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Asimmetrie Usa: a destra apocalisse, a sinistra dibattito adulto

I grandi giornali di ispirazione liberal, capeggiati dal New York Times, danno un'immagine "particolare" dello scontro tra repubblicani e democratici

17 Gennaio 2016 alle 06:01

Asimmetrie Usa: a destra apocalisse, a sinistra dibattito adulto

Donald Trump e Ted Cruz (foto LaPresse)

New York. Al dibattito dei repubblicani di giovedì sera Donald Trump e Ted Cruz hanno abbandonato le finzioni diplomatiche e se le sono date di santa ragione. Non è stato uno spettacolo edificante dal punto di vista politico, specialmente quando si sono messi a battibeccare sulla cittadinanza canadese di uno, la madre scozzese dell’altro e altre facezie risibili. Il resto della disputa è andato come può andare una discussione in cui uno parte al grido di “non sono arrabbiato, sono molto arrabbiato!” e l’altro risponde a tono. Quello dell’altra sera non è che un trailer del film della campagna elettorale repubblicana, che certo non è una passeggiata di salute, ma quando queste frizioni biliari vengono più esplicitamente galla il commentatore mainstream, tendenza liberal, gode nell’esagerare la rappresentazione del conflitto.

 

Frank Bruni, opinionista liberal del New York Times, scrive che “i due frontrunner non si sono soltanto affrontati, come ci si aspettava. Si sono dati un’occhiata truce e si sono strigliati con tale velenosità che all’inizio è stato ipnotico, poi terribile, infine soltanto triste. Molto, molto triste”. Bruni dice che l’intera “traiettoria delle primarie repubblicane è stata quella di un crescente pessimismo”, parla di “acrimonia” e “meschinità”, di toni “orrendi” e “sciocchi”, di scontri dominati da “ego e vetriolo”, che hanno raggiunto “il nadir della bruttezza” nel dibattito della North Carolina, cosa che infonde un senso di sofferenza e incredulità nella persona perbene: come è stato possibile che si sia ridotto così uno dei due partiti della più grande democrazia della storia umana? Di materiale ne hanno fornito generosamente i candidati, s’intende, ma la riduzione del dibattito a guaito subumano è stata possibile anche grazie al racconto di quelli come Bruni, che sono i primi tifosi di Trump, Cruz e delle loro iperboli che spaccano il partito repubblicano. Anche il partito democratico ha le sue spaccature profonde, che hanno a che fare con l’identità della sinistra, non appena con uno scontro fra persuasioni divergenti, eppure nella vulgata si è determinata una particolare asimmetria. I repubblicani sono perduti in una bolgia infernale, una guerra termonucleare che non avrà effetti limitati alla presente campagna elettorale ma proietterà le sue radiazioni mortali sulle generazioni conservatrici a venire.

 

[**Video_box_2**]I grandi giornali di ispirazione liberal, capeggiati dal New York Times, vedono uno scontro cruento fra caratteri infiammabili e lo raccontano come un’apocalisse senza ritorno. Nello stesso racconto i democratici sono invece impegnati in un costruttivo dialogo sulle sfumature dell’identità della sinistra moderna, un esercizio da adulti denso di autocritica e spirito di collaborazione, dove non ci si perde in attacchi personali sulle email di Hillary Clinton, ma si discute a tutto campo dei temi che contano. Ora il socialista Bernie Sanders si sta allargando un po’ troppo nei sondaggi per i gusti di Hillary, ma fino a pochi giorni fa i tifosi dell’una ringraziavano l’altro per il vitale dinamismo che porta nel dibattito, e quello ricambiava con garbo. Ross Douthat, columnist conservatore del Times, nota tuttavia che “il rivale socialista di Hillary è tecnicamente più a sinistra di quanto Trump è a destra”, ed è complicato dissentire: Bernie vorrebbe smontare le banche d’affari di Wall Street, rendere il college gratuito, introdurre il sistema sanitario single-payer, in stile europeo, allargare enormemente il welfare e alzare le tasse, insomma vorrebbe riforme d’ispirazione socialdemocratica e radical che afferiscono a una tradizione estranea a quella dei liberal americani, a cui Hillary fa riferimento. E’ una differenza enorme. Ma nel generale impegno dei commentatori a raccontare il “nadir della bruttezza” repubblicana, queste differenze si nascondono, non è difficile rappresentarle come piccole frizioni di stile all’interno di un partito unito come non mai.

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