Un jihadista dello Stato islamico davanti a ciò che resta di un mezzo corazzato dell'esercito egiziano nel governatorato di Giza

Cosa dice l'Egitto dopo la strage di turisti

Luca Gambardella
L’esercito del nostro alleato contro lo Stato islamico bombarda dei messicani scambiandoli per jihadisti e solleva dubbi sull'efficacia della guerra di Sisi
Domenica intorno a mezzogiorno un convoglio composto da quattro autobus che trasportavano turisti messicani in vacanza in Egitto e le forze di polizia che li scortavano sono stati attaccati da un elicottero militare Apache, a circa tra ore di macchina a sud ovest del Cairo. I militari egiziani hanno confuso i turisti, che si erano fermati per un picnic, con un gruppo di miliziani dello Stato islamico e hanno ucciso dodici persone, tra cui due messicani, ferendone altre dieci. L'episodio è uno dei più gravi avvenuti nel paese negli ultimi anni ai danni di turisti stranieri e la ricostruzione dei fatti, inizialmente piuttosto confusa, dimostra tutte le difficoltà dell'esercito egiziano, in cui l’occidente vede un alleato fondamentale nella sua guerra allo Stato islamico.

 

L'attacco si è verificato non lontano dall'oasi di Bahariya, un luogo solitamente affollato da comitive di turisti che intendono visitare il Deserto Bianco. Lo Stato islamico è basato soprattutto nel Sinai, più a oriente, dove l'esercito egiziano ha da qualche mese lanciato un'offensiva con risultati non verificabili da fonti indipendenti in quanto zona off limit per i giornalisti. Alcuni gruppi di combattenti islamisti si sono attivati anche nel deserto occidentale, che è diventato un corridoio lungo cui i beduini trafficano grandi quantitativi di armi dirette a occidente, verso la Libia, e a oriente, verso Gaza. Alla fine della scorsa settimana, secondo alcuni residenti, lo Stato islamico ha rapito e poi decapitato un beduino proprio in quella zona. L'esercito ha avviato le operazioni per individuare la vittima e provare a salvarla ma i miliziani hanno respinto l'attacco (condividendo le foto del successo sui social network). L'elicottero che ha ucciso i turisti messicani partecipava proprio a questa caccia ai militanti dello Stato islamico.

 

Il convoglio di turisti era scortato dalla polizia e aveva superato diversi posti di blocco dell'esercito lungo la strada che conduce a Bahariya. La tesi avanzata dal governo egiziano è però che l'autobus si trovava in un'area interdetta per le operazioni militari in corso, senza autorizzazione. Il tour operator ha fatto circolare on line una copia del permesso firmato dal ministero dell’Interno che autorizzava il viaggio nella zona. Oggi però il ministro del Turismo ha ugualmente annunciato pesanti pene per gli organizzatori dell’escursione. Interrogato dal New York Times che chiedeva delucidazioni sulla dinamica dei fatti, il generale Mohamed Samir ha risposto che "l'incidente non ha nulla a che fare con l'esercito, anche se esercito e polizia hanno collaborato nell'operazione", che “gli attacchi ai turisti, anche se compiuti dai militari, sono di competenza del ministero dell’Interno” e che comunque "questo è il sistema in questo paese e voi non avete alcun diritto di metterlo in dubbio".

 


Alcune delle foto condivise dallo Stato islamico in Egitto nel governatorato di Giza. I mezzi distrutti sono quelli dell'esercito egiziano


 

L’incidente rischia di affossare il settore turistico in Egitto. Il governo sperava di portare il flusso di visitatori a 11 milioni di persone entro l'anno (nel 2014 era stato di 9,9 milioni) investendo 8 milioni di dollari nei prossimi tre anni. Per tentare di rassicurare i turisti, lunedì alcuni giornali egiziani hanno subito riportato interviste a funzionari del ministero del Turismo che assicuravano che "l'Egitto è un paese sicuro e ospitale". Altri, tra cui il liberale al Wafd, hanno invece riferito che l'operazione militare era in realtà un’operazione di salvataggio, perché i turisti stavano per essere rapiti dai miliziani. Lo stesso giorno della strage l’esercito, che secondo una recente legge antiterrorismo è l’unico titolare della diffusione dei numeri dei militanti uccisi, ha detto di aver colpito 296 jihadisti nel Sinai.

 

[**Video_box_2**]Proprio gli attacchi aerei lanciati sulla penisola hanno generato malumori tra i residenti che hanno denunciato più volte l’uccisione di civili durante i raid dell’aviazione militare egiziana. Queste accuse hanno contribuito a una crescente disaffezione della popolazione verso l’esercito (secondo i dati del Pew, un centro di ricerca americano, il livello di apprezzamento dei militari tra gli egiziani è passato dal 73 per cento del 2013 al 56 per cento nel 2014). Intanto, sempre nel Sinai, Ansar Bayt al Maqdis, il gruppo jihadista che ha giurato fedeltà al califfo, ha diffuso in questi giorni le foto di alcuni check point lungo le strade in pieno giorno.

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.