La statalizzazione della pandemia

Giuseppe De Rita*

La potenza del nostro sistema non sta nella visione e governo di un solo soggetto (politico o statuale che sia), ma sta nella molteplicità e nella vitalità dei soggetti sociali. Una ricchezza che va salvaguardata

Nel versetto biblico l’espressione “lento all’ira” è accoppiata al “ricco di misericordia”. Il testo che segue rende conto soprattutto della prima espressione, essendo alimentato da un continuato sconcerto per la gestione della travolgente crisi sanitaria degli ultimi mesi; ma è cosa buona e giusta fare mente e raccoglimento sulla misericordia che ha alitato sulle centinaia e centinaia di persone che hanno perso vita, speranze ed affetti per fronteggiare la pandemia con le loro specifiche professionalità e con la loro tensione al bene collettivo e alla coesione sociale.

 

Il sistema sociale italiano ha subito, con l’epidemia da coronavirus, un enorme scossone, cui era pressoché totalmente impreparato. Una impreparazione che era forse inevitabile, visto che nella storia tutte le epidemie sono arrivate inaspettate e devastanti; e considerato che quella che ci ha colpito a febbraio aveva preso le mosse da realtà geografiche lontane, il che ci consentiva di sentirle socialmente estranee.

 

Al momento mediaticamente culminante, quello in cui il governo ha dichiarato lo stato di emergenza, il clima si è subito infiammato e scompensato, con un impressivo “avviso di pericolo” per tutti i soggetti sociali ed istituzionali. Ha caricato di una drammatizzazione non compensata da una chiara strategia di contrasto e ha finito per accentuare paure indistinte, confusi comportamenti, fatalmente sfociati in una ulteriore impreparazione di sistema.

Non è male quindi richiamare, come stessimo facendo un collettivo esame di coscienza, i meccanismi strutturali e procedurali con cui abbiamo cercato di supplire all’impreparazione a fronteggiare l’emergenza. Articolando l’analisi su quattro grandi ambiti di responsabilità chiamati in causa dall’epidemia.

 

1. Il primo ambito di responsabilità è quello del potere politico statuale.

È quello che si è mosso per primo e più pesantemente, sia con la pubblica dichiarazione dell’emergenza, sia, subito dopo, con la chiusura di ogni mobilità su tutto il territorio nazionale.

Onore al merito, si potrebbe dire, se questa presa di responsabilità della politica non si fosse poi evoluta, più o meno volontariamente, in una verticalizzazione decisionale ed una concentrazione statuale degli interventi via via attuati. Certo, è ampiamente noto che in ogni periodo di pesante crisi è fatale lo slittamento in alto del potere di decidere rapidamente. È avvenuto più volte nella storia e non possiamo sorprenderci che sia avvenuto anche in Italia nei mesi scorsi.

 

Ma la verticalizzazione decisionale scattata ha via via assunto venature e poi caratteristiche che potremmo chiamare di “statalizzazione” del fronteggiamento dell’emergenza: tutto è stato ricondotto alla macchina statale, sia che si parli della tradizionale macchina della pubblica amministrazione (si pensi al peso di ministeri importanti come quello della Sanità o quello dell’Interno), sia che si parli di organizzazioni di interventi specializzati (la Protezione civile e l’Istituto Superiore di Sanità), sia che si parli di strutture più o meno temporanee di supporto tecnico (i commissari e le task force).

 

Tutta la gestione della informazione sulla fenomenologia sanitaria e del coordinamento degli interventi è stata praticamente statalizzata, quasi che non vi siano altri soggetti da associare al darsi cura dell’emergenza. Si è arrivati a statalizzare anche il flusso delle beneficenze private, se si nota la pressione anche mediatica a incanalare le offerte verso la struttura pubblica della Protezione civile.

Ed in più, e non è cosa marginale, lo Stato è arrivato a regolare con durezza molte delicate sfere di comportamento, individuale e collettivo, deviando da una tradizione di non intromissione nella sfera privata che durava da alcuni, forse molti decenni. Forse lo stesso Conte Benso di Cavour, che unificò l’informità disordinata dell’Italia di allora, non avrebbe osato tanto, pur avendo a disposizione, al bisogno, le truppe sabaude.

 

2. Questa quasi psichica coazione alla verticalizzazione statalista (che ritroveremo in opera dopo la crisi epidemica) ha avuto un suo rilevante peso nella particolare strategia di concentrazione territoriale con cui si è affrontata l’emergenza.

 

È a tutti noto che l’Italia è una nazione a forti differenziazioni territoriali: noi Censis già negli anni ’80 parlavamo di Italia “a pelle di leopardo” e poi, più seriosamente, di una “Italia-arcipelago”. Ed in effetti chiunque abbia girato il Paese sa quante e quali differenze ci sono da una regione all’altra, da una provincia all’altra, da una piccola località all’altra. Ma si può oggi facilmente constatare che di questa nostra particolare caratteristica non si è tenuto conto affrontando la crisi da coronavirus. La concentrazione statalista delle decisioni ha portato ad una politica uniforme per tutto il territorio nazionale, lasciando solo spazio a qualche giuoco delle parti fra Stato e alcune Regioni. Il momento più impressivo di questa politica “uguale per tutti” (la chiusura totale di ogni attività economica e il confinamento casalingo di ogni individuo) è stata allora la vidimazione ufficiale che la politica anticrisi era compattamente nazionale, con relativa compatta responsabilità del potere statale.

 

Questa duplice compattezza ha messo in un canto la necessità di capire quel che avveniva nelle diverse realtà locali, nell’evoluzione delle diverse forme di contagio, nella stessa coscienza collettiva, visto che non basta assistere ad una conferenza stampa televisiva ad orario fisso per far avere contezza di quel che succede nel vicinato geografico in cui si vive (un vicinato di certo diverso fra Lombardia e Basilicata). Senza raffronti fra le diverse situazioni locali e le diverse logiche d’intervento, abbiamo solo coltivato contestazioni politiche fra Stato e Regioni segnate peraltro da una crescente dose di autoreferenzialità. Così, quell’articolazione ad arcipelago che si è voluta evitare all’inizio della crisi ritorna in azione (e sempre più lo sarà in previsione di future “aperture”) nelle forme più disordinate, cioè in decisioni isolate, “a macchia di leopardo”, conseguenti alle contingenze politiche e ai congiunti nervosismi personali. Il protagonismo politico “romano” si consuma in tanti protagonismi locali, quasi a ricordare che in una società ad arcipelago ogni politica deve darsi una adeguata articolazione territoriale.

 

3. Una riflessione non dissimile va fatta per la fenomenologia dei processi di comunicazione (quelli formali come quelli di relazione sociale).

L’impressione immediata al riguardo è che la pandemia attuale sia stata considerata un grande evento e come tale vada trattata e comunicata, attraverso tutti i terrori che ha comportato, le strumentalizzazioni particolaristiche che ha innestato, tutta l’assuefazione collettiva che i grandi eventi comportano.

 

L’evento è scattato con la sua grande carica di drammaticità con la dichiarazione dello stato di emergenza, che ha radicalmente cambiato la psicologia collettiva, e con la chiusura di ogni attività, che ha cambiato i nostri comportamenti. Due decisioni che più o meno volontariamente hanno di fatto messo in moto una comunicazione “dal centro alla periferia”, “dallo Stato ai cittadini”, con una comunicazione oggettivamente unilaterale: le informazioni spicciole e generali venivano messe a disposizione da una fonte centrale (la quotidiana conferenza stampa), le informazioni più tecniche venivano elaborate dal comitato tecnico-scientifico operante nell’ambito della Protezione civile, le discussioni sugli aspetti sanitari via via emergenti avvenivano quasi sempre fra i componenti del comitato stesso, anche lì dove sembrava esserci una possibilità di input diversi (talk show, interviste televisivi e giornalistiche, ecc.) finiva per uscire vincente solo la cultura più istituzionalmente consolidata dei virologi, il passaggio verso l’esterno dei dati statistici era sempre diretto e semplificato (numero dei contagiati, ricoverati, guariti, deceduti) per essere processato da studiosi e centri di ricerca esterni, il modo con cui si trattavano i dati aveva più carica emozionale che interpretativa (pochi tentativi comparativi fra le diverse regioni, pochi tentativi di stilare “curve” dell’evoluzione dei fenomeni, ecc.), e soprattutto è stato limitatissimo lo spazio dato all’Istat, non solo come struttura di trattamento dei dati, ma anche come authority indipendente nel controllo della loro qualità e dei termini della loro circolazione pubblica.

 

La pandemia ha di conseguenza trovato un impressionante vuoto di comunicazione pubblica, un vuoto che non è stato coperto da saltuari episodi di enfatiche dichiarazioni governative, ed in cui hanno fatto supplenza il variegato mondo dei social (più opinioni che informazioni, naturalmente); e le pagine ed i supplementi locali dei grandi quotidiani (in alcuni casi, per qualche pignolo disperato osservatore, anche l’elaborazione dei necrologi quotidiani).

 

Per fortuna, alle più drammatiche settimane si vanno sostituendo settimane più distese, quasi di attesa per un ritorno alla vita normale. Una fase cioè in cui la comunicazione unilaterale centro-periferia non ha più molto senso per l’opinione collettiva; ed in cui tornano a contare i processi comunicativi quasi informali e privati (le decisioni delle aziende e la dialettica con il loro personale); o addirittura la comunicazione di prossimità (il passaparola fra operatori economici e fra cittadini). Ma è probabile che nel prossimo futuro sconteremo, anche in “fase 2”, la citata vocazione all’accentramento dei processi decisionali e di comunicazione collettiva.

 

4. Il “vizio” di attribuire responsabilità e potere al potere statuale, vizio accentrato nel fronteggiamento dell’epidemia di questi mesi, non è un vizio nuovo, visto che un po’ di statalismo c’è sempre stato nella storia italiana, da quella risorgimentale a quella fascista, a quella dell’immediato dopoguerra, con la ricorrente motivazione che solo lo Stato ha legittimità e risorse per intervenire su una emergenza nazionale.

 

Per qualche decennio, dal 1960 al 2000, lo sviluppo italiano è stato frutto della vitalità di soggetti diversi e molteplici, operanti nel sommerso, nelle piccole aziende, nel turismo ad imprenditorialità diffusa, nella saga delle filiere a forte potenza internazionale, nel terziario avanzato (finanza, tecnologia, consulenza); con una sorta di equilibrio fra responsabilità pubblica e iniziativa privata. Ma con la crisi di metà del decennio 2010 è tornata la propensione a contare sul sostegno della finanza pubblica, passando però dallo stimolo a sostenere le capacità personali di iniziativa alla sovvenzione dei singoli cittadini, indipendentemente dalla loro collocazione sociale, con una proliferazione di bonus individualizzati che peraltro era anche funzione all’opinione politica della disintermediazione. A macchia di leopardo si è quindi affermata una filosofia della “sovvenzione ad personam”.

 

Ed è su tale filosofia che si è aggrappata la politica italiana di fronte all’arrivo della pandemia, allo scombussolamento del sistema economico, alla paura diffusa per il futuro, agli appelli a non accrescere le diseguaglianze, e all’imperativo del “non lasciare indietro nessuno”. E, giorno dopo giorno, sembra anzi che essa stia diventando la cifra complessiva dell’azione pubblica, ormai votata a ragionare ed operare in climi drammatici.

La “statalizzazione” dell’epidemia e del suo fronteggiamento sta rischiando di diventare una “statalizzazione di una “economia sussidiata”.

 

Si favoleggia di manovre plurimiliardarie “mai viste prima”, ma a guardarsi dentro dominano in esse gli strumenti di sovvenzioni personalizzate (bonus e assegni), che non mettono neppure conto di fare elenchi esemplificativi. E per non abbattersi troppo, praticamente in silenzio si apre (o riapre) una politica economica in cui il soggetto dominante è l’intervento pubblico.

 

Il pericolo naturale che sta sotto una tale evoluzione è che tutti insieme (governo e popolo) si sottovaluti il fatto che la potenza del nostro sistema (così come l’abbiamo costruita nei decenni passati) non sta nella visione e governo di un solo soggetto (politico o statuale che sia), ma sta nella molteplicità e nella vitalità dei soggetti sociali, di milioni di imprese e famiglie che “sfangano la vita nel lavoro quotidiano”. Ed è la ricchezza di questo modello che va salvaguardata, prima che la forzata inerzia dei comportamenti individuali e collettivi imposta dalla pandemia crei una pericolosa scivolata nell’apatia collettiva. Ove succedesse, non basterà fuggire in avanti, verso ipotesi e traguardi che verranno, come qualcuno comincia a descrivere e proporre.

 

*presidente del Censis

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