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Primarie americane, i calcoli del magnate Bloomberg e gli anticorpi del sistema

Il fondo di verità dietro la leggenda del terzo candidato che arriva sul cavallo bianco per correggere le perversioni del bipolarismo statunitense

26 Gennaio 2016 alle 11:23

Primarie americane, i calcoli del magnate Bloomberg e gli anticorpi del sistema

Michael Bloomberg (foto LaPresse)

New York. Inesorabile e ciclico come il giorno della marmotta in quel film con Bill Murray, anche in questa tornata elettorale affiora l’ipotesi di una candidatura indipendente di Michael Bloomberg, il più facoltoso e affidabile dei tecnocrati su piazza. Puntuale anche l’annotazione che viene preventivamente proposta agli scettici di questa operazione: questa volta è diverso. Già parecchi anni fa l’interessato ha esplicitato la pragmatica logica che anima il suo ragionamento: se dalle primarie escono candidati estremi significa che al centro si apre uno spazio di malcontento e indecisione elettorale che può essere facilmente colmato da un magnate socialmente liberal ed economicamente conservatore che ha governato con successo e senza fanatismi ideologici la città più importante e complicata d’America.

 

A Bloomberg non basta presentare una piattaforma  credibile, serve una piazza ingombra di candidati pazzoidi e pericolosi per vendersi efficacemente come salvatore della patria. L’ascesa di Bernie Sanders all’estrema sinistra di Hillary e il dominio di Donald Trump a destra – seguito dal non meno estremo Ted Cruz – potrebbero creare le condizioni per una tempesta perfetta, pensa Bloomberg, che ha fatto sapere con bloomberghiana precisione i termini della sua esplorazione: la decisione sarà presa al più tardi a marzo, e nelle casse ci sono già un miliardo di dollari pronti all’uso. Oggi sembra difficile da credere, ma c’è stato un momento nella campagna elettorale in cui veniva spacciata con qualche credibilità l’idea che le elezioni generali si potessero giocare fra John Edwards e Mike Huckabee, cosa che aveva fatto drizzare le antenne a Bloomberg. Nel 2012 c’è stato un momento analogo, anche la presenza di un presidente alla ricerca di un secondo mandato cambia tutta la dinamica elettorale.

 

La leggenda del terzo candidato che arriva sul cavallo bianco per correggere le perversioni del bipolarismo americano circola almeno dalla nascita del bipolarismo stesso, anno 1854, e nessuno degli indipendenti ha mai ottenuto la presidenza. C’è chi ha raggranellato qualcosa nel collegio elettorale; altri, come Ross Perot nel 1992, hanno deviato voti in modo significativo, ma l’intero sistema elettorale americano è ordinato per favorire uno scontro fra due fazioni larghe, al cui interno tende solitamente a prevalere la sensibilità della maggioranza moderata.

 

[**Video_box_2**]Bloomberg si pone come argine ulteriore nel caso che il fiume della politica esondi, e molti nel campo conservatore dicono che Trump ha già colmato ampiamente la misura. A sinistra Hillary è messa sotto pressione, ma sembra avere gli strumenti per gestire l’avanzata dell’avversario socialista. Bloomberg sulla carta è duttile quanto basta per offrire alternative credibili a chi non voterebbe mai Trump e Sanders. Paladino del mercato e delle politiche per la crescita economica, anarchico in fatto di vita e famiglia, acerrimo nemico di armi da fuoco e cambiamenti climatici, amico di Wall Street ma con un tocco di paternalismo che piace a sinistra, Bloomberg è il candidato indipendente per tutte le stagioni, anche quelle che non arrivano mai. Che questa volta sia diverso lo dice pure il Wall Street Journal, che di Bloomberg è avversario per vari ordini di ragioni: “Siamo stati scettici in passato delle sue candidature, ma i tumulti di quest’anno hanno lanciato le convention fuori dalla finestra”. Le carte sono talmente sparigliate che forse è la volta buona, anche se da Lincoln a oggi il tavolo da gioco della politica americana s’è complicato più d’un paio di volte. E qui risiede la rilevanza storica dell’agitazione intorno a Bloomberg: la sua ipotetica candidatura non getta un dubbio soltanto sulla qualità dei candidati in corsa, ma mette in questione capacità del sistema politico americano di correggere eccessi e idiosincrasie, cosa che ha fatto con costanza per almeno un secolo e mezzo. Nonostante lo “stile paranoico” fissato da Richard Hofstadter, la politica americana tende a rigettare gli eccessi. Il terzo candidato funziona come una rete di salvataggio, e magari Bloomberg sta soltanto ricordando a tutti che c’è qualcosa fra le urne e il baratro che impedirà al paese di precipitare. A volte all’acrobata basta un pro memoria per eseguire l’esercizio senza errori.

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