Il borghese catalano Artur Mas chiude un’èra

L'ex presidente catalano, lascia il suo partito. E' la fine del dominio della borghesia

Il borghese catalano Artur Mas chiude un’èra

Artur Mas (foto LaPresse)

Milano. Sotto le periodiche fiammate anarcoidi e comunarde, la brace è sempre quella: mercoledì, oggi e domani, se dici Catalogna, dici borghesia. E, se dici borghesia catalana, dici Artur Mas. Mascellone rasatissimo, sobri completi sartoriali, contegno noiosetto anzichenò, studi al liceo francese di Barcellona e poi in Economia, vacanze a Minorca stessa-spiaggia-stesso-mare da quando è bambino, inclinazione “business friendly” (parole sue) quando si è trovato a governare la Catalogna e ha segato il welfare: Mas è un archetipo. Per questo sono importanti le sue dimissioni da presidente del PDeCat, il Partit demòcrata europeu català guidato da Carles Puigdemont. Il PDeCat, figlio di Convergència democràtica de Catalunya, è l’ultima incarnazione del partito di raccolta di quella borghesia con “vuit cognoms catalans”, con otto cognomi catalani, e quindi con tutti e quattro i nonni nati tra Cadaqués e Tortosa. Succeda quel che succeda – forse niente, in realtà, visto che l’altro ieri il PDeCat ed Esquerra republicana hanno raggiunto un preaccordo di governo ancora da precisare – l’addio di Mas è comunque una notizia di quelle che chiudono, almeno emotivamente, un ciclo storico.

 

Infatti è lui, Artur Mas i Gavarró, quello che ha inventato l’indipendentismo catalano degli ultimi anni, quello che ha condotto ai referendum autoproclamati e allo spettacolo inedito di due leader (Puigdemont e Oriol Junqueras) che guidano la campagna elettorale l’uno da Bruxelles e l’altro da una cella. L’indipendentismo c’era già, naturalmente, ma era quello di Esquerra republicana, minoritario e di sinistra, più incline a intendersi – ton sur ton, rosso su rosso – con i socialisti unionisti che con il centrodestra autonomista di Convergència, in cui militava Mas. Nel 2012, però, cominciarono a crepitare scandali legati alla corruzione intorno al pater patriae della Catalogna, Jordi Pujol, che aveva condotto la sua Convergència a un’egemonia durata dal 1980 al 2003. Per questo, si dice, il delfino e successore di Pujol, Artur Mas, allora presidente catalano, abbracciò nello spazio di un mattino l’indipendentismo, rinnegando la moderazione autonomista che, con trattative e ricatti, aveva garantito alla Catalogna l’autogoverno e vantaggi economici formidabili. Il rivoltagiubba Mas, in altre parole, si sarebbe trasformato in indipendentista per sviare l’attenzione dai guai giudiziari del suo partito.

 

C’è qualcosa di vero in questa ricostruzione, ma ridurre l’onda indipendentista al tentativo di salvare le trippe di Convergència dai fendenti dei giudici, cambiando sovraccoperta all’agenda e poi nome al partito, significherebbe attribuire a Mas un carisma luciferino di cui non è provvisto: il secessionismo stava già tracimando per conto suo. Senz’altro, però, Mas ha traghettato un pezzo importante di borghesia verso l’indipendentismo. Beninteso: non si parla di radical chic – quello è più il campo di gioco di Esquerra Republicana – ma di nonne barcellonesi con la permanente e di signori all’antica del notabilato di provincia, di piccoli imprenditori della Costa Brava con gli occhiali vistosi e di farmacisti di paese con il negozio dirimpetto alla chiesa. Insieme con questi elettori, Mas ha travasato nell’indipendentismo anche un po’ del leggendario “seny”, cioè della pragmatica assennatezza che, nella vulgata preindipendentista, faceva dei catalani i lombardi di Spagna. Di lì l’organizzazione efficientissima del referendum proibito, che ha disorientato la Guardia civil. Di lì, insomma, quel metodo che non può negare neanche chi considera una pazzia lo strappo secessionista.

 

Già dopo le elezioni del 2015, affrontate da presidente, Mas aveva ceduto il passo: la maggioranza indipendentista dipendeva dall’estrema sinistra dadaista della Cup, la Candidatura d’Unitat Popular, e la Cup un borghesaccio come Mas proprio non aveva voluto accettarlo come capo del governo. Mas propose in sua vece Carles Puigdemont, ma negli snodi più complessi è rimasto lui il manovratore occulto. Ora, però, il presidente con la frangia non ascolta più il suo mentore. Mas ritiene che, avendo ottenuto anche questa volta la maggioranza assoluta dei seggi ma non quella dei voti, il fronte indipendentista debba pensare a un governo solido, congelando per ora la sfida a Madrid. Puigdemont invece vuol fare a tutti i costi il presidente in contumacia.

 

Per questo, oltre che per un suo pressante calendario processuale legato all’indisciplina secessionista, Mas lascia la presidenza del partito. E’ uno sconfitto circondato da macerie: un partito dimezzato che non lo ascolta più, un indipendentismo senza briglie e una società in frantumi. E con lui si chiude un’epoca, quella della borghesia barricadiera. Eppure proprio Mas, per quanto ammaccato, è forse l’unico che potrebbe interpretare una ripartenza moderata, rispolverando il vademecum per l’egemonia della vecchia Convergència. Primo comandamento: la Catalogna è una nazione fondata sulla borghesia. E, se dici borghesia, dici Artur Mas.

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