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Lo scisma dalla chiesa russa per Poroshenko è una vittoria in vista delle elezioni

Mentre a Mosca Putin è sempre più debole, si apre una frattura politica lungo un confine già fragile

16 Ottobre 2018 alle 06:15

Lo scisma dalla chiesa russa per Poroshenko è una vittoria in vista delle elezioni

Il patriarca di Kiev, Filareto, davanti alla chiesa di Santa Sofia (foto LaPresse)

Roma. I russi non accettano l’idea che l’Ucraina non sia più parte della Russia. A nessun altro territorio sono così attaccati. E’ un richiamo antico – la Russia nasce da quelle terre –, e riaverla rappresenta una rivincita storica. Nonostante la caduta dell’Unione sovietica, i russi continuavano a vantare una posizione dominante in ambito ecclesiastico, la chiesa di Kiev dipendeva da Mosca, un legame che Vladimir Putin stesso, dopo l’annessione della Crimea nel 2014, definì “spirituale”. Ma la decisione del patriarcato ecumenico di Costantinopoli, che potrebbe portare all’autocefalia della chiesa ortodossa ucraina, spezza anche questo ultimo legame. La Russia già giovedì aveva definito la decisione del patriarca Bartolomeo un “atto anticanonico” che rischia di “distruggere le fondamenta del sistema ortodosso”, ma che i risvolti non saranno soltanto religiosi si capisce anche dalla rapidità con cui il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, si è affrettato a rilasciare dichiarazioni. Il presidente Putin ha promesso che proteggerà i fedeli ortodossi e ha assicurato che lo farà soltanto attraverso la diplomazia. Non tutti gli analisti si fidano della promessa, il legame tra il patriarca di Mosca Kirill e il presidente è molto forte e forse Putin potrebbe cercare di recuperare il consenso perduto proprio concentrandosi sull’Ucraina: la popolarità del presidente russo è aumentata dopo l’annessione della Crimea, la penisola per anni è stata un diversivo utile a distrarre dalla debolezza dell’economia. 

 

Il Cremlino sta attraversando un periodo di scarso consenso, dopo le elezioni di marzo, in cui il presidente ha conquistato il quarto mandato quasi con il 70 per cento dei voti, ora sta vivendo il periodo meno popolare della sua vita, iniziato con la riforma della pensioni annunciata a giugno e firmata due settimane fa. Pesano anche la situazione in Siria, le sanzioni e le ultime vicende legate alle spie e alla corruzione all’interno dell’intelligence militare. L’Ucraina era rimasta la sua promessa, mantenuta a metà con l’annessione della Crimea, ma diventata insostenibile nel Donbass dove le vittime sono quasi diecimila e in quelle zone Putin non può inviare l’esercito a combattere, usa volontari e truppe mercenarie, gli omini verdi. Anche il Cremlino si sta convincendo che quel conflitto deve finire, ma la questione dell’indipendenza della chiesa di Kiev potrebbe convincere Mosca a non abbandonare le armi, a insistere con la politica aggressiva che ha reso Vladimir Putin uno dei presidente più amati e che ora la sta isolando sempre di più. Putin ha un braccio armato, l’esercito, e l’altro non armato, la chiesa ortodossa. Tutti e due sono stati strumenti di consenso e il Cremlino non potrà avere una risposta blanda di fronte a un eventuale scisma della chiesa ortodossa, andrebbe contro la volontà di Kirill e dei fedeli russi, per la maggior parte suoi elettori.

 

Perdere il patriarcato ucraino diminuirà il peso della chiesa ortodossa russa e vanificherà la pretesa di Mosca di presentarsi come la “Terza Roma”, il baluardo dei valori tradizionali che ha attirato la simpatia anche dei movimenti europei più conservatori e anche di alcuni ambienti oltranzisti della chiesa americana. La rottura nel mondo ortodosso è una frattura geopolitica molto pericolosa che se da un lato rischia di accentuare le violenze lungo confini già fragili, dall’altro mostra che la durezza nei confronti dell’Ucraina si sta ritorcendo contro la strategia del Cremlino. In questa vicenda che apre una serie infinita di domande e di timori c’è un vincitore: Petro Poroshenko. Il processo autocefalo è nato come un processo politico. Fu il presidente ucraino a chiedere a Costantinopoli di prendere in considerazione il desiderio di Kiev di diventare indipendente. Il prossimo anno, a marzo, ci saranno le elezioni in Ucraina. Il presidente ha intenzione di ricandidarsi ma benché si fosse presentato dopo le proteste di Euromaidan del 2013 come un avversario della corruzione, un fervente europeista disposto a tutto pur di far entrare la sua nazione nell’Ue e nella Nato, ha tradito le aspettative degli ucraini. La sua campagna elettorale dopo un mandato deludente, ripartirà da qui, dall’autocefalia della chiesa ortodossa di Kiev come segnale della fine dell’illusione imperialista di Mosca.

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