Nell'ambasciata che scotta

Marianna Rizzini

L’arte della mediazione, l’arabo come seconda lingua. Chi è Giuseppe Perrone, uomo chiave tra Italia e Libia

Da Hollywood (consolato italiano a LA) alla Libia, passando per Ciampi, Washington e l’Algeria del “decennio nero”

Da Hollywood a Tripoli il passo non è breve, anche se nel deserto libico, alla fine degli anni Cinquanta, si giravano film con John Wayne e Sophia Loren, e anche se le attrici adoravano il vecchio Grand Hotel della città costiera, con la sua aria di impenetrabilità coloniale, e il lungomare con le palme, il porto con le barche a vela e le leggende sul Castello, antica fortezza forse un tempo abitata da pirati. Non è breve, il passo dalla California del surf e del set al dopo Gheddafi, ma c’è un uomo che quel passo l’ha compiuto in fretta, sebbene a riflettori spenti e con il piglio poco cinematografico della carriera diplomatica di altissimo livello: quella di Giuseppe Perrone, ambasciatore d’Italia a Tripoli dal 2017 e molto prima giovane diplomatico nell’Algeria insanguinata degli anni Novanta, poi consigliere di Carlo Azeglio Ciampi al Quirinale, diplomatico d’alto rango a Washington e console generale d’Italia a Los Angeles negli anni di delirio straniero per il Paolo Sorrentino vincitore dell’Oscar (nella dimora losangelina di Perrone si è tenuta, nel marzo del 2014, la festa informale per seguire la diretta dal Dolby Theatre, con la comunità di attori in trasferta – Valeria Golino e Riccardo Scamarcio in testa – assiepata davanti alla televisione come neanche alla finale dei mondiali: tutti lì ad aspettare il ritorno dal party ufficiale del regista che, al momento della vittoria, aveva innalzato al cielo la statuetta in nome di Federico Fellini, Martin Scorsese e, ultimo ma non ultimo, Diego Armando Maradona).

 

Un anno fa, tra i Cinque stelle, c’era chi voleva chiudere l’ambasciata, oggi il pensiero sotteso è “meno male che esiste”

Questo non è un film, ma Giuseppe Perrone – che tuttavia può vantare, dice un amico, “un’incontrovertibile somiglianza con mister Spock di ‘Star Trek’” – è coprotagonista della storia che racconta il passaggio tra due mondi: prima e dopo la rivoluzione araba, prima e dopo il governo gialloverde. E se un anno fa c’era chi, tra i Cinque stelle, voleva addirittura chiudere l’ambasciata appena riaperta in nome del “quello che fanno gli altri è sbagliato”, una volta al governo nessuno se lo sogna, di mettere in dubbio la presenza italiana nella Libia della riconciliazione e della tentata normalizzazione, parola ricorrente nel lessico e soprattutto nel pensiero strategico dell’ambasciatore, come dice chi lo conosce. Fatto sta che oggi i più realisti tra i newcomer dei Palazzi, lontani dalle telecamere, dai social network, dall’Associazione Rousseau e dal blog di Beppe Grillo, sono ben felici di avere in loco l’ambasciatore che, con Paolo Gentiloni premier e Marco Minniti ministro dell’Interno, si è trovato a dover gestire i contatti con i sindaci della costa, il dossier sbarchi, la questione umanitaria, il rapporto con la Francia, muovendosi felpato (e stimato) tra Fayez al-Sarraji, presidente del Consiglio presidenziale libico, il generale Haftar, uomo forte dell’Est, l’amministrazione Macron, l’amministrazione Trump, le compagnie petrolifere straniere Eni e Total, la Noc (compagnia petrolifera nazionale libica), le tribù al confine meridionale e tutti i ministri e uomini-vertice d’azienda italiani che di settimana in settimana si sono presentati in quel di Tripoli (ultimi in ordine di apparizione: Matteo Salvini in qualità di neoministro dell’Interno, Enzo Moavero Milanesi in qualità di neoministro degli Esteri, Elisabetta Trenta, neoministro della Difesa, e Claudio Descalzi, amministratore delegato Eni).

  

Foto via Twitter


 

Il piglio informale di Perrone su Twitter, la cena con Sorrentino dopo l’Oscar, l’eredità di Minniti e Gentiloni, i rapporti con Haftar

 

Ma il movimento di spola discreta e sottotraccia tra chi non sempre vuole parlarsi e capirsi è la base del mestiere per Perrone, cinquantenne “di grande curiosità intellettuale”, secondo un ex collega e co-viaggiatore nei viaggi diplomatici (Perrone è stato direttore centrale per il Mediterraneo ed il medio oriente alla Farnesina), e “ambasciatore anche esperto d’arte”, già responsabile dei rapporti Roma-Washington in area Cultura nonché uomo d’avamposto che non è mai stato nelle “Fortezze Bastiani della diplomazia”, come dice scherzando un ex ambasciatore, alludendo a quei luoghi dove si può consumare il tempo tra inquietudine e abulia mentre nulla accade: l’ambasciatore a Tripoli è abituato invece alla sensazione di chi cammina sempre tra cocci rotti e orecchie attente alla minima sfumatura negativa, motivo per cui, ormai molto tempo fa, si è messo in testa di perfezionare la conoscenza dell’arabo “oltre il limite dell’italiana possibilità”, dice un amico. E insomma lo studio matto e disperatissimo ha dato i suoi frutti: Perrone parla l’arabo correntemente e se la cava con i vari dialetti, dopo anni trascorsi a ripassare le lezioni sull’aereo, tanto che almeno due ex colleghi lo ricordano chino sul computer durante la trasvolata oceanica o mediterranea, intento a fare esercizi e letture con la precisione svizzera dei calabresi che, come lui, hanno studiato a Torino: Perrone infatti dalla Calabria è partito, come l’ex ministro Minniti, e da allora non si è più fermato, passando per la laurea in Scienze politiche sotto la Mole, il concorso per la carriera diplomatica e il cosiddetto “primo giro estero” nel Nordafrica del Gia (“e se uno è stato ad Algeri in quegli anni poi può andare ovunque”, dice un diplomatico esperto). A Tripoli, invece, Perrone, dal primo giorno, veicola il messaggio “siamo qui con voi”, come si legge sul sito dell’Ambasciata: “La Libia ha conquistato la libertà a caro prezzo”, è il messaggio dell’ambasciatore, “la Libia ha sgominato con le sue forze un gruppo terrorista dalle ramificazioni globali e ancora insidioso, il suo popolo ha sopportato con pazienza le sofferenze e distruzioni causate dal conflitto. Ora rivendica pace, unità e piena integrazione della Libia nella comunità internazionale. Siamo qui perché abbiamo fiducia nella capacità dei libici di ogni regione, estrazione e retroterra di ritrovare insieme la strada dell’accordo verso un futuro di concordia, progresso e sviluppo per tutti… Sappiamo che non sarà facile, ma l’Italia non risparmierà gli sforzi per aiutare l’amico e fratello popolo libico a raggiungere il traguardo cui aspira”.

 

Calabrese d’origine, studi a Torino, precisione svizzera (l’ambasciatore all’occorrenza corregge persino l’interprete)

Non vale dunque per Perrone la narrazione fantasiosa sui diplomatici che coltivano in ambasciata un mondo a parte in un’atmosfera rarefatta, e anzi Perrone si è fatto uomo di iniziativa concreta verso la società civile locale: incontri per e con i giovani, mostre sugli edifici della Tripoli perduta, immersione occasionale diretta nella vita della città – compreso, se capita, il caffè con il vecchietto che parla italiano – e poi l’attività intensiva sui social network, a partire dall’amichevolissimo account Twitter dell’ambasciata, che per festeggiare i cento giorni della delegazione a Tripoli ha pubblicato un video di “sfida” semiseria all’americana, con dipendenti e ambasciatore immobili per interminabili minuti, come manichini fotografati da una Polaroid. Da allora l’account è molto seguito anche in loco nella versione araba, con commenti favorevoli e a volte con qualche incomprensione su foto postate o passato coloniale. E dal momento in cui, nel gennaio del 2017, Perrone ha presentato le credenziali al governo libico, ed è comparso davanti alla stampa locale, racconta un testimone oculare, con il giaccone blu usato durante i viaggi preliminari, ai tempi in cui, atterrando con un velivolo militare, si doveva cercare di capire più cose possibili nel minor tempo possibile, l’attività di ambasciatore si è fatta, per lui, attività di mediatore (tra culture, ma soprattutto tra parti politiche interne ed estere in forte contrasto, per esempio – vedi caso Salvini – sul tema migranti, ong, guardia costiera e corridoi umanitari via mare). Capita inoltre che Perrone, mediando e mediando, non lasci passare traduzione dall’arabo e dall’italiano che sia meno che perfetta (la leggenda che corre tra la Libia e l’Italia è che l’ambasciatore, in qualche caso, abbia educatamente corretto persino l’interprete). Tutte ragioni per cui, a chi chieda notizie di e su Perrone, non c’è persona che non risponda qualcosa che assomigli sempre e comunque a un “l’uomo giusto al posto giusto” o a un “l’uomo capace di interlocuzione multipla in un paese difficile” o a un “meno male che c’è Perrone a Tripoli”. E quando si tratta di scegliere tra sbattere i pugni o approfondire i dossier, racconta chi ha lavorato con lui, Perrone, per indole oltre che per abitudine professionale, sceglie sempre la seconda strada, anche affinando l’abilità di capire che cosa c’è dietro alle parole, guadagnandosi sul campo i galloni di “persona di enorme buon senso, con cui è impossibile litigare”, dice un amico ed ex collega di missione su dossier mediorientali intricatissimi.

   

Tutto il resto appartiene alla non-ordinaria amministrazione di un diplomatico dal passo anche non metaforicamente elegante, dice una testimone oculare dei tempi americani, e alla non-ordinaria giornata di un ex studente di Relazioni internazionali che, nel raro tempo libero, ama rileggere García Márquez (c’è chi ricorda una discussione amabile però interminabile, durante una cena, su “Cent’anni di solitudine”) ma che sulla scrivania può tenere, com’è capitato, l’ultimo libro di Corrado Augias (“Questa nostra Italia”). E però è il tempo non libero quello che rende Perrone l’uomo chiave dei rapporti Italia-Libia e Italia-Usa-Francia-Onu in Libia, anche se non sono più i giorni tesi della shuttle diplomacy (puntate-lampo prima della riapertura dell’ambasciata a Tripoli), e anche se Perrone non si trova sotto coprifuoco come ad Algeri durante il cosiddetto “decennio nero del terrorismo”. Capita, come lo scorso anno, che l’ambasciatore si trovi a chiedere “rispetto” per i guardiacoste libici: “Rivendichiamo i risultati in termini di rafforzamento della capacità della guardia costiera libica di controllare i confini marittimi”, ha detto infatti a Milano, un giorno, a un convegno dell’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale: “E’ molto facile guardare dall’Italia e dare lezioni… quel lavoro lo fanno anche subendo minacce e ripercussioni personali…”. Capita altresì che, per favorire la suddetta normalizzazione, l’ambasciatore organizzi eventi cultural-politici in cui mettere a confronto diverse generazioni tripoline: da un lato, per esempio, la stampa locale (giornalisti di mezza età e impostazione per così dire tradizionalista) e dall’altro i ventenni che da ragazzini (sette anni fa) hanno partecipato alla Rivoluzione araba senza avere una mens politica, e a volte chi li guarda e li ascolta ha l’impressione davvero di trovarsi dentro “Star Trek”, con mister Spock sospeso, non senza soddisfazione, tra umani e vulcaniani.

  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.