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Trump e Cina trascinano le Banche centrali nella guerra valutaria

Le tensioni tra Washington e Pechino hanno scatenato la corsa ai beni rifugio, gli investitori sono disposti a pagare per comprare Bund tedeschi

6 Agosto 2019 alle 06:00

Trump e Cina trascinano le Banche centrali nella guerra valutaria

Foto LaPresse

Milano. Il motivo per cui non conviene mai far salire lo spread sovrano è che poi è veramente difficile farlo scendere in un’economia globalizzata. Prendiamo il caso dell’Italia: il differenziale Btp-Bund tedeschi appena un paio di settimane fa sembrava proseguire la strada in discesa (a metà luglio era sotto 190 punti base), ma da qualche giorno è tornato sopra la soglia di 200 punti base (ieri ha chiuso a 208). E il motivo, questa volta, non è legato a un improvviso aumento del rischio paese percepito dagli investitori, anche se le incertezze del quadro politico permangono. Semmai è il calo dei rendimenti dei titoli decennali tedeschi a fare sì che la forchetta si allarghi. Il fenomeno della corsa all’accaparramento dei Bund è cominciato qualche mese fa con l’aumento dell’incertezza globale generato dalla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, ma in questi giorni ha raggiunto livelli mai visti prima e si è esteso anche ai titoli emessi dallo stato francese (gli Oat), benché questo abbia un rating più basso rispetto alla Germania.

 

In questa fase in cui le tensioni commerciali si stanno inasprendo e le Borse continuano a essere sotto pressione (ieri c’è stato un nuovo, pesante, calo di tutti gli indici europei, che si è aggravato dopo l’apertura in profondo rosso di Wall Street), tutti i beni rifugio sono stati comprati dagli investitori, compresi oro e cryptovalute. Ma i titoli tedeschi sono arrivati a esprimere un rendimento negativo di mezzo punto percentuale (meno 0,5 per cento) e quelli francesi di un quarto di punto (meno 0,25 per cento). “Ciò che fino a qualche anno fa era impensabile è diventato comune, l’assurdo è ormai la regola. I mercati sono disposti a pagare lo stato francese pur di prestagli il denaro a dieci anni e questa non è neppure un’eccezione statistica: a livello mondiale 13 mila miliardi di dollari di obbligazioni offrono rendimenti negativi”, spiega in un’analisi Didier Saint-Georges, managing director e membro del comitato investimenti del gruppo francese Carmignac.

 

Il paradosso di questa situazione, precisa Saint-Georges, è che gli unici a trarne vantaggio sono i privati che possono beneficiare di tassi d’interesse sui mutui ai minimi storici. “Anche le imprese beneficiano di condizioni di finanziamento estremamente vantaggiose, ma a causa della mancanza di fiducia nella crescita economica, questa manna alimenta gli investimenti finanziari a scapito di quelli nelle infrastrutture produttive”. E’ strano pensare come questo effetto “collaterale” sia il frutto della politica estera di un sovranista come Donald Trump. Il presidente americano dice di volere proteggere l’economia del suo paese che, invece, è destinata a soffrire la pesante svalutazione del renmimbi messa in atto dal governo di Pechino come ritorsione alle nuove tariffe commerciali annunciate da Trump. Per la prima volta dalla crisi finanziaria del 2008, infatti, la valuta cinese è stata scambiata ieri sopra la soglia di 7,02 per dollaro, cosa che ha fatto infuriare Trump che ha invocato nuovamente un taglio dei tassi da parte della Fed per rafforzare il dollaro.

 

E’ ormai chiaro che la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina nasconde una lotta per la supremazia valutaria, oltre che per quella tecnologica e militare – dice al Foglio Alessandro Tentori, chief investment officier di Axa Im – e la posizione del presidente americano potrebbe diventare anche più estrema se la Russia manterrà la promessa di ridurre gli scambi in dollari e aumentare quelli in euro”. In questo contesto giocheranno un ruolo fondamentale le Banche centrali. “L’attuale livello di rendimento negativo del Bund tedesco sconta già un nuovo Quantitative easing che la Bce potrebbe avviare in autunno per fare fronte al rallentamento in atto nell’Eurozona. C’è da dire che gli investitori stanno tornando anche sui Btp, seppure in misura residuale rispetto a titoli emessi da governi europei con un merito di credito superiore. I rendimenti sono in discesa perché sta aumentando la domanda sui mercati spaventati dall’escalation in atto. Ma è chiaro che se il quadro politico dovesse deteriorarsi, il ritorno di fiducia sull’Italia potrebbe essere vanificato”, conclude Tentori.

Mariarosaria Marchesano

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