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No al processo alla scienza

Tutti prosciolti per la Xylella. Ma l’archiviazione contiene falsità scientifiche e accuse infondate ai ricercatori

7 Maggio 2019 alle 20:46

No al processo alla scienza

Foto LaPresse

Tutte le accuse sono state archiviate, tutti gli indagati sono stati prosciolti. Bene, ma non basta. Perché nelle 44 pagine di archiviazione dell’inchiesta sulla Xylella ci sono molte cose che non tornano. “Ancora oggi non vi è chiarezza scientifica né sulla piena conoscenza del fenomeno naturale, né sulle cause e, tanto meno, sui rimedi”. Questa affermazione contenuta nel decreto di archiviazione del gip del Tribunale di Lecce lascia letteralmente esterrefatti per diversi motivi. In primo luogo, non si capisce quale grado di chiarezza scientifica il giudice richieda, quando, in almeno tre diverse nazioni, in due diversi continenti, la Xylella fastidiosa, sottospecie pauca, è stata trovata su olivi che manifestavano sintomi di disseccamento. E questo non lo dice chi scrive, ma almeno nove diverse pubblicazioni scientifiche, fatte da gruppi di ricerca diversi in tutto il mondo, su riviste scientifiche peer-reviewed.

    

Non si capisce cosa si potrebbe fare di più per convincere i giudici, oltre a condurre esperienze in laboratorio che la comunità scientifica internazionale ha giudicato solide, così che i massimi esperti al mondo di Xylella hanno stabilito che sì, quella sottospecie di Xylella – non altre – causano il disseccamento rapido dell’ulivo. Volendo trovare degli esperti imparziali perché non si è dato ascolto almeno all’Accademia dei Lincei, la quale si è più volte, anche recentissimamente, pronunciata con chiarezza su quali siano le cause e quali le contromisure da prendere, scrivendo per esempio “i ricercatori hanno indicato con certezza Xylella come responsabile del complesso del disseccamento rapido dell’olivo, sin dalla prima identificazione certa del batterio, nel 2013”?

   

In secondo luogo, il gip riprende e sposa integralmente le argomentazioni della procura anche quando la procura, nel tentativo di dimostrare che – contrariamente a quanto la comunità scientifica a larghissima maggioranza afferma – le misure di contenimento sarebbero inutili, attribuisce la seguente citazione a uno dei massimi esperti mondiali di Xylella, il prof. Alexander Purcell: “Non fate il nostro errore: contro la Xylella, gli abbattimenti non servono a nulla. Occorre contenere il batterio e lavorare sul rafforzamento delle piante”. Ma … questa citazione è falsa. Proveniva dalla parlamentare M5s D’Amato ed è stata smentita da Purcell, che difatti ha dichiarato “la citazione fatta dalla D’Amato, sia quella attribuita a me che quella attribuita al Prof. Joao Lopes, è completamente falsa”, e ha confermato più volte questa circostanza. Eppure, sulla base di questa falsa citazione, la procura, di cui il giudice condivide in toto le argomentazioni, arriva a dire che “proprio sulla base di tali presupposti, come noto, si procedeva al sequestro di specifiche piante di ulivo, ed in particolare delle piante di ulivo interessate dai provvedimenti di rimozione”. Simili presupposti sono bastati alla procura per procedere, mentre a nulla sono valse le indicazioni di Purcell – quello vero – che ha dichiarato: “Se il batterio si muove principalmente da olivo ad olivo, la rimozione degli alberi può rallentare la diffusione della malattia”. E con lui, concorda l’Efsa, organismo europeo pure abbondantemente citato negli atti di archiviazione, ma di cui si omette di ricordare il parere scientifico del 6 gennaio 2015, il quale ha ribadito la necessità della misura di prevenzione di eradicazione.

   

In terzo luogo, seppure non ci si volesse riferire a organismi scientifici vorrei allora capire come conciliare ciò che si legge negli stralci dell’atto di archiviazione riportati dagli organi di stampa contro le misure di eradicazione con quanto ha ribadito la Corte europea, quando ha detto a proposito delle decisioni della Commissione europea sul contenimento di Xylella fastidiosa che “occorre constatare che la Commissione ha potuto legittimamente considerare che l’obbligo di rimozione immediata delle piante infette era una misura appropriata e necessaria per impedire la diffusione del batterio Xylella.” E anche “la Commissione ha potuto legittimamente considerare, tenuto conto dell’ampio potere discrezionale di cui dispone in materia, che l’obbligo di rimozione immediata di tutte le piante ospiti situate in prossimità delle piante infette costituiva […] una misura appropriata e necessaria per evitare la propagazione del batterio Xylella”.

    

In quarto luogo, si vorrebbe capire come mai la procura assuma che le discussioni scientifiche e la preparazione di tecnici all’eventualità che in Italia potesse arrivare la Xylella fastidiosa siano prova del fatto che, in realtà, i ricercatori avessero già identificato il batterio e semplicemente per proprio interesse non ne dichiarassero la presenza in Puglia. Nello specifico, si citano le presentazioni del dottor Jaap Janse, che già nel 2009 mostrava foto di ulivi californiani infetti da Xylella fastidiosa (della varietà multiplex, non pauca!) e il workshop del 2010 tenuto presso lo Iam, che aveva tra i suoi scopi formare gli operatori fitosanitari per fronteggiare un eventuale arrivo di Xylella. I pompieri devono essere formati ad affrontare gli incendi prima che il fuoco arrivi; allo stesso modo, i tecnici fitosanitari di tutto il mondo si tengono pronti all’arrivo di Xylella, come a quello di altre minacce. Del resto nelle presentazioni che si facevano in quegli anni – ancora disponibili in rete – si fa chiaramente riferimento al fatto che la Xylella non era ancora stata reperita in Europa: in che modo dunque questo sarebbe un indizio del fatto che i ricercatori già sapevano? Si potrebbe obiettare che i disseccamenti erano evidenti e dunque, dato che si parlava già di Xylella, si sarebbe dovuta accendere una lampadina fin da subito nella testa degli scienziati. Però si deve sapere che all’epoca l’unica sottospecie nota per infettare gli ulivi era la multiplex, che provoca sintomi di scarsa entità se non del tutto assenti in una piccola percentuale delle piante infettate – come pubblicato all’epoca in letteratura. Del resto se qualcuno – come il professor Martelli – ha finalmente l’idea giusta, la procura non trova di meglio che sospettare della sua “folgorante intuizione”, riportando sempre tra virgolette e con evidente scherno questa dicitura. Prima del 2013, ricercatori colpevoli per non aver capito immediatamente cosa stesse succedendo; dopo il 2013, colpevoli per averlo intuito.

    

In quinto luogo, il massimo dello straniamento in chi legge lo si induce quando si afferma che alcuni degli indagati abbiano “importato ceppi di Xylella dall’estero (ai fini di studio e di sperimentazione scientifica) e ne abbiano fatto oggetto di studi, e, verosimilmente, di sperimentazione in campo”. Bisogna proprio essere aiutati a capire: su cosa poggia quel “verosimilmente”, visto che non vi è traccia di tali sperimentazioni in campo aperto, e il batterio che ha dato origine all’epidemia è di ceppo totalmente diverso?

   

Se si avrà la bontà di rispondere a questi interrogativi fatti da un cittadino, ma anche da un’attonita comunità scientifica, sono sicuro che sarà ripristinata quella indispensabile fiducia nell’autorità giudiziaria, che a oggi risulta gravemente compromessa.

   

Enrico Bucci è Adjunct Professor in Systems Biology SHRO – Temple University, Philadelphia

Enrico Bucci

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