenti di Misurata senza avvertire Roma: “Difficile non pensare male visti i precedenti”, commenta un diplomatico italiano. L’Italia non ha tuttavia alcun interesse ad andare allo scontro con Parigi a pochi giorni dal summit, ecco perché ieri alcuni consiglieri di Emmanuel Macron hanno passato la mattinata e parte del pomeriggio a Palazzo Chigi, per cercare un accordo ed evitare che la Conferenza di Palermo si riveli un flop: non sarebbe nell’interesse di nessuno.