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Il discorso sullo stato dell'Unione di Juncker e il vertice di Bratislava. L’Ue tenta di rilanciarsi

Bruxelles vuole ripartire dopo lo choc inglese ma rischia di innescare nuove “exit”. La Merkel intanto ha un piano per salvare almeno la riunione di venerdì il Slovacchia.

14 Settembre 2016 alle 09:24

Il discorso sullo stato dell'Unione di Juncker e il vertice di Bratislava. L’Ue tenta di rilanciarsi

La cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Oggi Juncker tiene il suo annuale discorso sullo stato dell’Unione (foto laPresse)

Strasburgo. Alla vigilia del discorso sullo stato dell’Unione europea di Jean-Claude Juncker e tre giorni dal vertice informale dei capi di stato e di governo sul dopo- Brexit, gli investitori che vengono consultati ogni mese da Bank of America-Merrill Lynch hanno espresso un verdetto devastante sulla crisi che sta attraversando l'Europa. Secondo il loro rapporto, “la disintegrazione dell’Ue” è considerato il “rischio di coda” maggiore a livello globale: più di Donald Trump alla Casa Bianca e di una nuova svalutazione da parte della Cina. Il dato registrato questo mese (23 per cento) è in crescita rispetto ad agosto. La Brexit c’entra, ma solo in parte. Perché il voto dei britannici non è solo il sintomo del malessere dei cittadini nei confronti dell’Ue. E’ anche il risultato di un fenomeno più grave, che va ben oltre la capacità dei partiti populisti antieuropei di influenzare l’opinione pubblica. Tra divergenze politiche e spaccature geografiche, ormai sono gli stessi governi dell’Ue ad alimentare le forze centrifughe che portano alla disintegrazione. Nord contro sud sull’economia e l’austerità, est contro ovest sui rifugiati e l’identità, socialdemocratici contro liberali e popolari sul libero commercio: i conflitti sui temi decisivi di questa epoca hanno assunto una dimensione ideologica tale da non permettere più quei compromessi su cui si è costruita l’Ue.

 

La gestione del divorzio dal Regno Unito è l’ennesimo esempio dell’incapacità degli europei di intendersi sulle questioni di fondo. La Commissione europea, la Francia, il Belgio e il Lussemburgo sono determinati a punire i britannici per dimostrare che non c’è futuro fuori dall’Ue. Tedeschi, olandesi e scandinavi, per contro, vorrebbero evitare di autoinfliggere ulteriori danni a un continente sempre più fragile. Ma, aldilà della Brexit, le grandi fratture ideologiche si allargano. La riunione anti-austerità del Club Med organizzata da Alexis Tsipras a Atene è stata vissuta dalla Germania come una sfida diretta alla linea di responsabilità sui conti pubblici, malgrado la dichiarazione finale dei leader del Mediterraneo non contesse alcun elemento rivoluzionario. La scorsa settimana, i paesi del gruppo di Visegrad — Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia — hanno promesso di smantellare l’attuale Unione, colpevole di aver imposto lo quote sulla ridistribuzione dei rifugiati, e di mettere in discussione l’identità cristiana del vecchio continente. Il ministro degli Esteri del Lussemburgo, Jean Asselborn, ha risposto invitando i suoi colleghi a cacciare da un club già mutilato a causa della Brexit anche l’Ungheria del ribelle Viktor Orbán. “Non possiamo accettare che i valori fondati dell’Ue siano violati in modo così grave”, ha detto Asselborn alla Welt: “Chiunque come l’Ungheria costruisca muri contro i rifugiati o violi la libertà di stampa e l’indipendenza del sistema giudiziario dovrebbe essere escluso dall’Ue temporaneamente, o se necessario per sempre”.

 

Oggi toccherà a un altro lussemburghese, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, proporre alcune soluzioni per uscire dalla grande crisi in cui l’Ue è piombata. Piano di investimenti portato a 500 miliardi, migration compact da 30 miliardi, nuove regole per il settore delle telecomunicazioni, copyright da far pagare a Google: la lista degli annunci di Juncker non ha nulla di nuovo. Per avvicinare i cittadini all’Europa e smentire la storia secondo cui l’Ue va a braccetto con le élite, nel suo discorso sullo stato dell’Unione oggi Juncker dichiarerà guerra alle multinazionali, colpevoli – ai suoi occhi – di non pagare sufficienti tasse. Il presidente della Commissione è incurante del rischio di provocare altre due “exit”: l’uscita di un paese come l’Irlanda, che vede l’offensiva di Bruxelles come un’intrusione inaccettabile alla propria sovranità fiscale sancita solennemente dal Trattato, e la fuga degli investimenti di colossi come Apple, che non possono operare senza certezza giuridica o dove la fiscalità è opprimente.

 

Gideon Rachman, columnist del Financial Times che non può essere tacciato di euroentusiasmo, ieri ha dovuto ricorrere a una vecchia proposta di alcuni europeisti per cercare di mettere ordine nell’Ue del dopo Brexit: un’Europa a due velocità, con un cerchio centrale formato dai federalisti pronti a lanciarsi sulla strada dell’integrazione politica (Germania, Italia, Belgio, Spagna e forse Francia) e un cerchio esterno composto da anti federalisti e sostenitori del mercato interno (Irlanda, Olanda, Svezia, Danimarca, gran parte dell’est europeo e forse il Regno Unito se questo compromesso farà cambiare idea ai britannici sulla Brexit).

 

La cancelliera tedesca, Angela Merkel, che ha lavorato tutta l’estate per cercare un consenso al vertice di Bratislava che si tiene venerdì ha ambizioni più modeste di Rachman. Secondo le indiscrezioni di Politico, all’ultimo G20 Merkel si è resa conto che il resto del mondo vede l’Europa come vecchia, debole e precaria. Ora sarebbe alla ricerca di un “wow factor” che permetta di rilanciare l’Ue a ventisette. A Bratislava, dovrebbe benedire l’embrione di un’Europa della Difesa, che appare oggi come l’unico minimo comun denominatore dei 27. Ma difficilmente un centro di comando militare europeo con sede a Bruxelles stupirà il mondo, che guarda gli europei dividersi sulle sanzioni alla Russia, il conflitto in Siria, l’accordo di libero scambio con gli Stati Uniti o la politica commerciale con la Cina.

 

L’Ue oggi non è nemmeno in grado di trovare un compromesso su un candidato comune per il posto di segretario generale dell’Onu, che spetterebbe a un paese dell’est. La Francia sostiene il portoghese Antonio Guterres, che ha poche possibilità perché non viene dall’Europa orientale che, secondo le regole non scritte dell’organismo, dovrebbe esprimere e ottenere il candidato vincitore. La Germania e la Commissione vorrebbero la bulgara Kristalina Georgieva, vicepresidente della Commissione conosciuta per il suo impegno in campo umanitario e le competenze acquisite alla Banca Mondiale. Ma il premier di Sofia, Boyko Borissov, ha deciso di confermare la candidatura di Irina Bokova, attuale direttrice dell’Unesco, malgrado l’opposizione di buona parte dell’occidente per la vicinanza con la Russia. La ragione? Un piccolo partito nato da una scissione interna ai comunisti bulgari minaccia di staccare la spina al governo Borissov se sceglierà Georgieva al posto di Bokova.

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