Le banche centrali non sono più sovrane?

Mariarosaria Marchesano

Le banche europee soffrono il rischio di una guerra transatlantica tra Fed e Bce a colpi di tagli dei tassi

Milano. Ieri pomeriggio negli uffici dell’Eccles Building di Washington, sede della Federal Reserve, è cominciata la discussione sui tassi d’interesse. E’ dal 2008 che la banca centrale americana non riduce il costo del denaro e così i mercati finanziari di tutto il mondo scommettono sull’entità del taglio. Nell’attesa della decisione, prevista per stasera, si è diffuso un certo nervosismo sulle Borse amplificato dalle nuove minacce via Twitter del presidente Donald Trump alla Cina nel giorno in cui, in teoria, dovevano riprendere i negoziati commerciali, e da alcune trimestrali negative. A partire dalle prime ore del mattino, i listini europei, da Milano a Francoforte, da Parigi a Madrid, hanno cominciato a perdere terreno ora dopo ora arrivando a chiudere la seduta con cali intorno al 2 per cento, a eccezione di Londra che andata meno peggio delle altre.

 

Gli indici hanno visto un crollo generalizzato che ha colpito in particolare i titoli delle banche, i quali sono più vulnerabili in questa fase per ragioni legate proprio alle politiche monetarie. E anche Wall Street non ha reagito bene di fronte alla prospettiva di un ulteriore inasprimento dei rapporti tra Stati Uniti e Cina, che rischia di essere il maggiore fattore di incertezza globale per gli investitori. Allo stesso tempo, però, la Borsa americana vive ore di speranza, galvanizzata dalle parole del presidente Trump che ha auspicato “un grande taglio dei tassi”. Trump si è spinto a dire che se la Fed avesse agito prima “Wall Street avrebbe 10 mila punti in più”, anche se l’indice S&P 500 è comunque a livelli record. La richiesta è rivolta direttamente al presidente della Fed, Jerome Powell, il quale è chiamato ad assumere una decisione non facile. La maggior parte degli analisti prevede un taglio dei tassi compreso tra 0,25 e 0,50 punti base, ma molto dipenderà da quanto “accomodante” Powell vorrà mostrarsi. Gli investitori, inoltre, si chiedono se la Fed manterrà la promessa di ridurre per il 2019 il bilancio di 5-600 miliardi di dollari oppure, visto che l’economia americana, seppur solida, mostra segni di rallentamento, deciderà di rinviare questo processo mantenendo il bilancio a 3.800 miliardi di dollari, che è esattamente quello che vorrebbe la Casa Bianca. A ogni modo, il nodo della politica monetaria americana non lascia indifferente l’Europa, dopo che la Banca centrale europea ha gettato le basi per una nuova fase espansiva, compreso un nuovo programma di acquisto di titoli (Quantitative easing). Secondo alcuni analisti, tra le due Banche centrali si sarebbe aperta una specie di “guerra segreta” che punterebbe a trasformare i rapporti di cambio con l’obiettivo di risollevare le rispettive economie. Sia Bce sia Fed non puntano a sostenere le valute con i loro interventi, ma è un dato di fatto che se Powell si spingesse a un taglio dei tassi di 0,50 punti base, l’euro ne uscirebbe rafforzato sul dollaro con l’effetto di rendere più competitiva l'economia americana, ipotesi che farebbe felice Trump. Si vedrà.

 

Banche centrali non più sovrane? I mercati si trovano, forse per la prima volta, a cercare di interpretare l’atteggiamento delle Banche centrali più che mai incalzate dai governi sovrani e dalla politica. Ma non mancano gli “effetti collaterali” dell’approccio espansivo. I titoli bancari europei sono sotto pressione da quando la Bce ha aperto la strada verso un’ulteriore riduzione dei tassi d’interesse senza, per contro, chiarire in che modo la banca centrale intende attutire l’effetto negativo che questo inevitabilmente ha sui margini di profitto delle banche. Soltanto nel 2018 gli istituti di credito hanno sborsato 7,5 miliardi di euro di interessi per i depositi che hanno deciso di parcheggiare presso la Bce: 21 milioni di euro al giorno. Questo aspetto corrosivo della politica monetaria è stato sottolineato in quasi tutte le ricerche delle banche d’affari diffuse nelle ultime settimane con l’effetto di disincentivare gli investitori.

 

E’ possibile che la banca centrale adotti qualche strumento per contrastare l’impatto ma bisognerà attendere settembre per avere un quadro più chiaro. Un mese fa il vice presidente della Bce, lo spagnolo Luis de Guindos, durante un convegno dell’Abi a Roma, ha invitato le banche europee ad aumentare la loro profittabilità e la loro capacità di generare ricavi “in un contesto di tassi d’interesse a zero, e che resteranno tali a lungo” facendo leva sull’efficienza dei costi ma anche sulla digitalizzazione, quindi sul modello di business. “Molti istituti devono migliorare la loro capacità di generare ricavi, per esempio potenziando le attività basate su canoni e commissioni”, aveva detto de Guindos precisando che l’effetto complessivo della politica monetaria della Bce sulla profittabilità delle banche “è stato finora neutrale”.