Un'immagine del processo a Zhou Yongkang trasmessa dalla tv di stato cinese Cctv

All'ergastolo Zhou Yongkang, la "tigre" più potente di Cina

Eugenio Cau
L'ex capo dei servizi di sicurezza interni è stato condannato dopo un processo a porte chiuse. Il presidente Xi Jinping vince la sua guerra contro la corruzione, cosa succede adesso?

    Zhou Yongkang, ex capo dei servizi di sicurezza interni della Cina ed ex membro del più potente organo di governo del Partito comunista, il Comitato permanente, è stato condannato oggi all’ergastolo dopo un processo a porte chiuse tenuto, secondo un annuncio fatto ad aprile, nella città di Tianjin, a 120 chilometri a sud-est di Pechino. Zhou è stato condannato per corruzione, rivelazione di segreti di stato e abuso di potere, e l’agenzia di stampa cinese Xinhua, che ha pubblicato per prima la notizia della condanna, ha detto che l’imputato non ricorrerà in appello. Zhou è il funzionario di più alto rango mai condannato dai tempi della purghe di Mao Zedong, e il più potente di sempre a essere condannato per corruzione. Fino al 2012, anno del suo ritiro dalla politica, era uno degli uomini più temuti di tutta la Cina, secondo solo al presidente, e la sua influenza sui servizi di sicurezza e sul settore del petrolio, dove ha ricoperto incarichi di alto livello, fino a diventare capo della gigantesca China National Petroleum Corporation, ne facevano un intoccabile a Pechino. Poi all'inizio del 2013 il nuovo leader del Partito (e in seguito presidente) Xi Jinping ha annunciato una lotta epocale contro la corruzione, in cui “le tigri” (gli alti funzionari) sarebbero state catturate e annichilite esattamente come “le mosche” (i funzionari di basso rango). Da allora si stima che 250 mila persone siano state indagate o processate, ci sono stati molti episodi celebri, ma nessuno del livello di Zhou Yongkang, sparito dalla circolazione poco dopo il suo ritiro e fino all’annuncio del processo detenuto senza accuse formali: è questa la procedura della Commissione centrale per l’ispezione della disciplina, il braccio armato di Xi Jinping contro la corruzione.

     

    Poco dopo l’annuncio della condanna le immagini del processo sono state trasmesse su Cctv, la televisione di stato cinese. Zhou, 72 anni, è apparso invecchiato, con i capelli completamente bianchi, simbolo anche plastico della sua caduta in disgrazia: i membri del Politburo hanno tutti i capelli uniformemente tinti di nero. Nel video trasmesso da Cctv Zhou ha letto un comunicato in cui ammetteva i suoi gravi “crimini” e chiedeva perdono “per il danno causato al Partito e al popolo”. Il processo si è tenuto a porte chiuse, benché il procuratore capo Zhou Qiang avesse promesso a marzo che sarebbe stato “aperto come prescrive la legge”. Nel 2013 un altro grande processo, quello a Bo Xilai, alleato di Zhou, fu aperto ai giornalisti e definito il “processo del secolo” in Cina. Ma il fatto che il processo concluso oggi si sia tenuto a porte chiuse (la ragione ufficiale è che durante il procedimento si è parlato di segreti di stato non divulgabili) non deve essere considerato un segnale di debolezza del governo. Scrive su Twitter Bill Bishop, analista esperto di Cina, che la condanna di Zhou è un segnale di forza per Xi: mentre Bo Xilai, che al tempo del processo ancora godeva di sostegno e alleati, fu condannato a morte dal tribunale (la pena fu poi commutata in ergastolo), con Zhou non c’è stato bisogno di minacciare la pena capitale: l’ex zar dei servizi di sicurezza è politicamente già morto e isolato, e questo perché il suo gruppo di potere, un tempo tra i più temuti in Cina, negli ultimi due anni è stato smantellato e distrutto.

     

    Un numero importante delle migliaia di indagini della Commissione per la disciplina ha riguardato negli scorsi anni membri della fazione capeggiata da Zhou fino al 2012. Lo scorso novembre un articolo del Giornale del popolo, organo di stampa del Partito comunista, ha parlato di cinque “guerre periferiche” che lo stato cinese ha dovuto combattere contro le fazioni alleate a Zhou: i parenti dello zar, i suoi ex collaboratori, i funzionari della sicurezza interna, i sodali nella China National Petroleum Corporation e i funzionari della provincia del Sichuan, dove Zhou era stato segretario del Partito. E’ una rete profonda, difficile da sradicare, e il fatto che il Partito ne abbia riconosciuto l’esistenza, rompendo il diktat tradizionale dell’armonia interna, è sintomo della lotta durissima che si è nascosta dietro agli annunci. Dentro al Partito, molti rumors pubblicati negli scorsi anni dicono che Zhou stesse progettando un colpo di stato contro la leadership di Xi Jinping.

     

    [**Video_box_2**]Oggi però la condanna di Zhou sembra indicare che questa lotta esistenziale sia finita, Xi Jinping è il vincitore, e la sua guerra contro la corruzione raggiunge così il suo apice. Negli ultimi due anni la struttura del Partito è stata scossa, l’economia ha risentito della stretta sui consumi di lusso, e ora che Xi può cantare vittoria la domanda è: continueranno le indagini e gli arresti? Se la guerra alla corruzione dovesse finire, avrà ragione chi tra gli analisti l’ha giudicata non come un tentativo di ripulire l’affannata macchina burocratica cinese, ma come una purga politica.

    • Eugenio Cau
    • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.