Ecco perché lo slogan “lavorare meno, lavorare tutti” non funziona

Francesco Aldo Tucci

Non sono le teorie "turboliberiste" a smontare la proposta del taglio delle ore a parità di stipendio. E' Piketty

Non bastava ignorare nozioni economiche di base, o scordarsi del celebre passaggio del Manzoni, croce e delizia di torme di liceali, cercando di “calmierare” i prezzi delle mascherine. Il governo rossogiallo, erede del governo gialloverde molto più di quanto vorrebbe, vuole rilanciare – e forse da qui deriva il nuovo nome del decreto fu aprile.

 

Nei giorni scorsi è circolata sui media la proposta del ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, per finanziare la formazione dei lavoratori che vedranno il proprio orario di lavoro ridotto. Molte imprese la avevano già interpretata come una riduzione obbligatoria, a parità di stipendio. Ripresa da Repubblica, è tornata a galla la proposta di legge (n° 2.327) che alcuni deputati del Partito democratico avevano già depositato a gennaio sul tema, riciclando il vecchio slogan “lavorare meno, lavorare tutti”. Per quanto siano comprensibili gli echi di lotte sindacali con le quali il Pd vorrebbe riaccendere le braci sopite del consenso, la policy scelta rischia di essere inutile se non potenzialmente dannosa.

 

Pierre Cahuc e André Zylberberg, professore a Sciences Po l’uno e direttore emerito del Cnrs l’altro (e non proprio “turboliberisti”, per usare la neolingua populista), dedicano al tema un intero passaggio del proprio libro “Contro il negazionismo. Perché in economia serve più rigore scientifico” (Università Bocconi Editore 2018). Il primo caso citato è la Germania tra 1984 e 1994. Nonostante il calo da 40 a 37,7 ore della settimana lavorativa fosse stato accompagnato da una pressoché totale compensazione salariale, come auspicato dai sindacati, il numero degli occupati non solo non è aumentato, ma è diminuito. Stessa storia per il Canada tra il 1997 e il 2000: nonostante una diminuzione del 20 per cento delle ore lavorate “in più” rispetto alla settimana-base, non c’è stata nessuna miracolosa crescita occupazionale. Neppure i nostri cugini d’oltralpe sono stati più fortunati. Parafrasando Cahuc e Zylberberg, i lavoratori francesi maggiormente affetti dalla riduzione della settimana lavorativa (da 40 a 39 ore) del 1982 hanno perso il proprio impiego con maggiore frequenza negli anni successivi. Ciò, pare, proprio a causa della pressione salariale dovuta a mantenere invariato il compenso mensile. Persino Thomas Piketty, autore de "Il Capitale nel XXI Secolo", anch’egli economista francese, spesso sbandierato come rivoluzionario fustigatore del capitalismo, sostiene che “l’applicazione delle 35 ore nel 1997-1998 rappresenti un grave errore a livello di politica economica e sociale”.

 

Insomma, senza volere infierire (ché qui si rischia di essere visti come liberisti da divano sorseggiatori di cocktail): a oggi gran parte dell’evidenza disponibile dovrebbe rendere molto scettici sulla reale efficacia di un provvedimento potenzialmente gravoso per le tasche delle imprese, già sufficientemente provate dalla crisi. Cassa integrazione, sussidi di disoccupazione e altre forme di sostegno al reddito dei lavoratori sono imprescindibili nell’immediato, così come incentivi e sostegno alla formazione sia dei cassaintegrati sia di coloro ancora in cerca di lavoro potrebbero davvero migliorare le prospettive future di migliaia di persone. Gli slogan, per quanto accattivanti, no.

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