Dov'è finito l'Isis?

Daniele Raineri

Spazzato via dalle città arabe che controllava, lo Stato islamico sopravvive tra le notizie minori ma ha un piano per tornare e riprendersi tutto, a cominciare dalla periferia del suo ex Califfato

Dov’è finito lo Stato islamico? Se il 2016 era stato l’anno del suo declino violento, il 2017 è stato l’anno in cui il cerchio si è chiuso: il gruppo terroristico che era riuscito a diventare uno stato di polizia ultra-islamista e a estendere il suo controllo su regioni intere della Siria, dell’Iraq e della Libia è tornato a essere soltanto un gruppo terroristico, dopo essere stato spazzato via in una serie di battaglie urbane violentissime. I suoi reduci in molti casi si sono nascosti assieme a scorte di armi e munizioni per continuare a combattere, in altri casi hanno disertato e sono fuggiti, in alcuni casi ancora sono riusciti ad attraversare confini e mettersi in salvo dalla caccia in corso un po’ dappertutto, oppure sono stati catturati e condannati a morte, o infine sono riusciti a tornare nei paesi da dove erano partiti. Non passa una settimana senza che nelle zone liberate la polizia irachena scopra fra le luci delle telecamere un deposito interrato di armi con centinaia di fucili d’assalto, caricatori e panetti di esplosivo chiusi dentro barili di plastica e seppelliti sotto una gettata sottile di cemento, in attesa di essere riportati in superficie con pochi rapidi colpi di piccone. Chissà quanti di questi depositi sono ancora da scoprire, se ne troveranno per decenni: l’idea è quella delle organizzazioni “stay-behind” che gli eserciti preparano nei propri territori e poi possono attivare in caso di invasione nemica.

 

Ogni settimana la polizia irachena scopre un deposito di armi che era stato sotterrato dai terroristi per preparare il "dopo"

Adesso sappiamo che dal fondo della sua nuova condizione di clandestinità lo Stato islamico medita vendetta e di riprendersi tutto quello che ha perduto. Il giorno prima di Natale uno dei suoi ideologi dal nome suggestivo di Abu Hamza al Rumi – il Romano, perché Roma è un luogo profetico che eccita la fantasia del gruppo – ha pubblicato un saggio breve per spiegare “come fare”. Al Rumi parla della necessità di tornare a quelli che lui chiama i giorni delle Zarqawiyyat, che è un neologismo molto in voga tra gli estremisti per indicare la dottrina militare del loro padre fondatore Abu Musab al Zarqawi, usata in Iraq a partire dal 2003 con danni enormi. In italiano potremmo tradurre “tornare ai giorni delle zarqawate”: attentati continui, stragi a sorpresa, sabotaggi, catene ininterrotte di omicidi.

 

L’ideologo scrive che le ultime battaglie in Siria e in Iraq non sono state delle vere sconfitte perché hanno lasciato un nemico debolissimo e che la sicurezza nelle città è soltanto apparente, fragile “come una tela di ragno”. In particolare, spiega che Zarqawi aveva visto giusto – dal punto di vista dei terroristi, s’intende – quando dopo l’invasione degli americani aveva adottato senza esitazioni un piano privo di ogni freno morale che imponeva di infliggere i maggiori danni possibili con i metodi più cruenti “a disposizione dei mujaheddin, quindi i veicoli bomba, le trappole esplosive e le operazioni suicide”. Grazie a questo caos sanguinoso, “Zarqawi voleva impedire che il governo iracheno diventasse stabile come gli altri governi arabi” che da decenni tenevano a bada con successo (più o meno) i movimenti islamisti grazie alla repressione dei servizi segreti e delle forze di sicurezza, e che diventasse abbastanza solido da condurre una lotta efficace al terrorismo. Zarqawi invece “… riuscì a tenere l’Iraq in uno stato permanente di guerra e di instabilità, in modo che gli apostati non potessero mai godersi un solo momento di sicurezza”.

 

Questa strategia della devastazione di una nazione intera perseguita in modo scientifico passa per tre fasi successive: nikayah, che sono le operazioni che abbiamo imparato a conoscere in questi anni e può voler dire tutto, dalla decapitazione di un poliziotto alla bomba contro un seggio elettorale; tamkin, che è il consolidamento che arriva quando lo stato collassa e al suo posto s’insediano i guerriglieri; e infine la terza, la proclamazione del Califfato, che è un obbligo pendente sulla testa di ogni buon musulmano secondo la dottrina islamista. Insomma, lo Stato islamico vuole riavvolgere il nastro alla prima zarqawiyyah nell’agosto del 2003 – quando un attentatore arrivato dall’Italia si fece saltare davanti all’ambasciata giordana a Baghdad – e ripetere da capo gli ultimi quindici anni, questa volta a partire non soltanto dall’Iraq dove il pavimento di ogni garage può nascondere un arsenale ma da tutti i luoghi che nel frattempo ha infestato.

 

Un ideologo terrorista insiste a spiegare che è una finta sconfitta, la nuova sicurezza nelle città è debole come "una ragnatela"

Se le armi e l’ideologia ci sono, resta la domanda: dov’è finito lo Stato islamico? Per ora è finito nei trafiletti di giornali lontani. Assieme con il suo vasto territorio, lo Stato islamico ha anche perduto la capacità di produrre grandi reportage nelle pagine internazionali – La battaglia per Mosul! Il fronte di Raqqa! L’avanzata a Sirte! – o almeno lo fa più di rado, vedi per esempio l’attentato fallito di recente a New York. Il culto terrorista continua a operare con intensità e genera una miriade di mini notizie che spesso non escono dalle edizioni locali di giornali stranieri e telegiornali sconosciuti. Accade quello che già era successo in Iraq nel 2009 e nel 2010, quando il gruppo attraversò la sua prima crisi e rischiò l’estinzione. Colpiva a un ritmo che in un paese occidentale sarebbe stato considerato orrendo, circa trenta azioni al mese – e alcuni di queste azioni erano bombe – ma non era più considerato una minaccia reale. Le notizie dei suoi attacchi circolavano nei siti locali iracheni senza essere molto riprese, mentre il posto d’onore nelle news era riservato alle trattative complicate tra il governo di Baghdad e le forze americane che si preparavano a lasciare il paese ma chiedevano di poter restare in qualche base (la richiesta fu lasciata cadere. Migliaia di soldati americani tornarono tre anni dopo per ricominciare la guerra contro lo stesso nemico).

Oggi la situazione è simile a quegli anni di sollievo illusorio. Per esempio, un mese fa un commando dello Stato islamico ha ammazzato un ufficiale dell’intelligence nella capitale del Pakistan, Islamabad. Si tratta di una città molto più ordinata e sicura del resto del paese – ci sono duemila telecamere di sorveglianza montate dal governo – e il fatto che i terroristi abbiano individuato, pedinato e assassinato un agente dei servizi segreti è un pessimo segnale. Lo Stato islamico battuto in Iraq e in Siria ha fatto in tempo ad attecchire in Pakistan? Due mesi prima di quell’omicidio qualcuno sempre a Islamabad aveva appeso una enorme bandiera del gruppo a un ponte pedonale ma, appunto, se ne sono accorti soltanto gli abitanti di Islamabad (che incidentalmente è la capitale dell’unico paese musulmano con la bomba atomica, ma l’allarmismo grottesco è una piaga di questi anni di terrorismo quindi non insistiamo). “Khalifat is coming”, diceva in inglese degradato una scritta sulla bandiera.

"Vorrei che capiste che loro non vogliono negoziare. Togliamo il piede dalla loro gola per un minuto e il mondo cambierà"

Per esempio numero due, negli ultimi dieci giorni ci sono stati tre omicidi mirati a Sirte, in Libia, la ex capitale africana del gruppo liberata nel dicembre 2016, e si pensa che tutti e tre gli omicidi siano azioni dello Stato islamico contro libici che hanno preso parte alla campagna antiterrorismo. Prendere di mira a sangue freddo gli oppositori è un classico da manuale del gruppo, che in passato ha dato a queste azioni nomi in codice tipo “la mietitura” oppure “la guerra dei silenziatori” perché i killer agiscono con pistole silenziate. Zarqawate in Pakistan, zarqawate in Libia. E la strage di ieri vicino a una chiesa in Egitto? Di nuovo, è lo stesso concetto di nikayah.

C’è poi sempre da considerare la geografia delle operazioni, vale a dire che il più delle volte non conta cosa succede ma dove succede. Questa settimana è esplosa una bomba in un supermarket di San Pietroburgo in Russia, ha fatto dieci feriti, è probabile che ne abbiano sentito parlare tutti e Putin lo ha definito “un atto terroristico”. Ma nell’ultimo mese lo Stato islamico ha massacrato più di quattrocento soldati siriani nei combattimenti attorno al fiume Eufrate e non se ne è accorto nessuno o quasi.

Come si fa a conciliare la notizia – vera – che lo Stato islamico in Iraq e in Siria “è stato battuto” con le notizie di nuove e continue “operazioni dello Stato islamico”? Non c’è una reale contraddizione, perché lo Stato islamico è tante cose nello stesso momento. E’ prima di tutto una struttura di comando e controllo ben precisa che spadroneggiava in Iraq e in Siria – e quella è stata sradicata con la forza militare – ma è anche una costellazione di gruppi affiliati che usano lo stesso marchio ma sono sparpagliati in molti luoghi dalla Tunisia all’Afghanistan ed è un apparato di propaganda che ancora resiste ed è pure un’ideologia viva e circolante. Prendiamo il caso afghano, che è illuminante. A partire da ottobre una cellula dello Stato islamico nascosta a Kabul ha già compiuto sette attacchi suicidi per un totale di centotrenta morti, due volte contro lo stesso bersaglio: l’intelligence afghana, l’ultima volta due giorni fa contro la sede di un’associazione culturale sciita. L’organizzazione è in crisi in Iraq, ma a Kabul è in piena forma. Le dichiarazioni molto arroganti dei governatori afghani, che negli anni passati dicevano “lo Stato islamico qui controlla un territorio più piccolo di questo tappeto”, lasciano il posto all’ammissione di essere davanti a un problema serio quanto o forse di più dei talebani. Il Pentagono sta rivedendo le sue valutazioni: all’inizio dell’anno aveva detto che il gruppo in Afghanistan contava circa settecento elementi, adesso dice di averne già uccisi mille – quindi tutti, in teoria, e anche di più – ma che è in espansione. Non importa che lo Stato islamico in Afghanistan a volte tradisca con goffaggine il fatto di di non avere contatti strettissimi con i capi in medio oriente e per esempio intitoli un suo campo d’addestramento alla memoria di “Abu Omar il Ceceno”, un leader che però si chiamava soltanto Omar il ceceno senza Abu davanti. E’ diventato una realtà sul campo, come dice questa bella citazione in un reportage dall’Afghanistan orientale pubblicato a Natale dal New York Times: “Se leghi un talebano a un albero e gli dici che lo Stato islamico sta arrivando, quello scappa via trascinandosi dietro l’albero”.

I gerarchi islamisti sono scappati prima del tracollo, sono stati clienti pregiati per i contrabbandieri di uomini che li hanno aiutati

Ci sono altri fatti che aiutano a capire “dov’è finito lo Stato islamico”. Uno è che la trappola non è scattata, vale a dire che il gigantesco accerchiamento militare in Iraq e in Siria da cui il gruppo non sarebbe dovuto uscire non aveva la tenuta stagna che si sperava. L’enclave che da Mosul e Raqqa si estendeva lungo la valle dell’Eufrate verso sud fino a toccare il confine iracheno e che è stata l’ultimo territorio in mano al gruppo era troppo estesa perché i suoi confini fossero tutti controllati bene, i tanti fronti militari che hanno spazzato via lo Stato islamico dalle sue basi non sono riusciti a evitare che molti sopravvissuti scivolassero tra le linee e provassero a mettersi in salvo, il più delle volte verso nord, verso il confine turco. Un reportage eccezionalmente dettagliato di Mike Giglio per Buzzfeed ha raccontato due settimane fa che i contrabbandieri di uomini molto spesso hanno trasportato persone che facevano esplicitamente parte dello Stato islamico, ma che pagavano troppo bene per non essere servite. Anzi, più erano importanti e nei guai, più erano clienti ambiti e di valore, perché avevano a disposizione molto denaro e avevano l’urgenza di scappare. Così, mentre i rifugiati procedono con lentezza lungo il confine, parecchi gerarchi islamisti a partire dalla primavera – quando ormai era chiaro che il tracollo sarebbe arrivato – si sono comprati una corsia preferenziale per svicolare tra i checkpoint e per superare il muro alla frontiera. Depositati dalle circostanze oltre il confine, ora sono in fuga dalla polizia turca – che fa decine di arresti ogni mese – ma non è detto che appena sarà loro possibile non proveranno a riorganizzarsi. Un secondo elemento è stato descritto bene da un ricercatore specializzato in jihadismo, Aaron Zelin, che in un report appena pubblicato ricorda che durante la sua prima crisi – nel 2009 e 2010 – lo Stato islamico contava circa trecento uomini. Ora, secondo i dati diffusi un mese fa dal Pentagono, ne ha ancora tremila in Siria e Iraq. Il Pentagono poi ha rivisto le stime al ribasso, ma il punto è che il gruppo terrorista questa volta riparte da un livello molto più alto rispetto a quello da cui ripartì sette anni fa, non si potrà parlare di “rinascita dalle ceneri”.

David Ignatius è un columnist del Washington Post sempre bene informato sui fatti del medio oriente, che poi usa per scrivere occasionalmente romanzi di spionaggio, e nel 2008 ha collaborato alla sceneggiatura di un film di Ridley Scott, “Nessuna verità”, che ruota attorno alla caccia a un gruppo elusivo di terroristi islamici. E’ possibile che oggi la risposta alla domanda “Dov’è finito lo Stato islamico” sia nel monologo iniziale, molto secco e bello, che finisce così: “Quello che vorrei che voi comprendeste a fondo è che questa gente non vuole negoziare. Per nulla. Vogliono che il califfato universale sia infine stabilito sulla faccia della Terra e vogliono che ogni infedele sia convertito oppure morto. Così, quello che è cambiato è che questo nemico che crediamo poco sofisticato ha scoperto questa verità poco sofisticata: siamo un bersaglio facile. […] Togliamo il nostro piede dalla gola di questo nemico per un minuto e il nostro mondo cambierà completamente”.

Di più su questi argomenti:
  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)