Vi diciamo i numeri che fanno arrabbiare la Tunisia

Aumentano i prezzi di caffè, benzina e internet. Ecco perché le proteste di piazza di questi giorni ricordano le rivolte del 2011

Vi diciamo i numeri che fanno arrabbiare la Tunisia

Il primo gennaio in Tunisia sono aumentate le tasse su tutto. E meno di una settimana dopo, nel paese culla delle rivolte arabe del 2011, unico sopravvissuto a quell’éra di dissenso, i manifestanti sono tornati nelle strade. Sono oltre 200 le persone arrestate da lunedì, decine i feriti, e negli scontri con la polizia è morto un uomo. Ci sono state proteste in città impoverite come Tebourba, a ovest di Tunisi, e Kasserine, nel centro, e anche a Sidi Bouzid, dove nel dicembre 2010 si diede fuoco il venditore di verdure Mohamed Bouazizi, 26 anni, innescando le proteste che portarono a rivoluzioni in tutta la regione.

    

Gli aumenti dei prezzi e imposte in una Tunisia in cui l’economia non si è mai ripresa dagli eventi del 2011 toccano tutti gli aspetti della quotidianità. Se secondo Index Mundi i tunisini tra i 15 e i 24 anni rappresentano il 15,5 per cento della popolazione, e il tasso di disoccupazione giovanile è al 35 per cento, è facile capire come un semplice aumento di 0,140 dinari – 0,0047 euro – dei servizi di telefonia e internet possa accendere la rabbia.

   

Il supermercato Carrefour di Ben Arous, vicino Tunisi, svaligiato ieri (LaPresse)


In Tunisia sono aumentati da dieci giorni i prezzi di moltissimi servizi e beni di consumo, per effetto della Finanziaria del 2018. Ci sono nuove accise su prodotti che rappresentano la quotidianità di tutti: i prezzi di cioccolata, dolci, biscotti e gelati sono saliti del 10 per cento, quelli del caffè e del the, bevande consumate in maniera massiccia nel mondo arabo, del 25 per cento. Stesso aumento per i profumi e i prodotti di bellezza e per le automobili. I dazi doganali su certi prodotti agricoli prima esonerati salgono da 0 a 15 per cento. Il documento del governo cita il caso delle banane: il dazio passa da 0,5 a 0,6 dinari al chilo (0,16 euro). L’Iva cresce per alcuni prodotti dal 6 al 7 per cento, per altri dal 12 al 13, e per altri ancora dal 18 al 19. Il ministero dell’Energia ha annunciato un aumento di benzina e gasolio al litro.

      

Le manifestazioni non sono in realtà una sorpresa. Il malcontento nel paese fermenta da mesi: a novembre una donna, madre di cinque figli, ha replicato il gesto del venditore di verdure del 2010, dandosi fuoco a causa delle difficoltà economiche a Sejnane, nel nord. La disoccupazione è al 12 per cento, l’inflazione al 6 per cento, il salario minimo attorno ai 130 dollari al mese. E benché la Tunisia sia sopravvissuta quasi indenne se paragonata a Libia, Siria ed Egitto, alla transizione post-rivoluzionaria, i suoi governi non sono mai stati in grado di affrontare la difficile situazione economica e la necessità di riforme strutturali.

   

Dietro la nuova austerity, concetto poco conosciuto nel mondo arabo dei sussidi statali, c’è il primo ministro Youssef Chahed, nominato dall’anziano presidente Beji Caid Essebsi. Ingegnere agronomo, a settembre davanti al Parlamento Chahed ha annunciato queste riforme strutturali – richieste prima di tutto dal Fondo Monetario Internazionale, in cambio di un pacchetto di aiuti finanziari – e chiesto ai tunisini di prepararsi a un periodo di difficoltà e ristrettezze.

    

Il suo, ha detto, sarà un “governo di lotta” per sgonfiare l’inflazione, il deficit di bilancio, ingrossare il pil e portare a termine una “rivoluzione economica”. “Il popolo tunisino che, dopo la rivoluzione del 2011 ha compiuto il miracolo della transizione democratica, è capace di un secondo miracolo economico per creare la ricchezza e realizzare il sogno tunisino”. La retorica rivoluzionaria applicata all’austerity, però, non sembra aver avuto presa sulle periferie più frustrate e impoverite del paese. E neppure su quei sindacati che, dopo essere stati i protagonisti della lotta per l’indipendenza degli anni ’50 e della rivoluzione nel 2011 ora si oppongono a ogni riforma. Presenti e organizzati in tutte le cittadine del paese, le associazioni dei lavoratori sono una vera forza in Tunisia. 

   

“I sindacati tunisini vincitori del premio Nobel bloccano il paese”, ha sentenziato pochi mesi fa il britannico Economist, secondo il quale una delle più pesanti zavorre contro la crescita in Tunisia è una gigantesca burocrazia, proprio quella che il Fmi chiede oggi di ridimensionare. Invece, “sotto la pressione dell’Ugtt – il più potente sindacato del paese – lo stato dopo la rivoluzione ha iniziato una campagna di assunzioni, aggiungendo decine di migliaia di scribacchini. Circa 800mila tunisini ora lavorano per il governo, su una forza lavoro totale di 4 milioni. I salari pubblici si mangiano quasi il 14 per cento del pil, tra le più alte percentuali al mondo”.

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