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E se il montaggio fosse più rapido, se la smettessimo di perdere tempo?

Sarà così, ancora così, ancora tempo perso in quantità, anche per Trump, per le Le Pen, per Pablo Iglesias e gli altri? Quanto tempo perdiamo appresso alle esagerazioni di Brunetta, Dibba e altri vocianti e petulanti? - di Giuliano Ferrara

20 Dicembre 2015 alle 06:00

E se il montaggio fosse più rapido, se la smettessimo di perdere tempo?

Marine Le Pen e Matteo Salvini in una foto d'archivio

Ora che ho più tempo per me e per gli altri sono afflitto da una sindrome pubblica e privata: la perdita di tempo. Vedo le immagini del povero, simpatico e inutile Salvini che si aggira per Mosca con una sciapka e un sorriso sperduto: quante chiacchiere su di lui, quante ipotesi, e che enorme perdita di tempo. Tutti quei sondaggi, quegli interrogativi su abboccamenti segreti, la ricostruzione della destra, la lite con gli zingari, l’eredità della lega di Bossi, il torso nudo, la cravattona verde, padroni a casa nostra, l’abbraccio con Le Pen. Rivado al 2015 come anno greco: quanto tempo abbiamo perso appresso alle ubbie di Varoufakis, alle gradevoli ma inessenziali mondanità e accademie dell’economista scatenato contro il Minotauro globale. Era una banale questione di debito e politica, si è visto che l’ascetismo ha un limite, non sopporta il limite dei sessanta euro quotidiani di contante erogato da banche in stato fallimentare, e ci vuole altro debito per sostenere il debito, e per convincere i creditori bisogna fare i bravi ragazzi, non gli spendaccioni umanitari. Ma era tutto chiaro da subito, poi mesi e mesi di storytelling nel paese che ci aveva dato il mito, la storiografia e altre cose classiche e serissime. Sarà così, ancora così, ancora tempo perso in quantità, anche per Trump, per le Le Pen, per Pablo Iglesias e gli altri? Quanto tempo perdiamo appresso alle esagerazioni di Brunetta, Dibba e altri vocianti e petulanti? Insomma, il tempo ha un suo peso, un suo profilo, una sua stretta necessità; il fatto di dissiparlo a vanvera non può non avere conseguenze.
 
Il mondo di ieri non era meglio di quello di oggi né gareggerà mai con quello di domani: a parte l’eterno e l’infinito, non proprio dettagli minori, sono un progressista, in fondo in fondo. Abbiamo perso un sacco di tempo alla caccia di farfalle sotto l’arco di Tito, potevamo imparare a suonare bene uno strumento musicale, farci una istruzione matematica o naturalistica seria, seguire un corso di disegno o di acquarello, scalare il muro della teologia, mettere su una popolosa famiglia patriarcale, invece abbiamo preferito gli Ersatz, le ideologie del secolo. Vabbè. Ormai trattano come un’ideologia anche il Natale, lo relativizzano, come si dice. C’è da consolarsi. Ma il guaio è che a forza di esperienza ormai sappiamo di che si tratti, ogni volta che una cosa poco seria si affaccia sulla scena pubblica: sensazione sgradevole, il già visto, il già sentito. Difficile emozionarsi data la certezza dell’imminente delusione, difficile non dico entusiasmarsi ma anche solo uscire dal torpore del quotidiano, dall’abitudine, dalla riluttanza a illudersi.
 
[**Video_box_2**]Forse è giusto così. Alla fine arriva il sorriso al posto della cura, per non parlare della passione. Alla fine uno capisce che le illusioni sono state buon teatro, e accetta che appartengano al passato. Resta solo quel noioso rovello della perdita di tempo. Non si potrebbe fare più in fretta? Non si potrebbe tagliare le parti inutili in commedia? Non si potrebbe montare con un po’ più di rispetto per chi paga il biglietto, questo famoso storytelling?

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