La campagna d'Italia

Antonio Pascale

Biotecnologie sostenibili, nuovi agrofarmaci, startup tra i campi e le stalle, sempre più giovani nelle aziende. E’ l’innovazione applicata all’agricoltura. Perché il ritorno alla natura non può che essere un ritorno al futuro. Un’indagine, con le storie di chi ha raccolto la sfida

Anche voi, come me, avete amici o conoscenti, giovani e meno giovani che desiderano tornare in campagna? Un po’ per crisi Covid, un po’ per altro, ci scommetto (ma lo dicono anche alcune proiezioni), in tanti lo faranno. Buon segno, no? Finalmente. Per secoli è stato il mestiere più diffuso (tutti erano contadini) ma tra i più frustranti (si produceva per dar da mangiare ai signori, ai re e ai loro eserciti, quando non si partiva per la guerra). Con bassa innovazione, la resa media dei cereali è rimasta immutata per millenni (per un intreccio di fattori, agronomici, culturali, geografici ed economici: per esempio, non conveniva innovare se poi il surplus di produzione, appunto, se lo prendevano re, potenti e affini). Era il settore economico (quello primario) più tassato (i dazi e le gabelle sfioravano l’assurdo, a volte erano bizzarri: in Ungheria, per esempio, i contadini pagavano le tasse se il loro signore faceva la prima comunione, se si sposava o se bisognava riscattarlo dalla prigione turca). Dunque un mestiere povero (bassa aspettativa di vita), fortemente a rischio (vuoi per l’alimentazione scarsa e ripetitiva che indeboliva il fisico, vuoi per la fatica) e soggetto a obblighi servili.

 

Per secoli è stato il mestiere più diffuso ma tra i più frustranti (si produceva per dar da mangiare ai signori)

La brutalità del mestiere, d’altra parte, di tanto in tanto, affiora ancora oggi in frasi classiste: vai a zappare, braccia rubate all’agricoltura. O nei ricordi dei contadini, alcuni molto commoventi, come quelli che raccontano il distanziamento sociale che subivano prima del coronavirus. Siccome spargevano il letame (prima dei concimi di sintesi, era l’unico fertilizzante per le piante), dunque lavoravano nelle stalle – e vi assicuro, l’odore di stallatico è per i palati forti e si impregna nei vestiti – erano tenuti a distanza dalle donne: distanziamento sociale, appunto: chi se lo sposa uno che lavora nelle stalle? Finché non è arrivata la macchina spandi letame: li ha liberati dall’odore. E dal conseguente stigma sociale.

 

Ma c’è qualcosa da dire anche della vita delle donne in campagna. Non mancano racconti e indagini. Prendi il dimenticato antropologo Ernesto De Martino. Il suo libro, “Sud e magia”, è un grande classico, anzi, forse è un grande classico rimosso, almeno nelle discussioni sull’agricoltura, la miseria e i bei tempi di una volta. De Martino nei suoi lavori sul campo (tra l’altro parecchio innovativi nell’approccio: fu affiancato dallo psichiatra Giovanni Jervis, dall’antropologa Amelia Signorelli, dall’etnomusicologo Diego Carpitella e altri) descriveva un sud poverissimo (metafora dell’universo contadino) e per questo misero e fragile: “Fascinazione, possessione, esorcismo, fattura e controfattura sono da ricondurre all’insicurezza della vita quotidiana”. Cos’altro è il ricorso alle pratiche magiche se non un tentativo di limitare e tenere a bada la fragilità? Del resto, come non essere insicuri? Alta mortalità infantile, alta mortalità delle donne per parto. E poi la fatica. Le lunghe marce quotidiane per raggiungere il luogo di lavoro. Partenza a mezzanotte e arrivo all’alba. La stanchezza, la prostrazione, la mancanza di cibo. Vedevi i fantasmi, i morti, le streghe. “Sono cose che capitano a noi contadine”. Così una contadina disse a De Martino, con tutta la rassegnazione del caso. Così ho sentito dire tante volte a mia nonna, a mio nonno e a tutto il parentame contadino.

 

Siamo contenti: si torna in campagna. Ce lo possiamo permettere perché l’agricoltura è cambiata e cambiando ci ha cambiato

Siamo contenti: si torna in campagna. Ce lo possiamo permettere perché l’agricoltura è cambiata e cambiando ci ha cambiato. Quando diciamo “vai a zappare” non ci rendiamo conto che una zappa di nuovo ci ha fornito l’abbondanza (e dietro la nuova zappa ci sono alcune innovazioni, la chimica, il miglioramento genetico, la meccanizzazione ecc.). E’ ingiusto dimenticarlo. Miliardi di persone sono uscite dalla povertà (oggi su quasi otto miliardi, solo 800 milioni sono gli affamati cronici). A cibo migliore corrisponde migliore aspettativa di vita. Ancora: cibo migliore unito a poche pratiche igieniche (mani ben lavate, bagni e fogne, acqua potabile) e qualche antibiotico, hanno creato quello che Robert W. Fogel chiama il secolo meraviglioso: il Novecento. Abbiamo sconfitto la fame, la carestia e le malattie, cioè le tre grandi piaghe che per millenni, e con costanza, hanno rovinato la vita ai nostri progenitori.

 

Se durante questa crisi avessero chiuso il settore agricolo, ci scommetto, tutti quei bei video, come dire, allegri, ironici e motivazionali su “restate a casa”, apparsi sui social non ci sarebbero stati. Siamo coscienti di tutto questo? Allora possiamo dire: torniamo al mestiere antico. Ora, l’agricoltura ha un compito ancora più grande: non quello di servire re e affini, ma di soddisfare le esigenze della popolazione in crescita (in realtà cresce solo una parte di popolazione, quella più povera, e crescerà ancora fin quando quei cittadini del mondo non usciranno dalla povertà, poi decresceremo tutti, demograficamente, dico). Agricoltura moderna non significa: pensiamo solo a noi, al nostro orto (gli orti sono belli, danno soddisfazione, sono creativi, ma non aiutano a risolvere i grandi problemi), ma pensiamo al mondo intero: avrà 10 miliardi di persone e per grandi numeri, la crescita avverrà in Africa (da i 2 ai 3 miliardi) e in Asia (intorno ai 5, il resto diviso tra Europa e America che stanno a crescita zero). 

  


L’illusione del buon tempo antico. Il luogo comune dell’agricoltura moderna che inquina e va combattuta, magari tornando alle pratiche di una volta. Il problema del nanismo e della frammentazione


  

Agricoltura moderna significa apertura: il nostro orto si dovrà confrontare con miliardi di persone e nuovi mercati. Non è facile, non siamo abituati (per ragioni evolutive) a misurarci con queste scale, infatti recintiamo i confini – e sarebbe davvero il più grande sbaglio prodotto da questa crisi.

 

Agricoltura moderna significa apertura sostenibile. Non è facile. Ridurre l’impatto antropico è arduo, i numeri sono i suddetti. Ma è un sacrosanto dovere, una necessità inderogabile. Quindi, chiamatela come volete, agricoltura blu, sostenibile ecc. (sono tutti aggettivi utili), ma se torniamo a fare i contadini, appunto, dobbiamo essere dei professionisti del mestiere: consapevoli del compito che abbiamo, portare idee nuove, accogliere idee, provare, sperimentare: innovare. E questa è la premessa, diciamo così, il primo atto, tra l’invettivo e il motivazionale. Purtroppo, dobbiamo passare al secondo atto, quello riflessivo, meditativo. Le parole devono fare i conti, quindi, con i problemi quotidiani della nostra agricoltura.

 

In Italia ci sono 46 mila aziende agricole condotte da giovani. Valore assoluto alto, quello relativo così e così, appena il 4 per cento sul totale. Le cinque regioni con il maggior numero di aziende condotte da giovani agricoltori sono Sicilia, Puglia, Campania, Calabria e Lazio

Cominciamo l’elenco? L’immaginario. Pochi sono consapevoli di cosa è l’agricoltura oggi, delle tecniche che si usano, di perché è importante usarle e soprattutto come e perché migliorarle. Sui media generalisti, nei programmi televisivi duri e puri, vince un’altra idea: l’agricoltura moderna inquina, va combattuta. Magari tornando alle buone e antiche pratiche agricole (questo immaginario respinge le innovazioni, è un problema). Che poi non si capisce quali sono, visto che nell’antichità e per millenni l’agricoltura era scomparsa. Per fare un esempio, una rotazione efficace, la Norfolk è stata riscoperta nei primi anni del ’700, in Inghilterra, prima di allora, in gran parte del mondo, tranne zone specifiche, si lasciavano i campi a maggese (perdendo quindi un terzo o metà della produzione) e c’erano i diritti di pascolamento che limitavano l’iniziativa.

 

Quindi, se il borghese, l’intellettuale pieno di buone intenzioni, vuole tornare alla terra per conoscere i veri valori della vita, senza conoscere i problemi della terra, finisce male. O meglio, tutto si risolve in un vago elogio al naturale e ai ritmi autentici. Cose facili da dire. Ed è un problema perché così facendo ancora una volta si diventa classisti, si ama il contadino perché lo si idealizza, non perché si conoscono i problemi del contadino: questo genere di narrazione nasconde un pericoloso deficit di conoscenza.

 

A proposito di ritorno alla terra e delle necessarie innovazioni che fanno assonanza con giovinezza, in Italia, quante sono le aziende agricole condotte da under 35? I dati Nomisma ci dicono che sono 46 mila. Valore assoluto alto, quello relativo così e così, appena il 4 per cento sul totale. Il totale è costituto da aziende condotte in gran parte da over 65, con una bassa scolarità (i dati complessivi sono questi: l’8 per cento è laureato, il 61 per cento ha un diploma elementare o di scuola media, il 29 per cento un diploma di scuola superiore, il 2 per cento non ha titoli di studio). Comunque (dato positivo) le nuove aziende, condotte dagli under 35, hanno una superficie agricola intorno ai 20 ettari, rispetto agli 11 della media italiana.

 

 

Giusto per leggere i dati nell’insieme e confrontarli: rispetto ai paesi confinanti, come siamo messi? Non bene. La Spagna ha più aziende giovani, e soprattutto hanno una superficie di 32 ha, contro i 25 ha di media nazionale. In Germania gli under 35 conducono aziende di 62 ha, contro i 61 di media nazionale (in sostanza vecchi e giovani giocano lo stesso campionato sullo stesso campo di calcio). La Francia 83 ha (i giovani) contro i 62 di media nazionale.

  

Il nostro è un antico problema: nanismo e frammentazione. Dai tempi degli studi universitari, al dipartimento economia di Agraria, Portici, nella sala intitolata alla buonanima di Rossi Doria, da allora, dicevo, sento queste lamentazioni, sacrosante. Le aziende sono piccole e frammentate, un pezzo qua, un pezzo là. Prendi la macchina lavora la terra, poi riprendi la macchina, scavalla una collina e raggiungi l’altro appezzamento, consumi tutto in gasolio – da anni si spera in una grande riforma fondiaria, inutilmente. In Italia i comparti fondamentali, cerealicolo, frutticolo, olivicolo sono sottodimensionati. Alcuni, poi, quello olivicolo, per esempio, davvero messi male. Pochi ettari, a volte condotti da agricoltori part time, un po’ impiegati e un po’ contadini, quindi i campi a olivo sono lasciati lì, giusto una potatura e un po’ di olive da portare al frantoio.

 

Va bene, si lavora con quello che si ha, quindi concentriamoci sulle cose buone. Le aziende giovani stanno crescendo (e una su quattro è condotta da una donna). Le cinque regioni che si contraddistinguono per la presenza del maggior numero di aziende condotte da giovani agricoltori sono Sicilia, Puglia, Campania, Calabria e Lazio. Quelle che invece presentano la maggior estensione poderale sono Sardegna (46,5 ettari di media per azienda), Valle d’Aosta (42,8 ettari). Buon dato, però poi coltivano prati e pascoli, quindi mangime per animali. I giovani agricoltori del nord, invece, sono più produttivi: tra le regioni, è in testa la Lombardia (409 mila euro di valore della produzione media per azienda), seguita da Veneto (305 mila), Emilia-Romagna (180 mila), Piemonte (135 mila) e Friuli-Venezia Giulia (97 mila euro).

  

 

Ok, cosa producono i giovani? I settori produttivi che vedono la maggior presenza di giovani sono quello avicolo e del latte (10 per cento) poi l’orticolo (8 per cento), il suinicolo (6 per cento), il frutticolo e il vitivinicolo (5 per cento). Le imprese cerealicole e olivicole sono marginali. Il campo da gioco è questo e andrebbero considerati molti altri fattori. Ma per non rendere questo secondo atto un elenco di dati e lamentele (mie), ho sentito il parere di alcuni agricoltori che non rientrano nella categoria cool, cioè contadino con cappello, in mezzo alla campagna, con cesto di vimini e tante primizie dentro.

 

Sono professionisti dell’agricoltura.

 

Debora Piovan, agronoma, laurea a pieni voti nel 1994 con tesi sul miglioramento genetico dell’olio di girasole. La sua preoccupazione maggiore: “Rischiamo di perdere le nostre tradizioni, preziose da un punto di vista economico e culturale, perché non riusciamo a innovare”

Per esempio Debora Piovan (agronoma, laurea a pieni voti nel 1994 presso la facoltà di Agraria dell’Università di Pisa, tesi sul miglioramento genetico dell’olio di girasole). Mi dice: “Faccio l’agricoltore da venticinque anni. E’ un mestiere complesso, ma vario e mi piace molto”. E tuttavia, specifica: “A un certo punto mi sono resa conto che le mie libere scelte imprenditoriali erano indirizzate da falsità che giravano e influenzavano le politiche per l’agricoltura. Così ho deciso di mettermi a raccontare cos’è davvero l’agricoltura italiana portando la testimonianza mia e di altri colleghi agricoltori, collaborando con il mondo della ricerca per verificare sempre la fondatezza di ciò che affermiamo e di ciò che viene raccontato dai media”.

 

E torniamo allora al vecchio problema di cui sopra: l’immaginario. Spesso sostenuto da poca competenza. Ma se io dicessi che Totti gioca nel ruolo di portiere, perché mai qualcuno dovrebbe starmi a sentire quando parlo di calcio? Ebbene a sentire i discorsi generalisti sull’agricoltura, spesso Totti gioca in porta, e questi commentatori sono molto ascoltati, quindi l’immaginario non cambia, peggiora: “Prolungate siccità, temperature anomale, eventi piovosi estremi mettono a rischio le produzioni con una frequenza mai vista prima. Questo influisce anche su altre avversità come insetti e malattie fungine, favorendo lo sviluppo di nuovi patogeni e complicando la difesa delle colture. Almeno il 40 per cento dei raccolti mondiali va perso a causa di insetti e malattie: davvero inaccettabile da ogni punto di vista, economico, ambientale, etico. E poi il clima rischia di ridurre la fertilità dei suoli: anche in Italia ci sono zone che stanno subendo processi di desertificazione. Tutto questo mette a rischio la capacità degli agricoltori italiani di fornire alla filiera agroalimentare ciò che serve per produrre il Made in Italy, con il rischio che questo venga prodotto sempre di più con merce di importazione. La bilancia commerciale del settore (dati 2018) ci dice che il saldo tra esportazioni e importazioni dei prodotti alimentari trasformati è di + 4,8 miliardi di euro; ma se guardiamo ai prodotti agricoli è - 7,6 mld. Quindi il Made in Italy dipende già dalle importazioni”.

 

Dunque, qual è la preoccupazione maggiore? “Che rischiamo di perdere le nostre tradizioni, preziose da un punto di vista economico e culturale, perché non riusciamo a innovare”. 

  


La chimica in agricoltura fa paura, “ma in realtà oggi è sicura e sostenibile, anche perché ha saputo innovare”. Bio, quando non basta la parola. Le ricerche per migliorare la qualità del riso e del pomodoro. I nodi venuti al pettine con il Covid-19. I ragazzi che trasformano le aziende di famiglia


 

Innovazione! Una bella parola, tranne che in agricoltura. Del resto se io chiedessi ai dieci lettori di questo pezzo: preferite farvi operare da un dentista degli anni 50 o da un contemporaneo? Chi è il pazzo che scegli i bei tempi antichi della odontotecnica? Se invece chiediamo: preferite i prodotti di stagione del vecchio contadino o di uno moderno? Scommettete che molti diranno senza tentennamenti: quello di una volta. Certo, altrimenti non saremmo il paese delle trattorie della nonna, delle gelaterie che usano il latte di una volta (che tra l’altro è stato veicolo di tubercolosi, il famoso veleno bianco, almeno fino a che Pasteur non scoprì l’importanza dell’acqua calda).

 

Niente, l’innovazione in agricoltura non riesce a entrare nel dibattito pubblico, ma perché? “Non ci mancano le competenze: abbiamo dei ricercatori molto bravi nei vari ambiti che potrebbero essere coinvolti, dal digitale alla genetica, dall’agronomia all’economia agraria, ecc. I problemi secondo me sono la burocrazia immensa che appesantisce inutilmente l’agricoltura come altri settori, che scoraggia l’iniziativa imprenditoriale. E poi la scarsa propensione della società italiana all’innovazione. Dovremmo trovare il modo di coinvolgere la società nel percorso dell’innovazione tecnologica, così che sia conosciuta, capita, condivisa. Perdiamo opportunità utili per l’ambiente e per l’economia perché abbiamo paura e ci paralizziamo; siamo fossilizzati in un passato inventato e così condanniamo a morte le nostre tradizioni agroalimentari di successo”.

 

Gilberto Santucci: “L’agricoltura ha necessità di manovalanza stagionale, bisogna disciplinare questa offerta di lavoro”. Francesco Mastrandrea ha ereditato pochi ettari di famiglia: “Ho un nuovo progetto: mi sono inserito in una filiera per produrre frutti tropicali, mango e avocado: siamo a 40 metri dal mare!”

Ok, va bene, però, proprio perché c’è questo problema (l’immaginario retrò e di conseguenza la scarsa conoscenza di tecniche innovative), facciamo esempi concreti? Giusto per capire cosa rischiamo di perdere: “Il riso è attaccato da una malattia fungina che si chiama brusone, per proteggerlo si possono fare trattamenti con fungicidi. La chimica in agricoltura fa paura alle persone, ma in realtà oggi è sicura e sostenibile, anche perché ha saputo innovare: molti prodotti che dieci o quindici anni fa si usavano non sono più ammessi; i processi per l’autorizzazione alla messa in commercio dei principi attivi sono severissimi; i limiti ammessi nel cibo sono talmente bassi da rendere perfettamente sicuro l’uso di fitosanitari in agricoltura”.

 

Ne approfitto (e poi do subito di nuovo la parola alla Piovan) per una digressione sulla chimica. Sempre per colpa dell’immaginario suddetto, si pensa, più o meno, che qualora si produca nei stretti protocolli Bio si possa fare a meno della chimica. Bio è contro la chimica. Bio è contro i pesticidi. Bio è naturale (comunque si dovrebbe dire organico, agricoltura Bio è un non sense, tuttavia…). Ma veramente pensate che la sola espressione Bio uccida insetti e patogeni? Pensate che bastino le rotazioni? Magari, purtroppo non sono una soluzione (sì sono utilissime, provate a fare un esame di agronomia e sminuirne l’uso: vi bocciano. Le rotazione sono infatti previste, finanziate e adottate. Ma non bastano). E poi come si fa a ruotare viti (sulla vite usiamo il 60 per cento degli agrofarmaci sul totale), frutteti e olivi secolari? Nei Bio si usano centinaia e centinaia di agrofarmaci. Si usano perché quello che uccide insetti e patogeni non è la parola Bio, ma un principio attivo, roba chimica appunto, che si chiami zolfo, rame o Bt.

 

Voi dite: eccolo qua! Questo è contro il Bio. Nemmeno per sogno. Giuro, sono stato tra i primi, negli anni 80, a studiare la novità introdotta dal Bio. Ad Agraria c’era il professor Zucconi, veniva direttamente dall’America e ci spronava a conoscere questa nuova disciplina. Voglio solo far presente che c’è chimica fra noi e anche nel Bio. Che alcuni degli agrofarmaci Bio non sono meglio dei nuovi agrofarmaci convenzionali. Che le multinazionali della chimica producono anche agrofarmaci per il Bio e soprattutto: anche il Bio necessita di innovazione.

 

 

Per farvi capire. Si sta introducendo una categoria di agrofarmaci, i biocidi. Cioè agrofarmaci composti da alcuni ceppi batterici. Hanno tre meccanismi di azione. Primo: occupano spazio sulle foglie, quindi creano una barriera fisica al patogeno. Secondo: stimolano una risposta della pianta, che produce sostanze contro il patogeno. Terzo: i batteri producono metaboliti con effetto sul patogeno. Funzionano, sono una grande innovazione. Ma questi agrofarmaci non sono stati creati da un agricoltore retrò che si è messo a giocare al piccolo chimico, ma da un’impresa, una multinazionale che da anni investe in ricerca e innovazione. Che per mettere sul mercato il prodotto necessita di anni e anni di test (e soldi) e vari burocratici timbri e autorizzazioni ministeriali. Insomma, non basta la parola. Nella scienza ci vogliano idee e soldi e metodologia condivisa per capire se il risultato funziona e se è sicuro. Non vale solo per il mondo Bio, ma anche per quello convenzionale, ovvio.

 

Scusa Debora, dove eravamo rimasti? “A un gruppo di ricercatori dell’Università di Milano che ha messo a punto una varietà di riso che non viene attaccata dal brusone e quindi non necessita di trattamento antifungino, lo ha fatto utilizzando una tecnologia per l’evoluzione assistita chiamata Crispr. Al momento non può essere messo in commercio perché le norme sul miglioramento genetico vegetale sono obsolete, ci auguriamo che l’Unione europea riesca presto a trovare un accordo fra gli stati membri per procedere a superarle. Un altro esempio: il Crea (un centro di ricerca pubblico) sta lavorando per migliorare il pomodoro, rendendolo più saporito e più tollerante a terreni salini. Questo da un lato ne migliorerebbe la qualità, dall’altro permetterebbe di mantenere a coltura terreni marginali evitando di andare a cercare nuove terre coltivate e contribuendo così a preservare la biodiversità delle zone naturali”.

 

Biotecnologie sostenibili. Lo vedete la cautela che devo usare per parlare di questa tecnica? Ci vuole l’aggettivo che calmi gli indignati. Per carità le biotecnologie non sono la soluzione a tutto. Sono uno degli strumenti utili (e sono nati dal pensiero Bio ma non sono accettati dai Bio, per ora). In questi anni la ricerca ci sta mettendo a disposizione un sacco di nuovi strumenti per limitare l’impatto dell’agricoltura, cioè meno agrofarmaci, meno lavorazioni, meno acqua ecc., e noi invece di interessarci con curiosità e attenzione, buttiamo tutto in nome del passato e di una generica ostilità verso la modernità.

 

Gilberto Santucci: “L’agricoltura ha necessità di manovalanza stagionale, bisogna disciplinare questa offerta di lavoro”. Francesco Mastrandrea ha ereditato pochi ettari di famiglia: “Ho un nuovo progetto: mi sono inserito in una filiera per produrre frutti tropicali, mango e avocado: siamo a 40 metri dal mare!”

Ho chiamato anche Gilberto Santucci: insegna a Todi, in uno dei più grandi e prestigiosi istituti di agraria. Ha un osservatorio privilegiato. “Guarda – mi ha detto – l’agricoltura italiana ha criticità irrisolte, rinviate, spesso figlie di politiche strategiche non degne di questo nome. Paga scelte legate alle ‘tendenze’ del momento o alle emergenze, come è un po’ nella cultura italiana. Con il Covid-19 i nodi sono soltanto venuti al pettine, vedi il caso del fabbisogno di manodopera stagionale”. Questo è un punto, sì. Perché quando sento i nuovi maître-à-penser, cioè gli chef che decantano i nostri prodotti, mi viene sempre da pensare: ma chi li raccoglie? E’ un po’ come quando a tavola con amici ci lamentiamo della padrona di casa che ci serve con solerzia le portate: e no, adesso siediti anche tu. Una frase di circostanza, che nasconde una domanda carogna: se la padrona si siede, chi ci porta i piatti?

 

“Incentrare ancora il dibattito limitatamente alla formula ‘immigrati sì-immigrati no’ è fuorviante. Va presa consapevolezza di due cose: che l’agricoltura ha necessità di manovalanza stagionale e che pertanto vanno previsti degli strumenti che possano disciplinare questa offerta di lavoro”.

 

Va bene: altre sofferenze? “Il settore primario soffre, anche se non in maniera generalizzata, di mancanza di redditività e un modo per assicurarla è quello di una ridistribuzione più equa della catena del valore lungo la filiera che va dai campi al consumatore. La ricetta è nota, serve ancora una volta una politica. Certo, la frammentazione delle aziende, per lo più medio-piccole e poco strutturate, la storica divisione tra le diverse organizzazioni di categoria e il potere forte della Gdo, la grande distribuzione organizzata, non aiutano a comporre il quadro”.

 

Gilberto ha qualcosa da dire sulle potenzialità italiane: “Anche queste, in gran parte, sono note. L’eccellenza agroalimentare italiana è ormai diventata un mantra. Abbiamo un livello di qualità superiore e anche un sistema di controlli a livello ambientale e sanitario invidiabile. Un ulteriore punto di forza risiede nella straordinaria biodiversità della penisola. Prendiamo l’esempio dell’olio, anzi degli oli. Ne abbiamo così tanti e diversi che potremmo permetterci di uscire dalla competizione sull’olio più buono in assoluto (anche perché altrove nel Mediterraneo hanno fatto nel frattempo passi da gigante) e smarcarci promuovendo una diversità di oli impareggiabile, ognuno dei quali da abbinare alle diverse pietanze, con una carta nei ristoranti come per i vini, del cui percorso di valorizzazione culturale e commerciale vanno ripercorse le tappe. C’è poi tanto da lavorare sulla destagionalizzazione di alcune attività, in particolare quelle che confinano e coabitano con il turismo, per dilatarne gli ambiti, non solo temporali, ma anche in termini di proposte esperienziali da offrire”.

 

Va bene, abbiamo cominciato a parlare dei giovani quindi parliamone: “Sgombriamo il campo da luoghi comuni, quale quello che i giovani d’oggi non sono come quelli di una volta, non hanno stimoli, non si impegnano, eccetera. E’ una storia che dura dai tempi della preistoria. Vi sono ragazzi con le motivazioni, la determinazione, lo spirito di sacrificio giusti, poi possiamo discutere sulle percentuali ma senza generalizzare. Gli istituti agrari e le facoltà di agraria hanno conosciuto una grande crescita di interesse, sia per un aumento della quota di genere femminile, fino a 50 anni fa pressoché inesistente, e oggi attestatasi tra il 25 e il 30 per cento. In secondo luogo per i tanti diversi settori nei quali la preparazione consente di inserirsi. Da non trascurare anche una crescente sensibilità ambientale e un’attenzione a stili di vita improntati a una maggiore vivibilità. Non hanno paura di sporcarsi le mani, lo vorrebbero fare probabilmente con una professionalità e una dignità che in passato spesso non è stata riconosciuta agli operatori del settore. E, ovviamente, anche con dei livelli di remunerazione e di benessere da cui non si può (non si può, non non si vuole) prescindere. La favoletta del ritorno alla terra, con medici, ingegneri, avvocati e notai che avrebbero scelto di vivere coltivando superfici poco più grandi di un orto familiare o allevamenti con una pecora e una mucca, ha fatto più male che bene all’agricoltura. Chi frequenta questi corsi di studi sa bene che serve essere o diventare imprenditori, al pari di quelli che producono in fabbrica, avere il controllo di gestione, innovare e digitalizzare il mestiere più antico del mondo, lasciandosi alle spalle i ritratti romantico-bucolici”.

 

 

Va bene, però fammi tanti esempi: “Decine di nomi di ragazzi che conosco hanno trasformato le aziende di famiglie, o lo stanno facendo, ampliandone e potenziandone le attività: Marco, che dall’azienda olivicola paterna è passato ad avere il frantoio e una società di produzione di cosmetici all’olio di oliva; Michele, che alla coltivazione della terra di famiglia ha aggiunto un molino e la commercializzazione di farine; Matteo, che a fianco ai terreni orticoli del padre ha costruito un laboratorio di confetture e succhi di frutta. Potrei continuare a lungo, cambiando filiere, nomi e luoghi”.

 

Aggiungerei anche Francesco Mastrandrea che ha un’azienda a Capo d’Orlando: “Sono un imprenditore agricolo di prima generazione e mi sono formato studiando il sistema cooperativo trentino. Il fatto è che l’agricoltura italiana è un po’ vecchia, sì, c’è un buon storytelling sull’agricoltura, ma perdona la rudezza: sono cavolate. Non innoviamo perché il valore dell’agricoltura è ancora collegato al valore del latifondo. Se oggi un giovane non è coraggioso, se non è nei circoli giusti, non riesce ad accedere alle informazioni, e dunque alla terra: quindi non innoviamo per vecchiaia e chiusura. E in più le startup agricole non sono viste ancora come una potenzialità dal sistema creditizio, almeno non come quelle industriali: se vado in banca e dico: mi servono tre milioni perché voglio produrre fragole in maniera sostenibile, la stessa quantità che in Puglia producono in 60 ettari io la voglio ottenere in 3, meno acqua, meno manodopera, insomma se dico voglio essere sostenibile (aggettivo abusatissimo) e lo dimostro, non mi filano per niente. Comunque, ho cominciato con l’eredità, pochi ettari di famiglia, poi ho preso in gestione l’azienda Villa Piccolo (‘Il Gattopardo’ – ricordate? – è stato scritto là), 20 ettari a uliveto. Questa azienda è più bella che produttiva, ci sono vecchie varietà, ma molto profumate. Allora da un parte ho cercato di razionalizzare la produzione, mettere su una irrigazione razionale (in collaborazione con la startup innovativa Idroplan), dall’altra di fare cultura. Sì, sto lavorando affinché i turisti vengono già da settembre sotto gli ulivi secolari nella villa del Gattopardo. Poi ho un nuovo progetto: mi sono inserito in una filiera per produrre frutti tropicali, mango e avocado: siamo a 40 metri dal mare! Filiera organizzata per creare prodotto fresco ed essiccato sul mango (fra un paio d’anni saremo in produzione). Alto valore aggiunto perché sarà sostenibile (controlleremo il consumo dell’acqua e i patogeni attraverso le fertirrigazione) e andremo a inserirci, differenziandoci, in un contesto di aziende agrumicole: credo che sconteremo un buon prezzo di vendita, l’avocado italiano!”.

 

Forse ci stiamo riuscendo a produrre di più, usando meno risorse. In agricoltura tutti i dati a nostra disposizione indicano questa tendenza. Rispetto al passato, usiamo meno fertilizzanti, meno agrofarmaci, meno acqua. La bussola è fatta di studio, innovazione, ricerca, investimenti, maggiore integrazione dei saperi

E così siamo alla fine, al terzo atto: l’atto che, in genere, indica una strada. L’agricoltura giovane cioè innovativa rende possibile un sogno, produrre more from less: ecco la strada. “More from Less” è il titolo di un bel libro (lucido e chiaro) di Andrew McAfee, da poco uscito sul mercato anglosassone. Perché riflettiamoci: qual è la soluzione per questo nostro bel mondo con 10 miliardi di persone, con desideri e scale di valori così sfumate? Less and less o, appunto, more from less? Less and less è il proposito di André Gorz, uno dei primi teorici dell’ambientalismo che in “Ecology as Politics” fu molto chiaro sulla questione: “Il punto non è astenersi dal consumare more and more ma consumare less and less”.

 

Anche qui, questione di immaginario vecchio. Fermo al 1970, data in cui l’America celebrò il suo primo Earth Day. Erano stati quelli anni di scoperta. Una su tutte: avevamo visto il nostro pianeta, dall’alto. La Terra che sorge. Quella foto scattata nel 1968 dall’Apollo 8, in orbita, aveva riscaldato gli animi, e mosso tutti alla commozione. In effetti guardiamo i grafici di quel periodo: crescevamo (aumentava il reddito e la produzione andava su) ma usavamo tante (troppe) risorse: erano gli anni delle lucciole scomparse. E quello che si sente dire ancora spesso: perciò pensiamo che less and less sia la soluzione. E tuttavia, è un riflesso condizionato.

 

Forse ci stiamo riuscendo a produrre di più, usando meno risorse. In agricoltura tutti i dati a nostra disposizione indicano questa tendenza. Rispetto al passato, usiamo meno fertilizzanti, meno agrofarmaci, meno acqua. Pensate a tecniche come l’agricoltura di precisione, che riducono di gran lunga il nostro impatto. E’ una nuova strada, non è detto che funzioni, bisogna sperimentare. La bussola di sicuro è fatta di studio, innovazione, ricerca, investimenti, maggiore integrazione dei saperi. Sì, è una strada giovane, è una strada tecnologica. Deve percorrerla anche l’Italia, svecchiare l’immaginario, risolvere i suoi problemi strutturali. E’ importante: questa strada porta alla liberazione della natura. More from less, appunto. Come a dire le notti che verranno saranno piene di lucciole e quelle illumineranno le fabbriche e le nuove idee del Terzo millennio: facciamole brillare.

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