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La gran lezione delle banche alla politica

Claudio Cerasa

L’Italia che va è quella che scommette sulla globalizzazione e quando la politica aiuta i privati a fare della globalizzazione una fonte di opportunità a guadagnarci è l’intero paese. Spunti sul risiko bancario dopo la mossa di Intesa Sanpaolo su Ubi

La notizia dell’offerta pubblica di scambio volontario (Ops) lanciata lunedì notte dalla banca guidata da Carlo Messina (Intesa Sanpaolo) sulla banca guidata da Victor Massiah (Ubi) è una bellissima notizia per due ragioni diverse tra loro. La prima ha a che fare con i numeri dell’operazione (il cda di Ubi si riunirà martedì per discuterne) e l’eventuale aggregazione avrebbe l’effetto di permettere al nuovo gruppo di diventare la terza banca in Europa per capitalizzazione, la settima come proventi operativi netti e la prima per profitto, un fatto che tra l’altro aiuterebbe a ricordare quanto possa essere fuori dal tempo il piagnisteo sulle banche italiane, le cui performance nel 2019 sono state molto buone (utili in crescita nel comparto del 38,5 per cento con utili netti accumulati dalle prime cinque banche italiane pari a nove miliardi) e la cui efficienza operativa è ormai fra le migliori in Europa con un costo del lavoro che pesa ormai per il 30 per cento dei ricavi (dati Fabi).

 

 

La seconda ragione non ha a che fare con i numeri crudi dell’operazione ma ha a che fare invece con le modalità con cui è nata l’azione lanciata da Intesa Sanpaolo. In molti si saranno chiesti il senso dell’espressione “operazione non ostile ma non concordata”, usata ieri da Carlo Messina, e per provare a orientarsi nel difficile lessico della finanza può essere utile sintetizzare così l’affermazione: il motore dell’operazione è stato il mercato, non la politica. Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, ha detto ieri l’ad di Intesa Sanpaolo, è stato informato dell’operazione a cose fatte e lo stesso è avvenuto con l’ad di Ubi, che dell’operazione è venuto a conoscenza lunedì notte mentre era impegnato a illustrare a Londra il piano industriale della sua banca. E’ stato il mercato, e non la politica, a spingere Messina a rafforzare la banca, portando avanti un progetto di consolidamento che potrebbe aiutare Intesa Sanpaolo a rafforzarsi prima o poi anche in Europa (magari quando l’unione bancaria comincerà a funzionare davvero agevolando le fusioni transanzionali). Ed è stato il mercato a spingere la prima banca italiana a muovere il primo passo all’interno di un grande risiko che presenta già oggi ai blocchi di partenza due novità rilevanti. Da una parte c’è il superamento ormai definitivo del capitalismo di relazione – non c’è memoria in tempi recenti di un’offerta non amichevole ma di successo tra banche italiane.

 

Dall’altra parte vi è invece il progressivo tentativo del sistema bancario di emanciparsi sempre di più dalle logiche della politica e su questo secondo aspetto ci sono diversi punti che meritano di essere messi a fuoco. Il primo punto riguarda il vero motore dell’operazione che c’entra ovviamente con l’importanza per una grande banca di crescere e di essere al passo con la globalizzazione (con questa aggregazione, in termini di ricavi, il nuovo gruppo supererebbe Unicredit, Sogen, Credit Suisse e Crédit Agricole arrivando ai livelli di Deutsche bank). Il secondo punto riguarda la volontà tanto di Intesa Sanpaolo quanto di Ubi di mettersi al riparo da quello che viene volgarmente considerato il cetriolone della finanza, ovvero la possibilità che a qualche piccola (Ubi) o grande banca di sistema (Isp) spetti il compito di acquisire una banca malconcia come Mps, ostaggio per anni della politica, che sconta ancora oggi un costo del lavoro troppo alto e una presenza territoriale troppo bassa.

 

Il terzo punto riguarda un dettaglio dell’accordo non indifferente che è quello, nato per questioni legate all’Antitrust, relativo all’acquisizione di 400-500 filiali di Ubi da parte della Banca Popolare dell’Emilia-Romagna: un accordo che permetterà a Bper di diventare non solo il quinto gruppo bancario per dimensione di asset ma anche la nuova calamita che potrebbe tentare di attrarre intorno alla sua sfera di influenza altre banche (Novara e Verona?) interessate a creare quello che in altri tempi in politica avrebbero chiamato il “terzo polo”. La storia del matrimonio tra Intesa Sanpaolo e Ubi è una storia che ci ricorda dunque che l’Italia che funziona è quella in cui i privati non si fanno influenzare dalla politica. Ma è una storia che ci ricorda anche che quando la politica permette ai privati di non essere influenzati dalla politica a trarne benefici è un intero paese – l’operazione, secondo i tecnici di Intesa Sanpaolo, potrebbe garantire 30 miliardi di euro di credito aggiuntivo nei prossimi tre anni a sostegno dell’economia italiana. La storia di Ubi, definita da Messina ieri una delle migliori banche italiane, tra le molte cose è anche la storia di una società privata che riesce a rafforzarsi grazie ad alcune occasioni concesse dalla politica e in molti ricorderanno che Ubi è diventata una banca di primo piano anche grazie alla riforma con cui nel 2015 il governo Renzi, trasformando le banche popolari con patrimonio superiore agli 8 miliardi in società per azioni, ha dato l’avvio alla stagione delle aggregazioni.

 

E il risultato è sotto gli occhi di tutti: due delle popolari che all’epoca furono messe alla prova del mercato (Veneto Banca e Banca popolare di Vicenza) si trovano già nella pancia della prima banca italiana (Intesa sanPaolo), altre due (Ubi, che in pancia aveva anche Banca Etruria) stanno per entrare in quella famiglia mentre una delle banche che all’epoca fecero di tutto per non superare la stagione della finanza clientelare (Banco popolare di Bari) si trova oggi commissariata e a un passo dal collasso. E nell’attesa che i governi d’Europa e in particolare quello italiano facciano qualcosa per separare definitivamente i rischi delle banche dai rischi dei debiti sovrani (approvare la riforma del Fondo salva stati sarebbe certamente un primo passo) la lezione che ci offre l’aggregazione di due tra le più importanti banche italiane è presto detta: l’Italia che va è quella che scommette sulla globalizzazione e quando la politica riesce ad aiutare i privati a fare della globalizzazione e del mercato una fonte di opportunità e non di paura a guadagnarci è un paese intero e non solo gli azionisti di una banca.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.