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Profiling e centri di comando

Lo specialista israeliano in aeroporti ha la ricetta per la sicurezza in Belgio

Troppo amore per la liberté e disprezzo per il controllo degli estremisti, così la politica ha reso Bruxelles inerme

25 Marzo 2016 alle 06:18

Lo specialista israeliano in aeroporti ha la ricetta per la sicurezza in Belgio

Due militari pattugliano l'aeroporto di Bruxelles

Roma. Poche settimane fa il governo del Belgio ingaggia una compagnia di sicurezza israeliana, la Isds, per avere una consulenza su come proteggere l’aeroporto di Zaventem – indicato come un possibile bersaglio dello Stato islamico – scrive il sito Debkafile. Gli esperti israeliani stilano una lista di raccomandazioni urgenti, ma il governo belga non le segue o comunque si muove in ritardo e martedì 22 lo Stato islamico fa esplodere due bombe vicino ai banchi del check-in. Debkafile è un sito che spesso pubblica notizie poco accurate e il fondatore e proprietario della Isds, Leo Gleser (“si scrive con una s sola, a noi ebrei non piace la doppia s”), smentisce con il Foglio: “Non siamo noi, anche se in passato abbiamo lavorato con il governo del Belgio”. Gleser ha 67 anni, si occupa di sicurezza da tutta la vita e lo ha fatto anche negli aeroporti per conto della compagnia di bandiera israeliana El Al – pure a Roma Fiumicino nel 1974 e ’75 (li definisce “anni molto interessanti”, fu subito dopo un attacco palestinese che provocò la morte di 34 persone). La sua compagnia addestra le forze speciali come il Sas inglese, il Gsg9 tedesco e altri –  “anche un gruppo dei vostri carabinieri” –  impiegate nelle operazioni antiterrorismo dentro gli aeroporti europei. Al momento è impegnata a organizzare le misure di sicurezza che quest’estate proteggeranno Rio de Janeiro in Brasile durante le Olimpiadi.

 

Che cosa è andato male a Bruxelles? “L’Europa soffre per colpa della politica debole e del suo amore per la liberté. I vostri politici non capiscono la situazione e ancora non vogliono accettare che dovete cambiare. Non sto dicendo che ci vuole una dittatura, ma prendiamo per esempio la questione del profiling: individuare persone sospette e sottoporle a un controllo, fermare persone a campione, fare domande, e farlo di nuovo e ancora se necessario. Compilare liste di sospetti. Il profiling è la base essenziale della sicurezza, ma in Europa è considerato un attentato alla libertà personale. Dovete capire che quando un terrorista esce in missione ormai è tardi, è armato, magari ha una bomba, è determinato a uccidere e a farsi uccidere. Andava fermato prima”. Sì, però può fare un caso pratico? “Certo. Brahim al Barkaoui, uno dei due fratelli che si sono fatti esplodere a Bruxelles, che la Turchia ha arrestato e rispedito indietro la scorsa estate. E’ tornato in Europa e ha fatto perdere le sue tracce, è sparito nella folla e ha passato il tempo a organizzare una strage. Com’è possibile? Era un criminale con precedenti, era stato fermato sul confine siriano. Bisognava mettergli dietro intelligence e polizia, che avrebbe dovuto fermarlo, identificarlo, fargli domande e poi daccapo. Vale per i terroristi, ma funziona anche con i criminali oppure con chi commette violenze sessuali. Devi tenere i terroristi sempre occupati, identificarli: non devono avvicinarsi a un potenziale bersaglio senza essere già stati identificati. Si devono sentire sorvegliati e sotto pressione, così non hanno il tempo e la determinazione e la tranquillità per preparare attentati. Se tu non vai dietro a loro, loro vengono dietro a te. Così funziona in Israele. Non c’è una terza via in queste cose. Invece il governo belga ha voluto giocare al ‘nice boy’, al bravo ragazzo. Perché il profiling è una pratica accusata di far sentire un gruppo, per esempio gli arabi, come individui di seconda classe. Dovrebbe invece essere una prassi normale. Il Belgio poi è un caso grave. In Italia avete la mafia, avete avuto il terrorismo per decenni, siete più avanti, ma Bruxelles è ancora impreparata e inerme”.

 

Cosa avrebbero dovuto fare i belgi? “In Israele noi siamo organizzati con centri di comando e controllo. Parliamo di Roma, così si capisce meglio. A Roma ci sono tante aree. Aeroporto, centro politico, luoghi turistici: ognuna dovrebbe cadere sotto la responsabilità di un centro di comando e controllo locale, che è quello che reagisce in caso di attacchi o minacce, e che a sua volta fa capo a un comando generale. Tutti sanno sempre cosa fare, che è la sensazione che provo quando volo El Al (la compagnia di bandiera israeliana, ndr), so che dal pilota allo steward tutti sanno cosa fare. E i luoghi-bersaglio dovrebbero essere circondati da strati di sicurezza come una cipolla. Un terrorista non può arrivare al check-in. Chi si avvicina, passeggeri, turisti, anche i piloti, deve passare per controlli  prima di diventare una folla”. Parla di un’Europa simile a Israele. “No, voi avete soltanto lo Stato islamico, è più semplice, io posso nominare almeno venti gruppi che da noi sono altrettanto pericolosi”

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