lotta di classe eolica

I no all'eolico al Mugello illuminano la borghesia anti industriale italiana

Jacopo Giliberto

La contestazione contro il progetto dei “ventilatori” eolici che l’Agsm di Verona vuole alzare tra Forlì e Firenze mette in evidenza una delle anime della sindrome nimby: l’opposizione antindustriale della borghesia intellettuale reazionaria

Lotta di classe eolica. La contestazione contro il progetto del Mugello, cioè i “ventilatori” eolici che l’Agsm di Verona vuole alzare sull’Appennino vicino al passo del Muraglione tra Forlì e Firenze mette in evidenza una delle anime della sindrome nimby: l’opposizione antindustriale della borghesia intellettuale reazionaria. Il fatto. Il Tar della Toscana ha dato torto al ricorso presentato da Italia Nostra e dal comune di San Godenzo (Firenze) e ha dato ragione alla Spa comunale Agsm Aim.  La vicenda nasce dal progetto della Spa municipalizzata di Verona per otto turbine eoliche fra il Giogo di Villore nel comune di Vicchio e il Giogo di Corella nel Comune di Dicomano. Altezza delle torri, 99 metri cui aggiungere i 63 metri di sbraccio dell’elica. La potenza complessiva è 29,6 megawatt. Poi vanno sepolti nel terreno 20 chilometri di cavo da 30mila volt per far arrivare la corrente alla rete di alta tensione.

 

Una prima particolarità del progetto è il fatto che l’Agsm ha avviato un procedimento di dibattito pubblico con gli abitanti, uno dei primi esempi in Italia; l’inchiesta pubblica si è conclusa il 27 agosto 2020. L’altra particolarità è che i comitati nimby di conservazione del paesaggio hanno mostrato in modo chiaro la forma sociale che si esprimeva attraverso loro. Non solamente, ma soprattutto la borghesia intellettuale antindustriale. Non solamente, ma soprattutto professionisti di origine urbana, dipendenti pubblici, mamme consapevoli, lavori creativi, papà informati, insegnanti, lavori di concetto.

 

I loro alfieri sono i sovrintendenti del ministero della Cultura e perfino Vittorio Sgarbi il quale, due anni fa, così interpellò l’assessora regionale Monia Monni colpevole dello scempio energetico montano: “Monia Monni che tu sia maledetta. Segnatevi questo nome: Monia Monni. Capra, il Mugello è dove è nato Giotto”. La borghesia misoneista che cerca di fermare ciò che cambia è un caso ricorrente. Nel libro “Mantova Nmby. Il caso cartiera e le patologie delle istituzioni” (editore Sometti, 2020) l’autore, Giancarlo Leoni, aveva individuato nella stessa borghesia urbana antindustriale intellettuale, contraria al cambiamento, la classe che si opponeva contro il riavvio degli impianti di riciclo e incenerimento della cartiera di Mantova.

 

In quel caso si erano formati i comitati con l’armamentario  di motivazioni, assemblee animatissime nella sala polivalente, marce di protesta fitte di diverse centinaia di persone, lenzuola ai balconi con slogan scritti a bomboletta, i polmoni dei nostri bambini, dichiarazioni di “medici per l’ambiente”, esposizione con i disegni dei bambini delle scuole, lettere indignate alla locale gazzetta, contumelie sui social contro il sindaco Mattia Palazzi. E’ opposto l’ambientalismo operaio che si era formato negli anni ’70 e ’80 nel petrolchimico di Marghera con le lotte contro la “Mortedison” e contro la strage per tumore generata fra i dipendenti dal cloruro di vinile monomero. Quello sì “di sinistra”, quel movimento ambientalista esprimeva la classe lavoratrice che si sentiva sfruttata dal padronato. E non nasce dalla classe borghese nemmeno la prima fase dei no-Tav della val Susa, quando negli anni ’90 si aggregò un movimento spontaneo di valligiani gelosi della loro identità e diffidenti contro quelli di giù, di pianura, che violavano la Chiusa di San Michele.

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