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"Ci vogliono i 'boots on the ground', ma non lasciateci soli"

Alain Rodier, vicedirettore del Centre français de recherche sur le renseignement (Cf2r), è certo che l'unica soluzione per arrestare la spirale di violenza che rischia di continuare a scatenarsi nella nostra Europa per molti altri anni è la composizione immediata di una coalizione internazionale che intervenga "sur le terrain".

14 Novembre 2015 alle 19:47

"Ci vogliono i 'boots on the ground', ma non lasciateci soli"

Hollande all'Eliseo per il Consiglio di Difesa (LaPresse)

Parigi. "Sì, ci vogliono i 'boots on the ground' in Siria, ma la Francia non può metterceli da sola perché non ha più risorse". Alain Rodier, vicedirettore del Centre français de recherche sur le renseignement (Cf2r), think think specializzato in studi accademici sui servizi segreti, i corpi speciali e la sicurezza, è certo che l'unica soluzione per arrestare la spirale di violenza che rischia di continuare a scatenarsi nella nostra Europa per molti altri anni è la composizione immediata di una coalizione internazionale che intervenga "sur le terrain". "Bisogna globalizzare la risposta", dice al Foglio Rodier, "chiedermo ai nostri paesi amici di partecipare a delle azioni militari in Siria. Spero che le decisioni vengano prese al più presto. La Francia non può condurre operazioni da sola perché abbiamo raggiunto il limite delle nostre capacità militari per ora".

 

Il dispiegamento delle Forze armate francesi nelle varie operazioni in Africa e in medio oriente, senza contare le centinaia di agenti distribuiti sul territorio nazionale nel quadro del piano antiterrorismo Vigipirate, rende "estremamente difficile", secondo Rodier, un intervento solitario di ampio raggio della Francia. "L'esercito francese è già impegnato su troppi fronti, dal Sahel alla Libia, passando per il Mali e la Repubblica centrafricana. Inoltre, il dispositivo di sicurezza Vigipirate, che protegge in tutta la Francia i siti ritenuti sensibili, richiede molte centinaia di uomini. Siamo al limite delle nostre possibilità e purtroppo la minaccia aumenta. Mai come ora è necessario un intervento coordinato contro lo Stato islamico". E ancora: "Tutti leader politici hanno capito l'entità della minaccia. Si sono resi conto che bisogna prendere delle disposizioni prima dell'irreparabile". All'interno dei suoi confini come si deve comportare ora la Francia? "Deve innanzitutto tenere alto il livello di allerta affinché non ci sia un seguito ai sei attacchi terroristici che si sono verificati ieri sera a Parigi. Bisogna evitare quello che è successo a gennaio quando alla strage di Charlie Hebdo commessa dai fratelli Kouachi sono seguiti altri due attacchi, contro una poliziotta e all'interno del supermercato kosher Hypercacher di Porte de Vincennes, con la presa d'ostaggi e l'esecuzione di altre quattro persone", spiega al Foglio Rodier. "Nell'immediato, dobbiamo assolutamente preservare un dispositivo di sicurezza stringente per evitare una replica degli attentatori, alcuni dei quali sono ancora in fuga".

 

[**Video_box_2**]Secondo gli ultimi aggiornamenti, uno degli otto terroristi morti, di nazionalità francese, era conosciuto dall'intelligence: nato nella periferia parigina, era stato schedato e considerato un individuo pericoloso per le sue vicinanze con gli ambienti islamici più radicali. Notizia che ha rilanciato inevitabilmente le polemiche sulla scarsa efficienza e la mancanza di coordinamento dei servizi segreti francesi, ritenuti colpevoli di aver perso d'occhio, come successe con i fratelli Kouachi e Amedy Coulibaly a gennaio, l'ennesimo stragista: "Il problema dell'intelligence francese è che è sopraffatta dalla minaccia islamista", dice Rodier, che dei servizi segreti è stato alto ufficiale. "I servizi sono sommersi dalle sorveglianze da effettuare. Sorvegliare un individuo ventiquattro ore su ventiquattro comporta il dispiegamento di venti funzionari. Fatto che purtroppo, in termini numerici, rende impossibile seguire tutti gli individui sospetti". Se dici guerra, Rodier non ha dubbi: "Bisogna essere coscienti che siamo entrati in uno stato di guerra che probabilmente durerà per anni, come hanno detto le nostre autorità politiche". Ma questa volta, rispetto agli attentati di Charlie Hebdo, ci sarà una reazione, un sussulto, ci sarà o c'è già stat una presa di coscienza, o tutto verrà travolto dall'onda dell'emozione e degli slogan? "In quanto osservatore parigino, e non nei panni dell'analista politico, posso dire che l'ambiente a Parigi è diverso rispetto a quanto successo durante gli attentati di Charlie Hebdo. Ci si è resi conto che quella di ieri è stata una data cerniera. La popolazione parigina è rinchiusa nel proprio domicilio, i negozi e i cinematografi sono chiusi, gli spettacoli sono annullati. Si tratta di uno choc enorme per il popolo parigino differente dalla reazioni che c'erano state dopo gli attentati di inizio anno. A gennaio - conclude Rodier - non c'era quel trauma che ho percepito oggi tra i francesi".

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