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Così il populismo induce l’élite ad avvicinarsi al popolo. Parla Rajan

“Non possiamo rinunciare ai benefici della globalizzazione ma serve vicinanza alle persone, vale anche per i banchieri”, ci dice l'ex capo economista del Fmi

12 Giugno 2019 alle 06:00

Così il populismo induce l’élite ad avvicinarsi al popolo. Parla Rajan

L'ex capo economista del Fmi, Raghuram Rajan (Foto LaPresse)

Roma. Raghuram G. Rajan, già capo economista al Fondo monetario internazionale e governatore della Banca centrale indiana, ora professore all’Università di Chicago, da poco ha pubblicato un bel libro dal titolo “Il terzo pilastro. La comunità dimenticata da Stato e mercati” (Università Bocconi Editore). La visione di Rajan ha il pregio di essere chiara: aiuta a mettere ordine nel disordine internazionale, inaugurato dalla progressiva globalizzazione e accelerato dall'arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca. Un disordine che è in qualche modo è parte della nostra società. La società, secondo Rajan, è un pò un “terzo incomodo” trascurato negli ultimi anni. Esistono sacche sociali incapaci o resistenti all’economia globale, oggi spiazzate dalle nuove spinte competitive e da una nuova era digitale e tecnologica, che subiscono senza padroneggiare. In occasione del Festival dell’economia di Trento, a inizio giugno, Rajan ha detto al Foglio e a Radio Radicale che “oggi il futuro sembra molto difficile e incerto, ma siamo in possesso delle risposte sulle quali possiamo focalizzarci. Le forze della globalizzazione e della tecnologia danno vita a diversi effetti persino all’interno di una nazione. Non tutti si trovano in difficoltà all’interno di un paese, alcuni stanno molto bene perché traggono profitto dal mercato globale e usufruiscono delle capacità che introducono nel loro lavoro. Altri si trovano in difficoltà perché non hanno le competenze e vengono schiacciati dalla competizione che viene da altrove”.

 

Queste sacche tuttavia non sono così minoritarie come si crede, anzi. Le elezioni l’hanno dimostrato. Rajan rintraccia la necessità di una nuova governance che riesca a gestire i cambiamenti rimanendo in contatto con la dimensione territoriale. “Come è possibile ottenere diverse politiche quando queste sono molto più adatte alla sfera locale e sono basate su quello di cui ha bisogno quella popolazione? Alcune comunità sono in grado di creare più posti di lavoro nel turismo, altre invece nel settore dei software e dell’alta tecnologia. Ma ogni comunità deve comprendere come preparare la propria popolazione. Ciò significa più quote e finanziamenti per la comunità. È troppo difficile per il centro amministrativo capire che cosa fare, quando territori e necessità sono così variegate”.

 

L’alternativa alla globalizzazione non sembra un granché, perfino in un tempo di guerre commerciali per la supremazia tecnologica. “Penso sia prematuro rinunciare alla globalizzazione, tutti quanti ne abbiamo tratto beneficio – dice Rajan – Penso che erigere delle barriere protezioniste e fermare il flusso mondiale di beni commerciali, servizi e persone sia la risposta sbagliata. Quello che dobbiamo fare è gestire la globalizzazione e dobbiamo rispettare il consenso delle persone.” Intanto al progresso tecnologico si contrappone la questione più vecchia del mondo: le persone per stare meglio viaggiano, si spostano, a volte scappano dalla morte certa. “Bisogna accettare il fatto che, con l’invecchiamento della società, c’è bisogno di più immigrazione. La domanda è: come possiamo gestire l’immigrazione e al tempo stesso preservare il contributo culturale, per chi c’è già e per coloro che arriveranno? Sono domande difficili, ma penso che ci siano delle risposte”.

 


“Le Banche centrali devono svolgere un delicato lavoro, a volte il loro dovere è di dire ‘no’ alle insistenti richieste dei rappresentanti eletti dal popolo. I politici dovrebbero capire quando devono fermarsi, mentre i banchieri dovrebbero spiegare che agiscono nell’interesse maggiore della nazione a lungo termine”


 

Tornando alla governance, il modello europeo è ormai un caso da manuale di disordine intergovernativo, pur avendo grandi ambizioni. “Bisogna seguire il principio della sussidiarietà che è alla base dell’Unione europea, che però non viene molto osservato. Questo significa che l’asticella viene spinta verso il livello più basso nel quale questo può essere esercitato. La sussidiarietà. Perché è così importante? Perché da alle persone la sensazione di avere il controllo della propria vita. Se pensate al grido della Brexit, le persone dicono che vogliono riprendere il controllo e vogliono più controllo su quello che li riguarda. Non possono però avere il controllo su tutto. Se dobbiamo avere un mercato globale, qualcosa deve essere deciso a livello internazionale. Se dobbiamo avere un mercato nazionale qualcosa sarà deciso a livello nazionale. Ma molto può essere deciso a livello locale senza essere fermato. Quando ci sono delle comunità locali più forti nelle quali le persone sono impegnate queste avranno un maggiore senso identitario”.

 

Banchieri centrali sotto tiro

 

Vogliamo però spostare l’analisi dal locale agli organismi internazionali, come istituzioni sovranazionali, Banche centrali, Fondo monetario internazionale. Sembrano spesso distanti dalle persone e chi governa spesso li prende di mira, come fossero il nemico pubblico numero uno. “Bisogna trovare un equilibrio tra le differenti istituzioni all’interno della nazione e i rappresentanti eletti. Oggi i conflitti negli stati sono aumentati. Questo in parte è dovuto ai rappresentanti eletti che hanno vinto, a causa della percezione sempre più crescente di avere ottenuto l’incarico dal popolo e che questo debba essere portato a termine. Inoltre, i politici credono anche che queste istituzioni, spesso nutrite e sfruttate dalla classe dirigente della vecchia élite, li ostacolino”.

 

E questo vale anche per le Banche centrali? Rajan del resto ne sa qualcosa di banche, politica, indipendenza, visto che ha avuto i suoi problemi in India con il premier Narendra Modi che l’ha spinto, nel 2016, a dimettersi da governatore della Banca centrale indiana. “Le istituzioni come le Banche centrali devono svolgere un certo lavoro e a volte il loro dovere è di dire ‘no’ ai rappresentanti eletti dal popolo. E questo, in un certo senso, è per il bene maggiore della nazione a lungo termine. E’ importante che ci sia un equilibrio: i rappresentanti eletti sanno che devono insistere perché hanno ottenuto il mandato dal popolo, ma capiscono quando devono fermarsi. Questo equilibrio in ogni paese è una sfida. Abbiamo visto, per esempio, come negli Stati Uniti il presidente Trump ha avuto degli alterchi con la Fed”.

 

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Le Banche centrali sono sicure o al sicuro dalle ingerenze dei governi che, per esempio, chiedono di rilassare la politica monetaria sotto elezioni (il caso turco) oppure di finanziare il debito pubblico (accade in Italia). “Beh, non sono sicure o al sicuro, ma quello che devono fare è sostenere ancora una volta la tesi a favore del loro mandato. Nei paesi industrializzati il loro compito era chiaro e i politici si tenevano alla larga dalle banche centrali, facevano quello che facevano, non c’era bisogno di parlarne. Adesso il loro mandato è in balia, in palio, un po’ ovunque. Stanno facendo la cosa giusta? Sanno che cosa stanno facendo? Ci si è chiesto persino questo. Penso che sia importante che le Banche centrali vengano allo scoperto e dicano quello che stanno facendo e il perché. Questo ha il suo prezzo perché ai politici non piace condividere per forza il palcoscenico con dei banchieri centrali che non sono stati eletti, ma bisogna essere in grado di gestirla in modo diplomatico in modo che ‘sì, quello che facciamo ha senso, ma per favore cercate di capire il nostro mandato, questo è il motivo per il quale dobbiamo dire no’”.

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