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Ragioni inglesi per i "boots on the ground" contro il califfo

I media e gli esperti spingono il premier David Cameron: gli strike aerei non bastano. Opzioni per distruggere lo Stato islamico con le forze di terra

26 Novembre 2015 alle 14:09

Ragioni inglesi per i "boots on the ground" contro il califfo

I peshmerga curdi entrano nella città di Sinjar: per ora sono loro i nostro "boots on the ground" (foto LaPresse)

Mentre il premier inglese David Cameron presenta alla Camera dei comuni il suo piano per estendere i bombardamenti aerei del Regno Unito al territorio siriano, escludendo però per l’ennesima volta i “boots on the ground”, un intervento militare sul terreno, la stampa inglese si sta invece orientando al realismo. I giornali, conservatori e non, ormai riconoscono in coro – e con loro la gran maggioranza degli esperti militari – che la guerra dal cielo non è sufficiente per distruggere lo Stato islamico. E la conclusione a questo punto diventa ovvia: servono gli stivali sul terreno, preferibilmente quelli occidentali.

 

Il Telegraph ha pubblicato ieri un lungo pezzo di Hamish de Bretton-Gordon, ex ufficiale dell’esercito ed esperto di armi chimiche, secondo cui “David Cameron deve essere pronto a impiegare truppe britanniche”. De Bretton Gordon immagina una strategia in cinque punti, il primo dei quali è “venire a patti con Assad”. “Dobbiamo entrare in un qualche tipo di alleanza non confortevole con la Russia, l’Iran e Assad”, scrive. “Dobbiamo ricordare che è lo Stato islamico che ci minaccia in patria, non Assad. Per quanto disgustoso sia il regime siriano, dovremo lavorarci insieme per avere una chance di successo”. Ma arriverà il giorno in cui Assad “dovrà rispondere delle atrocità davanti alla Corte criminale internazionale”.

 

Il secondo punto è ovviamente distruggere lo Stato islamico, e qui arriva il riconoscimento che “gli air strike da soli non sconfiggeranno lo Stato islamico… l’aviazione da sola non ha mai sconfitto un nemico”. Al momento l’idea di boots on the ground britannici sembra politicamente inaccettabile, e si cercherà di formare una coalizione con le forze già sul campo. “Ma se gli eserciti della regione non avranno successo in sei mesi, allora dobbiamo prepararci a impegnare i nostri carri armati e la nostra fanteria in questa battaglia con i russi, gli americani e altri, che potrebbero eliminare lo Stato islamico in settimane”. Per De Bretton Gordon, inoltre, è fondamentale eliminare le minacce interne con l’intelligence e le forze speciali, creare zone di sicurezza per i civili in Siria e Iraq e combattere la propaganda dello Stato islamico.

 

Ma non è solo il conservatore Telegraph a immaginare le ragioni degli stivali sul terreno. Anche il giornale della City, il Financial Times, oggi pubblica una pagina a firma di Sam Jones e Geoff Dyer intitolata “Isis: Boots on the ground?”. Anche qui il riconoscimento dell’insufficienza dei soli strike aerei emerge con chiarezza. I due autori ricordano l’incredibile potenza di mezzi, aerei e di terra, dispiegati nel 2004 durante l’operazione anglo-americana per scacciare al Qaida dalla città irachena di Falluja (13.500 militari contro 500 presunti jihadisti), e li comparano con la situazione di adesso, in cui Falluja è in mano allo Stato islamico e “pochi, se non nessun politico in occidente e in medio oriente sembra pronto a considerare l’integrazione dello sforzo aereo con il tipo di immensa campagna di terra che molti esperti pensano sarà necessaria – in una scala molto più grande del ‘surge’ iracheno voluto dall’America del 2007 per cui la battaglia di Fallujah è diventato un modello – se si vuole distruggere i jihadisti”. “Se gli strateghi militari sono seri nel loro intento di distruggere lo Stato islamico, devono iniziare a pensare a cosa ci sarà bisogno a terra”.

 

[**Video_box_2**]Il primo problema, anzitutto, è che anche gli strike aerei sono limitati. L’America conduce in Siria circa 6 attacchi al giorno, contro i 1.200 fatti durante la Guerra del Golfo del 1990. “Oltre all’uso dell’aviazione, l’opzione che è stata più discussa dall’Amministrazione americana è la creazione di una safe zone in Siria… Ma per alcune analisi questi approcci, anche se usati tutti insieme, non risolvono il problema principale”, continuano gli autori. In Iraq come in Siria, il problema resta che sia tentare un “awakening” della popolazione sunnita come nel 2006 sia aumentare i già fallimentari programmi di addestramento ed equipaggiamento delle truppe locali rischia di essere troppo poco. Il Financial Times non arriva a invocare esplicitamente i boots on the ground occidentali. Ma appunto, non lascia molte altre soluzioni.

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