Il talento dell'olivo. Cioè noi

Antonio Pascale

L’albero della vita, della bellezza, della resilienza, della cultura e persino della democrazia. Di ciò che è alle radici, millenarie, della forza creativa d’Italia. Anche se non amate i simboli, basta andare in Sabina

L’olivo è una pianta musicale, suona benissimo, per via del tronco nodoso: se guardate il fusto delle piante più vecchie, potete notare delle creste (nessuna pianta in vecchiaia assume le spettacolari forme dell’olivo), ecco, ogni cresta è la manifestazione di una radice profonda: se la radice trova acqua, allora il tronco cresce e con esso i rami ad esso collegati. Le radici dunque si riflettono sul tronco. Se la radice muore o se cambia la quantità d’acqua, allora cambiano anche le parti superficiali, difatti, a maturità, il tronco diventa più contorto e gibboso: in relazione a una crescita radiale diseguale: per questo suona. Non ci credete? Aspettate.

 

L’olivio è un suono sì ma anche una piccola luce perpetua. Nell’antica Roma, la produzione d’olio contribuiva al pil, eccome: alimentazione, cosmesi, lubrificazione di parti meccaniche. Tutti volevano l’olio. Al tempo, a maggior richiesta si rispose con l’ampliamento degli oliveti, in Sabina e nel Lazio meridionale. Man mano che i romani conquistavano territori, costruivano strade e piantavano olivi. Alla fine, fatti i conti sulla base delle anfore accumulate sul monte Testaccio e altri dati, gli storici affermano che a Roma, in età imperiale, ogni cittadino, su un milione di abitanti, consumava, e per vari usi, 2 litri di olio al mese (oggi noi in Italia ne consumiamo 14 litri). La piccola luce perpetua ha continuato a brillare anche quando, con la fine dell’impero romano, gli appezzamenti di olivo si ritirarono, insieme alle strade, ai ponti, alle opere di regimentazione delle acque. 

 

 

Questo perché, insomma, i nuovi arrivati mostrarono di non gradire l’olio: come condimento preferivano il lardo, lo strutto e il latte, e poi meno vino e più birra, quindi l’olivo cedette il posto alla quercia. Sotto la quercia poi c’erano le ghiande e con le ghiande si allevavano i maiali, appunto: più lardo, meno olivi, più querce, più maiali. Allora gli olivi si chiusero all’interno dei conventi. Siccome però i monaci usavano l’olio anche per illuminare qualche rito sacro, dobbiamo ai monaci benedettini di Farfa in Sabina, San Vincenzo al Volturno, Monte Cassino, e anche quelli dell’area padana la resistenza dell’olivo. Prima dell’Anno mille comunque, in Italia, le notti illuminate con l’olio erano poche (diverso in Europa: nella moschea di Cordova, in Spagna ci sono 1.200 lampade ad olio, quindi, fatti i conti 250 quintali di olio all’anno: vuol dire che ce n’era in abbondanza). E sì, è un suono, una luce e un unguento.

 

Queste cose, così come le sto dicendo, mi sono venute in mente visitando il Museo dell’olio di Castelnuovo di Farfa, museo da visitare ora, proprio ad agosto, perché è un piccolo gioiello e poi si sta freschi, anzi, lo so che è strano, ma portatevi un maglioncino. Non è un museo tradizionale, niente stanze allestite con vecchi strumenti utili alla coltura dell’olivo. La particolarità di questo museo è che cinque artisti hanno celebrato e interpretato la musica, la luce, l’unguento, insomma la cultura dell’olio.


Basta ascoltare il suono che la storia ha intrappolato nella pianta: contiene e racchiude tutto, muove i ricordi, e poi illumina, è un faro


 

E’ una maniera nuova e particolarmente felice di allestire un museo. In fondo un museo è vivo fin quando sono vivo io, è contemporaneo e può essere usato solo se mi è contemporaneo. Quindi, non più vecchi oggetti in disuso messi in mostra ma una riflessione, attraverso l’arte, sul perché è utile preservare (e celebrare) quella parte di territorio coltivato a olivo, il suo suono e la sua luce.

 

Una stanza si intitola l’olio viaggiante. Quest’istallazione ci ricorda, appunto, l’importanza della luce (ottenuta grazie all’olio). Se voi scendete in questa stanza (scendete sì, in realtà è una grotta, da qui la necessità del maglioncino) vi verranno in mente un sacco di ricordi e associazioni e sensazioni. Sono prodotti dalla luce. Per esempio, mi sono rivisto bambino, in autunno. Mattina presto, citofono, un contadino. Mio padre dice: sali! E quello sale, prendono il caffè in salone, discutono su qualcosa che non capisco, poi va via e mio padre con una bottiglia d’olio in mano dice a mia mamma: assaggia, questo è convinto che sa fare l’olio. Mia mamma assaggia: che schifezza – dice – peggio dell’olio lampante. Al che interviene mio nonno, mi chiama: prendi quella lampada. Prendo quella lampada, mio nonno ci mette l’olio e mi dice: accendi accendi. E io accendo. Mio nonno mi dice: questa fiamma brilla da sempre e brillerà per sempre, finisce il petrolio, finisce l’elettricità, c’è sempre l’olio.

 

Altra mattina. Mia mamma in lacrime. Entra ed esce dalla stanza di mio nonno, insieme a una amica e altre donne, fanno delle cose che non capisco (gli uomini sono tenuti a distanza, anche mio padre non si avvicina). Poi qualcuna dice a mia mamma: lo laviamo con l’olio, va all’altro mondo tutto pulito e profumato (nell’antica Atene l’olio era considerato un bene di lusso e prezioso e comunque tra le classi agiate se ne faceva un grande uso: si sa che un giovane cittadino che frequentava il Ginnasio poteva consumare per l’igiene del corpo e vanità personali fino a 30 litri di olio all’anno: 20 litri all’anno per alimentazione, 3 litri come lubrificante e per l’illuminazione, mezzo litro come farmaco e un paio di litri, ancora, per i riti sacri).

 

Sono in Calabria, piana di Sibari, ho fatto una follia, quelle che si fanno da ragazzo: sono sceso da Caserta fino a Vibo, solo per dare un bacio a una ragazza di cui sono innamorato, sono partito di notte, non ci sono riuscito, a darle un bacio, dico, me ne sto tornando, ho una botta di stanchezza, esco dall’autostrada e finisco in un campo di olivi, sono altissimi, alcuni di 15 metri. Mi sembra un posto fatato, il più bello mai visto, l’ombra mi protegge, mi ripara dalla mia follia e dall’inquietudine, dalla paura, mi addormento sotto un olivo, mi risveglio dopo poco, ma mi sento come se avessi dormito 10 ore.

 

Sono grande, e sto preparando insieme a Franco, professore di entomologia a Portici, una conferenza: è l’anno internazionale delle piante, devo moderare. Stiamo cercando raccordi tecnici, modi per introdurre il concetto di One Health, non è facile, ci incartiamo, esaminiamo delle piante, magari possono fare da apripista, quando lui mi fa: comunque quando il Rhynchophorus ha attaccato le palme, ti devo dire la verità, non me n’è importato, a me le palme mi stanno antipatiche, ma quando la Xylella ha colpito l’olivo tu non sai che dolore ho provato.

 

Se visitate il museo, oltre alla luce che farà brillare i vostri ricordi, sentirete, poi, come vi dicevo, il suono dell’olivo: altri ricordi, suggestioni, associazioni. Ora, il suono è una scultura. Per produrre il suono prima bisogna scolpire poi accarezzare la scultura. La scultura all’inizio si faceva così: prendiamo un corno acustico e produciamo un’onda sonora, l’onda si espande ed entra nel corno acustico e attiva un diaframma, il diaframma vibra, la vibrazione si trasmette a uno stilo, lo stilo incide la cera e scolpisce una forma. Quindi l’onda ora è intrappolata in una scultura. Bisogna liberarla senza rompere la scultura, basta, semplicemente, accarezzarla con una puntina che segue la scultura, produce un’onda, l’onda finisce nel corno e torna a noi.

 

Anche gli alberi suonano, specialmente l’olivo. Basta sapere come accarezzare le sue contorte superfici: Giannandrea Gazzola, nella stanza oleofonica, per esempio, ha preso un albero di olivo col suo bellissimo tronco nodoso e lo ha fatto girare grazie a una pedana. Poi ha sistemato delle aste, come se fossero puntine che accarezzano il tronco e insomma, l’Olivo gira e suona.

 

Poi dice l’avanguardia, chi la capisce. Quando i contadini di Fara hanno visitato il museo e si sono trovati nell’ultima stanza, davanti all’olivo che suonava, hanno pianto, alcuni a singhiozzi, vecchi contadini con coppola e abiti pesanti, gente abituata da una vita a salire sull’albero, potarlo, rinforzarlo, a spremere le olive, hanno ceduto davanti a quel tronco nodoso: era un vecchio amico che suonava e non voleva morire. Per questo il museo dell’olio è atipico, non mette in vetrina, ma illumina e libera il suono dell’olio: quel suono racconta la nostra storia, il rapporto millenario che abbiamo con la pianta.


Queste cose mi sono venute in mente visitando il museo dell’olio di Castelnuovo di Farfa, museo da visitare ora, proprio ad agosto 


 

Un suono ancestrale, anzi, si può dire che c’è sempre stato, da molto prima che ci fossero i sapiens, sappiamo che il bacino di origine è il Mediterraneo, le sue coste calde e assolate e asciutte (l’olivo detesta l’umido e resiste alla siccità), cresce e si rafforza in buona compagnia, come compagni di viaggio ci sono il corbezzolo, lauro, carrubo e appunto l’oleastro. Comincia dalla pianura, ma se ne sale sulle colline, cresce in mezzo al pietrame, strafottente: tu tagli il tronco per intero e lui ricaccia un pollone, dal pollone una pianta. Poi gli uomini lo notano, una donna prende le olive (ci sono insediamenti del Paleolitico, in Francia meridionale, in Germania, sui Pirenei spagnoli dove sono stati ritrovati noccioli di olivo), comincia la domesticazione. Dove? Solita mezzaluna fertile, qui sono stati selezionati i primi semi di farro e di orzo, qui li hanno seminati a spaglio, limitandosi a sarchiare appena il campo, qui hanno raccolto le spighe mature, poi macinato le cariossidi, fatto il pane. Qui le prime capre e pecore, la lana, il latte i formaggi, l’uva è diventata vino e qui è nata la nostra civiltà e il guardiano, il simbolo di tutto questo era (è) l’olivo.

 

E’ stato Ercole a portare l’olivo sul monte Olimpio, tornava da una delle sue incredibili imprese. Aristeo, figlio di Apollo e Cirene, invece, non solo l’ha portato in Sicilia, in Sardegna, nella penisola italica ma ha insegnato ai contadini l’arte della coltivazione. Sicuro Ulisse intagliò nell’olivo il suo letto nuziale, se ne intendeva, visto che la clava di Polifemo era di olivo, e lui prese una scheggia di questa clava per accecare il gigante. Anche il manico della scure che Calipso dona a Ulisse è appunto fatto di legno di olivo. E poi c’è l’olivo ad Atene che già nel 594 a.C. Solone lo usò per dividere i cittadini in 4 classi di ricchezza, a seconda, appunto, dell’olio posseduto, e poi fece piantare olivi sacri a Zeus e impedì l’abbattimento, se non per gravi motivi o per la costruzione di zone sacre. Ancora un secolo e sarebbe arrivata la democrazia di Pericle, un esperimento fondamentale sostenuto da una discussione viva, articolata e in qualche modo tragica.

 

Passano i millenni, e l’olivo ha sempre una nota nel suo pentagramma su cui far leva. Il Settecento iniziò con una grande gelata, nel 1709, la temperatura il 6 gennaio, scese a meno 19 e restò bassa per diversi giorni (dalle metà del Cinquecento fino a metà Ottocento, si parla di piccola era glaciale. Un disastro per l’olivo. Ma eravamo entrati nel secolo dei Lumi e difatti a problema cominciò a corrispondere la soluzione.

 

E’ vero, gli olivi, in Toscana soprattutto, furono falcidiati, ma si reimpiantarono e si specializzarono: quello di maggior pregio alimentare si concentrò in alcune zone della Toscana mentre l’olio lampante veniva dal Sud (nella zona dei grandi laghi, dove un secolo prima erano stati impianti olivi che servivano la Lombardia e l’Emilia, si cominciò a produrre solo per l’autoconsumo e all’olio si preferì lo strutto e il burro). Poi arriva l’Accademia dei Georgofili che sotto la spinta dell’illuminato Granducale si occupa del progresso dell’agricoltura e insomma l’olio alla fine, seppur fiocamente ha contribuito ad accendere i lumi della ragione.

 

L’olivo ha imparato bene ad adattarsi alle estati mediterranee, per esempio, le foglie chiudono i pori, spesso si arrotolano come tubicini nella direzione dello stelo (si può dire che la pianta appare come stordita, rintronata dal sole) e comunque il movimento (le foglie che si arrotolano) protegge il lato inferiore, quello poroso e argenteo. Quel riflesso è dovuto a migliaia di cellule trasparenti poste sugli steli: sono dei microscopici parasole, mantengono il vapore acqueo attorno ai pori, come se ci fosse un cuscinetto d’aria umida. Fatto sta che l’olivo è il risultato di uno splendido ma contorto adattamento, tra profondità e superficie, tra esterno e interno, per questo suo sforzo ricorda, tra le altre cose, la complessità della democrazia: tra interno ed esterno, nostre opinioni e fatti.

 

Se avete voglia di indagare l’olivo, fare un giro nei vostri ricordi, se vi interessa la storia, il mito, la democrazia, potete, certo, leggere i libri di storia, agronomia, studiare i testi di scienza politica o fare un salto al Museo dell’olio in Sabina: basta ascoltare il suono che la storia ha intrappolato nella pianta: contiene e racchiude tutto, muove i ricordi, e poi illumina, è un faro.

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