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Scontri interni e fuffa freudiana dietro la guerra del bottone di Trump

La risposta via Twitter del presidente a Kim Jong-un segnala il vuoto strategico sul dossier coreano di un'Amministrazione in cui convivono almeno tre linee diverse

3 Gennaio 2018 alle 20:34

Scontri interni e fuffa freudiana dietro la guerra del bottone di Trump

Donald Trump (foto LaPresse)

New York. Una giornata presidenziale che inizia con la richiesta di mettere in prigione un consigliere di Hillary Clinton, prosegue con l’attribuzione a sé del merito della sicurezza dell’aviazione civile, butta lì minacce di chiusura dei finanziamenti esteri a Pakistan e Palestina, attacca il New York Times e annuncia un premio speciale “per i media più disonesti e corrotti dell’anno” facilmente si conclude con una gara con Kim Jong-un a chi ha il bottone nucleare più grosso. Il tweet di Donald Trump è ormai letteratura: “Il leader nordcoreano Kim Jong-un ha detto che il ‘bottone nucleare è sempre sulla sua scrivania’. Qualcuno nel suo esausto e affamato regime potrebbe informarlo che anche io ho un bottone nucleare, ma è molto più grande e potente del suo, e il mio bottone funziona”.

 

 

Le implicazioni freudiane di questa guerra dei bottoni non sono sfuggite agli osservatori, ma poiché ci sono di mezzo le minacce di una guerra nucleare, l’umore si è fatto rapidamente nero. Il problema, tuttavia, non è il combattimento retorico via Twitter con il dittatore che nel discorso di capodanno ha detto ciò che ci si aspettava, quanto il vuoto strategico sul dossier coreano che il tweet segnala. Nell’Amministrazione Trump convivono almeno tre linee diverse su Pyongyang. Il segretario di stato, Rex Tillerson, qualche settimana fa ha ribadito che l’America è pronta a sedersi a un tavolo con il regime senza precondizioni: “Possiamo parlare del tempo, se volete, oppure se negoziare su un tavolo tondo o quadrato”, l’importante è trovarsi faccia a faccia, e da lì si vedrà se si può costruire un percorso negoziale credibile. La Casa Bianca ha castigato questo approccio, e Trump si è così esercitato una volta ancora in una delle attività predilette, smentire Tillerson. Proprio su una divergenza diplomatica intorno a Pyongyang la tensione fra i due era affiorata pubblicamente per la prima volta.

  

L’offerta di dialogo della Corea del sud ha scatenato poi un’altra linea diplomatica, opposta a quella di Tillerson, guidata dall’ambasciatrice all’Onu, Nikki Haley, che ha ribattuto: “Non prenderemo sul serio nessun dialogo se non faranno nulla per mettere al bando tutte le armi nucleari della Corea del nord. Lo consideriamo un regime scriteriato. Non pensiamo che serva un cerotto oppure un sorriso e una fotografia”. Secondo questa linea, la denuclearizzazione è la precondizione per qualunque dialogo, e dunque la critica americana rimbalza anche sugli alleati americani del sud: una delle poche cose su cui la maggior parte degli analisti concorda è che il regime di Kim Jong-un sta tentando di seminare discordia fra Washington e Seul.

 

Il tweet di Trump sulla grandezza e il funzionamento del suo bottone non sarà magari una “minaccia esistenziale all’umanità”, come l’ha definita il direttore del Bulletin of the Atomic Scientists, John Mecklin, ma svela involontariamente lo stato di confusione strategica in cui versa la Casa Bianca. Infine, la minaccia nucleare via Twitter contiene l’intera questione comunicativa di Trump, che in questi giorni sta cinguettando su qualunque scenario in qualunque momento. Il presidente, ormai si dovrebbe sapere, twitta essenzialmente per distrarre, deviare, lanciare un osso alla sua base elettorale o soltanto per reagire a un servizio di Fox News consumato in tarda serata, ma talvolta gli analisti si confondono e trattano le sue esternazioni come punti di una strategia che vanno soltanto collegati in modo logico. Qualcuno disseziona e censisce per trovare la verità nascoste. David Ignatius, ad esempio, sul Washington Post trattiene l’ammonimento all’Iran (“gli Stati Uniti vi guardano”) come una valida presa di posizione politica. Ma più spesso le tweetstorm sono soltanto riflessi condizionati e pensieri reattivi a conclusione di una giornata particolarmente nervosa.

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Commenti all'articolo

  • tamaramerisi@gmail.com

    tamaramerisi

    03 Gennaio 2018 - 21:09

    Non sono affatto d'accordo colla tesi dell'articolo. Lungi dall'essere confusione strategica, per me la tattica è perfetta, e getta in confusione semmai il dittatore ciccione (e con purtroppo pure gli europei, confusi già di loro pel pregiudizio su Trump, che pregiudica gli indici di gradimento di chiunque esca dal coro, di idiozie. Ma soprattutto causa antiamericanismo (=antisemitismo) vecchio come il cucco, direi come il continente.

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  • branzanti

    03 Gennaio 2018 - 21:09

    Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi Henry Kissinger del caos totale che caratterizza la politica (si fa per dire) estera di questa amministrazione.

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