Pat Buchanan durante la campagna elettorale per le presidenziali del 2000, candidato del Reform Party

Paleoconservatori

Antonio Donno
Parabola di una destra, quella di Pat Buchanan, che sconvolse i piani dei repubblicani americani. I figli sono Trump e Le Pen. Buchanan corse (da destra) alle primarie del 1992, ma a differenza di Trump aveva una una robusta cultura politica.

In un libro del 2002, “The Death of the West: How Dying Populations and Immigrant Invasions Imperil Our Country and Civilization”, il paleoconservatore Patrick Joseph “Pat” Buchanan scriveva parole che oggi suonano profetiche: “Nessuna nazione nella storia ha attraversato un mutamento demografico in così breve tempo ed è rimasta la stessa nazione. (…) Un’immigrazione incontrollata minaccia di sgretolare la nazione che abbiamo costruito e di convertire l’America in un conglomerato di persone che non hanno quasi nulla in comune”, un’America balcanizzata. Buchanan scriveva queste parole dopo i fatti dell’11 settembre e li leggeva alla luce del progressivo decadimento della tradizione politica che aveva cementato nel tempo i valori fondanti la Repubblica americana.

 

Un’eco di quell’analisi si ritrova oggi nelle posizioni di Donald Trump a proposito della sua richiesta di chiusura delle porte dell’America ai musulmani e altre corbellerie di questi ultimi giorni? In realtà, vi è un abisso tra ciò che Pat Buchanan sosteneva e le sparate odierne di Trump. Trump è un personaggio privo di qualsiasi cultura politica, mentre Buchanan proviene dal cuore della tradizione politica della Old Right americana. Anzi, il suo paleoconservatorismo si pone addirittura come un antecedente della stessa Old Right che si coalizzò durante gli anni del New Deal e contro il New Deal stesso. Ciò detto, di recente Buchanan ha detto di riconoscere molte delle sue battaglie culturali ed economiche nei discorsi di Trump in America e di Marine Le Pen in Francia. Si tratterebbe di movimenti uniti dalle stesse forze globali: “Il nazionalismo, il tribalismo, la fede, sono le forze oggi trainanti, e stanno sgretolando le istituzioni transnazionali in tutto il mondo”.

 

Il carattere principale del paleoconservatorismo di Pat Buchanan è l’isolazionismo, il rifiuto di compromettere gli Stati Uniti negli affari politici e militari del resto del mondo, come avevano detto i Padri Fondatori e come aveva sostenuto George Washington nel suo discorso d’addio, quando aveva parlato dell’America come una grande Repubblica commerciale. L’apertura degli Stati Uniti a tutte le influenze esterne li ha trasformati nel cuore del Terzo Mondo, come scrisse in un altro suo polemico libro, “State of Emergency: The Third World Invasion and Conquest of America”, del 2006. Riferendosi a tutto l’occidente, disse: “Questa è un’invasione, la più grande invasione della storia. (…) Stiamo assistendo alla morte delle nazioni. Siamo entrati nell’atto finale della nostra civiltà”. Profetico.

 

Il pensiero di Buchanan, a questo proposito, è radicalmente diverso dalle battute a effetto di Trump. Buchanan è uno dei più importanti rappresentanti dell’“America First”, ma non nel senso di una centralità americana nel sistema politico internazionale, il che comporterebbe una presenza politica e militare globale, come durante la guerra fredda, presenza e coinvolgimento che Buchanan aveva condannato senza mezzi termini, in linea con le posizioni della Old Right. Al contrario, il concetto di “America First” deve essere inteso, per Buchanan, come conservazione gelosa dei valori della tradizione politica americana come cultura separata dalla “Vecchia Europa” e dal resto del mondo: un “unicum” da preservare dalle influenze nefaste provenienti dall’esterno, come nel caso di un’immigrazione senza freni. Il melting pot è una pericolosa illusione.

 

Queste idee sull’eccezionalismo americano come prodotto di un’esperienza repubblicana unica nella storia sono il centro di “Right from the Beginning”, del 1988, un libro di memorie in cui Buchanan narra la storia di una famiglia, la sua, autenticamente americana, di grande patriottismo e devota ai principi fondanti la Repubblica americana. Quando, nel 1992, Buchanan si presenterà alle primarie per la corsa alla presidenza, sarà attaccato dai suoi stessi amici conservatori con l’accusa di nativismo, bigottismo e intolleranza. In particolare, l’intellettuale neoconservatore Norman Podhoretz lo accuserà di antisemitismo per le sue affermazioni nativiste, ma soprattutto per il fatto che Buchanan condannava l’appoggio incondizionato americano a Israele, per il quale gli Stati Uniti avevano riservato “un posto privilegiato” nella propria politica. A ciò occorre aggiungere alcune sue sgradevoli affermazioni che negavano l’esistenza della Shoah. Perciò, William F. Buckley Jr., esponente di primo piano del conservatorismo americano e principale penna della “National Review”, nello stesso 1992 pubblicò “In Search of Anti-Semitism”, in cui, appunto, non poté fare a meno di accusare apertamente e pesantemente Buchanan di essere un anti-semita. Liti furibonde nella famiglia conservatrice americana.

 

Eppure, negli anni precedenti, Buchanan aveva sostenuto senza indugi la candidatura di Nixon, mentre una parte dei conservatori americani lo aveva appoggiato senza entusiasmo, soltanto perché era indispensabile, a quel punto, cacciare i democratici dalla Casa Bianca. In realtà, Nixon non aveva mai dichiaratamente aderito alle posizioni dei conservatori, né di quelle della Old Right, essendo incline a rilanciare il ruolo americano nel mondo, come farà con la collaborazione di Henry Kissinger. Infatti, scrive Buchanan in “The Greatest Comeback: How Richard Nixon Rose from Defeat to Create the New Majority” (2014): “Le difficoltà di Nixon con i conservatori risiedevano nella convinzione che, in fin dei conti, ‘lui non è uno dei nostri’”. Ma, soprattutto, Nixon doveva combattere contro il giornalismo liberal che lo attaccava a tutto spiano, sebbene il presidente, grazie a Goldwater e allo stesso Buchanan, avesse compreso che occorreva sfruttare la spaccatura che si era creata nell’elettorato americano, appellandosi direttamente alla “middle America” e “alla grande maggioranza silenziosa”. In un libro pubblicato nel 1973, “The New Majority”, Buchanan rispondeva agli attacchi dei commentatori liberal con parole caustiche: “Sono membri eminenti delle classi privilegiate, i più prestigiosi, potenti, ricchi e influenti giornalisti della storia”.

 

Più convinto della bontà della candidatura di Nixon fu Barry Goldwater, cui si doveva il merito di aver creato un nuovo Partito Repubblicano fondato su solide basi conservatrici. Nixon si era avvalso della nuova creatura politica per vincere le elezioni e mettere fine al lungo dominio democratico. Buchanan fu lo speechwriter di Nixon e fu lui a coniare l’espressione “maggioranza silenziosa”, che così tanta fortuna avrebbe avuto nei decenni successivi in tutto l’occidente. Nonostante le sue concezioni isolazioniste antitetiche rispetto a quelle di Nixon e Kissinger, Buchanan scelse di stare al fianco del presidente americano anche durante le fasi più crude del Watergate, perché lo considerava un uomo retto e capace, degna espressione della destra nello Studio Ovale.

 

Molto altro, tuttavia, distingueva Buchanan dalla destra americana, soprattutto dalla destra liberale, liberista e libertaria, parte non marginale della galassia conservatrice. In effetti, la Old Right era tutto fuorché un insieme compatto di conservatori legati a dei principi precisi e condivisi. In particolare, Buchanan non amava il libero mercato nel senso ampio concepito, invece, dagli anarco-capitalisti alla Murray Rothbard, né tantomeno un uso sregolato delle libertà individuali; il suo conservatorismo aveva come punti fermi l’identità culturale e morale dell’occidente, i valori religiosi della famiglia (la famiglia di Buchanan era cattolica) e il localismo opposto al processo di accentramento federale di molti poteri un tempo delegati alle comunità locali. Infine, il principio della sussidarietà, che sarà poi uno dei punti fermi della politica domestica di George W. Bush.

 

[**Video_box_2**]In realtà, Pat Buchanan era un conservatore (o paleoconservatore) sui generis che poteva aderire ad alcuni aspetti di questa o quella branca della galassia conservatrice, con esclusione assoluta dei neoconservatori. Era un conservatore isolato, apprezzato da alcuni, detestato da altri, commentatore acuto sui giornali e sulle riviste americani, soprattutto quelle più vicine alle sue idee, come il “Chronicle Magazine” e “The American Conservative”. La sua idea di fondo, che faceva inorridire i liberali classici e gli anarco-capitalisti, era che le élites avevano tradito il popolo nel momento in cui avevano abbracciato il libero mercato e la globalizzazione, bloccando le industrie tradizionali e perciò l’impianto stesso tradizionale della società americana. Occorreva de-globalizzare e tornare al vecchio, sano protezionismo. Gli amici del libero mercato sono i nemici dell’America: questa è la sostanza di “The Great Betrayal: How American Sovereignty and Social Justice Are Being Sacrificied to the Gods of the Global Economy”, che Buchanan pubblicò nel 1998.

 

Secondo Buchanan, il libero mercato, la globalizzazione e la proiezione dell’America nello scenario politico internazionale, con sempre maggiori responsabilità sul groppone, avevano profondamente modificato l’ethos originario della nazione. L’impegno degli Stati Uniti nella Guerra fredda aveva portato l’America a contrastare il passo all’impero comunista, ma creando essa stessa un proprio impero. Su questo i libertari e gli anarco-capitalisti, capeggiati da Rothbard, non potevano che essere d’accordo con Buchanan. Il principio isolazionista – su cui concordava un personaggio come Frank Chodorov –, presunta eredità delle origini della Repubblica, in questo caso riuniva parte delle file dei conservatori e dei libertari in una sorta di “fusionismo”, sempre caldeggiato da Frank Meyer, esponente di spicco dell’area conservatrice negli anni 50 e 60. I liberali classici, che contavano tra i propri adepti personaggi del calibro di Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek, ritenevano, invece, che l’isolazionismo avrebbe aperto le porte al dominio planetario del comunismo e sostenevano il ruolo americano a difesa del “mondo libero”. Insomma, il “fusionismo” restò sempre una bella idea e niente più.

 

“Oggi il più grande pericolo per la sopravvivenza della Repubblica – scrisse Buchanan in “A Republic, Not an Empire: Reclaiming America’s Destiny”, del 1999 – consiste nella perdita della nostra identità americana come nazione e come popolo. (…) L’America può assorbire individui che vengono qui per diventare americani; non possiamo importare le diaspore di nazioni straniere che sono determinate a restare cittadini-in-esilio di terre straniere”. In questa frase sta il più schietto conservatorismo di Buchanan, il suo paleoconservatorismo: le radici dell’America come ethos nazionale da difendere ad ogni costo. Concetti che furono ripetuti, con maggiore enfasi, nel 2006, in “State of Emergency: The Third World Invasion and Conquest of America”. Il suo insistere sull’ethos nazionale portò poi Buchanan ad accogliere positivamente la vittoria di Ronald Reagan, anche se criticò il presidente quando, durante il suo viaggio in Germania, si recò al campo di sterminio di Bergen-Belsen insieme al cancelliere Kohl. In quell’occasione, Buchanan disse che Reagan aveva ceduto alle pressioni degli ebrei. Poi, il suo entusiasmo andò scemando fino a quando, in un articolo sul Washington Post dell’8 gennaio 1987, Sidney Blumenthal riferì che Buchanan aveva affermato allusivamente che “il più grande vuoto nella politica americana è alla destra di Reagan”. La conseguenza di questo vuoto, secondo Buchanan, si erano viste durante le presidenze dei due Bush, a causa del loro invischiarsi nelle guerre mediorientali. Dopo il crollo del comunismo, gli Stati Uniti erano la sola, incontestata potenza mondiale: il secolo ventunesimo si profilava come il “secondo secolo americano”. Ma il nuovo, disgraziato impegno militare aveva compromesso la preminenza degli Stati Uniti nel mondo. Questo è il succo di “Day of Reckoning: How Hubris, Ideology, and Greed Are Tearing America Apart”, del 2007. Già in un libro del 2000, “Suicide of a Superpower: Will America Survive to 2025?”, Buchanan aveva concluso sconsolatamente: “Quando la fede muore, quando la cultura muore, quando la civiltà muore, il popolo muore. E, come la fede che ha dato vita all’occidente sta morendo nell’occidente, come i popoli europei che sono venuti dalle steppe della Russia sino alle coste della California hanno cominciato a morire, così il Terzo mondo emigra verso il nord reclamando un posto al sole. (…) Arnold Toynbee ha scritto: ‘Le civiltà si estinguono per suicidio, non per morte naturale’”.

Di più su questi argomenti: