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Soldats sur le terrain. Chi sono i francesi che vogliono le truppe contro l'Isis

Non solo la stampa di destra e di sinistra, ora il partito dei “boots on the ground” in Francia sta prendendo forma anche ai piani alti dell’establishment, la spinta all’“intervention au sol” è trasversale nonostante il no momentaneo del primo ministro Valls. Ma esiste un problema diplomatico.

4 Dicembre 2015 alle 14:05

Soldats sur le terrain. Chi sono i francesi che vogliono le truppe contro l'Isis

Soldati dell'esercito francese (foto LaPresse)

Parigi. Non c’è solo la stampa, che da destra, Le Figaro, a sinistra, L’Humanité, sta incoraggiando il governo francese ad affiancare le truppe di terra ai bombardamenti dei caccia Rafale contro lo Stato islamico in Siria e in Iraq. Il partito dei “boots on the ground” in Francia sta prendendo forma anche ai piani alti dell’establishment, la spinta all’“intervention au sol” è trasversale, e nonostante il no momentaneo del primo ministro Valls all’invio di truppe di terra ribadito la scorsa settimana all’Assemblea nazionale, anche a sinistra le aperture non mancano.

 

Il ministro degli Esteri socialista, Laurent Fabius, per ora, dice che “le truppe di terra non possono essere le nostre”, ma le ritiene “necessarie”. Per lottare contro lo Stato islamico, “sono necessarie due serie di misure: i bombardamenti (...) e le truppe di terra, che non possono essere le nostre, ma devono essere quelle dell’Esercito siriano libero (Esl), delle forze arabe sunnite e perché no del regime siriano”, ha dichiarato Fabius a Rtl. Lasciando intendere che nel futuro prossimo non sono da escludere supporti “sur le terrain” anche da parte della Francia.

 

Sulla scia del capo della diplomazia francese, il ministro della Difesa, Jean-Yves Le Drian, ha affermato che l’invio di forze speciali francesi non è un’ipotesi da prendere “oggi” in considerazione, ma nei prossimi mesi (settimane?) potrebbe concretizzarsi. Di certo, ha evidenziato il titolare della Difesa, “la vittoria e la distruzione dello Stato islamico, a un certo momento, richiedono obbligatoriamente la presenza di truppe di terra”. “Il faut des frappes et des force au sol”, ha aggiunto Le Drian su Europe 1, delle operazioni dal cielo e allo stesso tempo delle truppe di terra, “che possono essere quelle dei curdi e dell’Esercito siriano libero”.

 

Passando oltre l’irenismo posturale e macchiettistico dell’ultrasinistra di Jean-Luc Mélénchon (Front de Gauche) e Pierre Laurent (Parti communiste français), tra i Républicains, la destra neogollista, i sostenitori dei “boots on the ground” rappresentano la corrente maggioritaria.

 

L’ex primo ministro, François Fillon, non ha dubbi: “Nessun bombardamento ha mai permesso di vincere una guerra (...) avremo bisogno di un’operazione terrestre”. Bruno Le Maire, astro nascente dei Républicains, giudica “necessaria una coalizione internazionale alla quale anche la Francia dovrebbe partecipare inviando un numero limitato di truppe di terra”. Xavier Bertrand, ex ministro del Lavoro, dice che “évidemment” soltanto gli stivali sul terreno potranno cambiare le sorti della lotta contro lo Stato islamico in Siria e in Iraq: “Bisogna che i francesi offrano un supporto in particolare con le forze speciali”. Eric Ciotti, capofila dell’ala conservatrice dei Républicains, va dritto al punto: “È necessaria un’operazione militare terrestre contro lo Stato islamico altrimenti il problema non verrà risolto”.

 

Più ambigui si dimostrano i due principali rivali in vista delle primarie di partito del 2016, Nicolas Sarkozy e Alain Juppé: il primo passa più tempo a criticare Hollande perché non ha ancora digerito la sconfitta subita nel 2012 e quando lo interrogano a proposito dell’intervento in Siria si limita a riferire che bisogna “sradicare lo Stato islamico”, associando “i russi alla coalizione, affinché ci sia un obiettivo comune”; il secondo parla di “efficacia limitata” dei bombardamenti in Siria, sottolinea che la priorità è l’annientamento dello Stato islamico, organizzato “con gli americani, i paesi arabi, la Turchia e i russi”, ma non evoca mai esplicitamente l’invio di truppe di terra. Il sovranista di destra, Nicolas Dupont-Aignan, dal canto suo, sostiene che “bisogna essere realisti e preparare une intervento via terra in Siria”. Pensiero non condiviso dal Front national, che preferirebbe evitare le “troupes au sol”. Insomma, manca ancora una linea comune, anche in seno alla destra, ma l’ipotesi di mettere i “boots on the ground” francesi e non solo delle milizie locali contro lo Stato islamico comincia a prendere quota.

 

[**Video_box_2**]Tuttavia c’è anche un “problema diplomatico”, come evidenzia al Foglio Fabrice Balanche, ricercatore presso il Washington institute e direttore del Groupe de Recherches et d’Etudes sur la Méditerranée et le Moyen-Orient. Un problema che viene spesso messo in secondo piano, ma che fa luce anche sulle divisioni interne dei partiti circa l’intervento via terra: “Come possiamo intervenire in Siria senza l’autorizzazione del governo legittimo del paese? La Russia ha precisato che era d’accordo a formare una grande coalizione contro lo Stato islamico rispettando questa condizione. Il che significa riallacciare i rapporti con Bashar el Assad. Il clivage interno alla destra francese è legato anche ai sostenitori di un riavvicinamento a Damas e a coloro i quali vi si oppongono. Sono Sarkozy e Juppé ad aver rotto i rapporti diplomatici con la Siria”, spiega al Foglio Balanche.

 

“La Francia – prosegue Balanche – potrebbe comunque inviare delle forze speciali già nei prossimi mesi, se l’offensiva del Pyd dei curdi siriani dovesse faticare contro l’Isis o prendere una brutta direzione: Jarablous, alla frontiera turca, invece di Raqqa, come spera l’occidente. Il ministro della Difesa Le Drian vorrebbe alleggerire le truppe in Mali, per concedersi dei margini di manovra altrove, e perché no in Siria”.

 

Per individuare la posizione dei think thank liberali come Génération Libre e l’Institut Turgot, basta leggere Contrepoints, che da tempo insiste sulla necessità di mettere gli stivali sul terreno, perché se si vuole che la “guerre” non si trasformi in “guéguerré”, e cioé in una guerriciola imbastita soltanto per i riflettori mediatici o per risalire nei sondaggi, l’azione di terra è inevitabile. “Lo sgancio di bombe su un territorio non ha mai permesso di risolvere i problemi politici a terra (...) Solo un intervento con truppe di terra è suscettibile di raggiungere l’obiettivo che ci siamo prefissati”, ha scritto Éric Verhaeghe, opinionista di Contrepoints, bollando la guerra aerea come “grado zero della diplomazia”.

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