Geopolitica di un pozzo

Daniele Raineri
Come cambia il destino di Sisi dopo la scoperta Eni del giacimento in Egitto. Le conseguenze in medio oriente e nella guerra al terrorismo. I riflessi sulla diplomazia italiana. Indagine

L’annuncio da parte di Eni della scoperta di grandi quantità di gas davanti alle coste dell’Egitto è una notizia eccellente per la sopravvivenza politica del presidente Abdel Fattah al Sisi. Quando fu eletto alla fine di maggio 2014, nel giro di una settimana gli analisti scrissero molti articoli (per esempio: sulle riviste Atlantic e Forbes) che insistevano sullo stesso punto: l’Egitto deve risolvere i problemi enormi che ha in economia, altrimenti il rais appena eletto sarà liquidato senza cerimonie come è successo ai suoi predecessori, prima a Hosni Mubarak e poi a Mohammed Morsi. Non conta che gli egiziani (una parte degli egiziani) gli stiano dedicando dimostrazioni pubbliche di venerazione, non conta che anche all’esterno i governi dell’occidente, del Golfo e la Russia abbiano un debole unanime per lui, perché lo vedono come un uomo che ha riportato stabilità contro il grande spavento dell’Islam fondamentalista (stabilità pagata sul piano dei diritti umani). In Egitto, dicevano le analisi, c’è un conto alla rovescia per colpa dell’economia e se Sisi non trova una soluzione allora il problema renderà la lotta al terrorismo una distrazione piacevole dal lavoro.

 

Le analisi di un anno fa dicevano anche che il problema numero uno dell’economia era l’energia. Come sa chiunque sia passato d’estate al Cairo, dove i blackout improvvisi rendono inutili gli impianti dell’aria condizionata, l’Egitto produce troppa poca energia e non per mancanza di infrastrutture, ma di denaro e quindi di carburante. La rete può portare 24.700 megawatt e il consumo si ferma a un livello molto inferiore, 13 mila megawatt, perché il paese non può spendere abbastanza per acquistare le forniture di gas e petrolio che alimentano le centrali elettriche. I debiti non pagati con le compagnie straniere dell’energia sono cresciuti fino alla cifra record di sei miliardi di dollari (facendo parlare di rescissione dei contratti e strappando un impegno ufficiale del governo a pagare, poi rispettato). I tentativi di vendere un po’ di gas e di petrolio a Israele e Giordania sono ostacolati dagli attentati con le bombe che tranciano gli oleodotti a est, nel Sinai occupato dai gruppi jihadisti.

 

Su tutto questo pesa il sistema dei sussidi, che strangolerebbe anche un’economia sana: due terzi del budget del governo se ne vanno in spese per tenere bassi il prezzo di un paniere di beni molto apprezzati da ogni egiziano (gas e benzina sono inclusi, costano il 70 per cento dei sussidi). In pratica il governo egiziano spende una parte del budget, più di quanto spende per educazione e sanità messe assieme, per comprare (anche) energia e rivenderla a prezzo minore sul mercato interno. Sisi ha cominciato ad abolire questo sistema dei sussidi, ma lo fa con lentezza: sa che se li toglie di colpo è la rivoluzione. Se però lo fa con troppa calma ci rimette cifre insostenibili e dissangua le casse dello stato.

 

L’unica cosa che in Egitto teneva a bada la scadenza del conto alla rovescia erano i finanziamenti ingenti che arrivano dagli alleati del Golfo – ma si tratta di misure d’emergenza, nessuno può pianificare un’economia basandosi sulla munificenza degli alleati, soprattutto in questi tempi di prezzo del greggio al minimo. Tre giorni fa, in questo contesto, l’ad dell’Eni, Claudio Descalzi, è andato al Cairo per dire al presidente che l’Egitto ha chance ottime di raggiungere l’indipendenza energetica. Si capisce perché ieri in un’intervista a Repubblica Descalzi ha detto di avere trovato “il governo egiziano galvanizzato dalla notizia”.

 

L’analista dell’Ispi Matteo Verda avverte che non ci sarà un surplus di risorse energetiche, l’Egitto non sarà il nuovo Qatar, e cita un paio di dati che aiutano a prendere le misure: il consumo egiziano di gas all’anno è circa 55 miliardi di metri cubi, lo sfruttamento del giacimento scoperto da Eni – che si chiama Zohr – potrebbe dare circa venti o trenta miliardi di metri cubi. Zohr libera un’enormità di risorse a lungo termine che saranno di sollievo per un paese di 80 milioni di persone – senza però essere la soluzione definitiva a tutto. Verda dice al Foglio anche che la produzione dal nuovo giacimento comincerà a tempo relativamente breve, nel giro di un paio di anni, ma raggiungerà il picco “soltanto negli anni Venti” e quindi Sisi deve mettere in conto circa cinque anni di attesa. La settimana scorsa è stato tre giorni a Mosca, da dove è arrivata la notizia della firma tra la russa Rosneft e la compagnia nazionale egiziana del gas per la fornitura di gas liquido naturale russo. Gli arrivi di gas cominceranno il mese prossimo. L’Egitto deve colmare l’attesa tra la scoperta e l’indipendenza energetica e lo farà comprando ancora dai suoi fornitori più importanti, Russia e Algeria.

 

L’Egitto scopre grazie a Eni di essere seduto su un giacimento enorme di gas – e questo restituisce al governo un po’ di respiro. Non ci sarà invece un uso politico delle forniture di gas. Massimo Nicolazzi, ex manager di Eni e analista fine del settore energetico, spiega al Foglio che la compagnia italiana venderà di volta in volta al miglior offerente sul mercato. “Non ci sono gasdotti, non ci sono infrastrutture che devono essere ripagate e ammortizzate. I tubi sono un’opera fissa e quindi sono un matrimonio economico indissolubile. Il gas di Zohr invece sarà caricato e scaricato ai terminal delle navi e quindi sarà venduto su un mercato diverso, che si decide di acquisto in acquisto”.

 

[**Video_box_2**]Ci saranno conseguenze politiche all’esterno, anche se indirette, e riguardano l’Italia. Il governo italiano ha stretto un patto di stabilità informale con il Cairo, appoggia il presidente egiziano e ha dichiarato in più occasioni la volontà di collaborare su due dossier in particolare: sicurezza nel Mediterraneo e economia. A fine marzo c’è stato un incontro bilaterale tra Matteo Renzi e Sisi al forum economico di Sharm el Sheikh, soltanto loro due e un interprete e Renzi “uscì molto soddisfatto”, come dissero alcuni testimoni presenti al Foglio. Il governo italiano ha detto a più riprese che l’Egitto è fondamentale in qualsiasi piano che riguarda la situazione in Libia. La reazione all’annuncio della scoperta di Zohr è: se il partner egiziano è più stabile, allora tanto meglio.

 

Nicolazzi dice che in Egitto “Eni ha centrato il jackpot perché negli anni scorsi ha fatto una scelta precisa di investimento nel campo della esplorazione convenzionale, mentre gli altri si gettavano su altri tipi di ricerca, come lo shale o l’ultra deep. E’ il secondo successo di fila che ottiene grazie a questa scelta, perché ha già scoperto un altro giacimento importante in Mozambico”. Un paio di dichiarazione strategiche di Eni nel 2012 e nel 2013 spiegavano la necessità di diversificare le fonti, anche per i problemi di sicurezza in aumento. Ieri in Libia un’autobomba è esplosa davanti agli uffici della Mellitah Oil & Gas, che per il cinquanta per cento è controllata da Eni.  Due anni fa un attacco terroristico contro un impianto del gas in Algeria ha ucciso circa quaranta tecnici stranieri. La scoperta di Zohr arriva nel momento migliore anche per Eni. “Ora la scelta che deve fare – dice Nicolazzi – è come gestire la fase di sviluppo. Per fare esplorazione ci vogliono investimenti da milioni di dollari. Per sfruttare una scoperta ci vogliono i miliardi. Eni potrebbe anche decidere di coinvolgere un partner per sfruttare un bestione così grande come Zohr”.

 

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  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)