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Metamorfosi bancarie. Il prossimo ripensamento dei sovrani della moneta

Non solo inflazione. Tutte le idee per rinnovare i mandati delle Banche centrali

Alberto Brambilla

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9 Giugno 2019 alle 06:00

Il prossimo ripensamento dei sovrani della moneta

L'allestimento del simbolo gigante dell'euro davanti alla sede della Bce a Francoforte, nel 2001 (LaPresse)

È ora che le Banche centrali si diano nuovi obiettivi? È questo il titolo di un rapporto del centro di ricerca economica inglese Capital Economics pubblicato martedì scorso. In coincidenza con l’ascesa dei partiti populisti avanza infatti un ripensamento del ruolo dei sovrani della moneta. D’altronde avere come obiettivo il solo tasso di inflazione comincia ad andare stretto ai banchieri, e l’idea di una grande scossa al modus operandi degli Istituti è ormai ampiamente discussa. Lo sarà ancora di più con l’aumentare delle sfide economiche da affrontare, dal cambiamento climatico alla produttività stagnante, passando per le diseguaglianze di reddito e la crescita del pil.

  

Il dibattito sull’opportunità di modificare gli obiettivi delle Banche centrali finora si è concentrato su questioni riguardanti il superamento dell’obiettivo convenzionale del 2 per cento dell’inflazione. È stata a lungo dibattuta l’idea di superare l’obiettivo di inflazione inteso come tetto, un obiettivo da raggiungere, ma dal quale ci si può tenere al di sotto, e di porlo invece come un limite valicabile, verso l’alto. Il che darebbe la possibilità di dispiegare ulteriori stimoli per farlo. È un argomento che non più un tabù nemmeno nella Banca centrale europea, già discusso dall’ex capo economista Peter Praet e, di recente, da Mario Draghi. Rispondendo a una domanda nella conferenza stampa del 10 aprile, il presidente della Bce ha detto che “la nostra inflazione non implica un tetto del 2 per cento. L’inflazione può deviare dal nostro obiettivo, fintanto che il percorso dell’inflazione converge verso il nostro obiettivo a medio termine”. Si può sparare più in alto per riuscirci. In fondo è per convenzione, dagli anni Novanta, che le Banche centrali si sono dati come standard quello di tendere a mantenere l’aumento dei prezzi entro un certo limite.

 

Negli anni Ottanta la principale sfida era combattere l’inflazione, una battaglia che oggi si può dichiarare vinta: non solo nell’ultimo trentennio è stata assai più bassa rispetto al ventennio precedente ma è anche diventata più difficile da prevedere – anche per gli stessi banchieri centrali. Per questo gli schemi operativi usati da molte Banche ora sono più flessibili. Dalla crisi finanziaria in poi è aumentato il numero di Banche centrali con il mandato esplicito di tutelare la “stabilità finanziaria”. Dire di volere tutelare la “stabilità finanziaria”, in senso ampio, aumenta di conseguenza la cassetta degli attrezzi dei banchieri centrali.

  

Non a caso la Federal Reserve degli Stati Uniti intende rivedere “strategia, strumenti e processi di comunicazione”. E, di recente, James Bullard, presidente della Fed di Saint Louis, ha suggerito di usare come obiettivo il pil nominale che ancorerebbe le aspettative future degli operatori economici a un obiettivo più chiaro: per famiglie e imprese avere una banca centrale che persegue un certo livello di crescita fornirebbe, di per sé, uno stimolo a muovere capitali e a investire; un indicatore più diretto e intuitivo rispetto alla vitalità economica segnalata dall’inflazione. Dopotutto, gli obiettivi delle Banche centrali non sono statici, si adattano ai tempi e si sono continuamente evoluti nel corso della storia. In un contesto di rallentamento della crescita mondiale, come quello che si prevede per il prossimo biennio dagli Stati Uniti all’Europa fino in Cina, qualsiasi strumento utile a contrastare una contrazione dell’economia potrebbe essere considerato valido per tutelare la “stabilità finanziaria”.

 

In teoria, le Banche centrali potrebbero affrontare questioni più ampie in modo esplicito. Potrebbero utilizzare i loro programmi di acquisto di titoli in alcuni settori: per aumentare la produttività potrebbero indirizzare i prestiti in quelli considerati più produttivi. Il finanziere americano Ray Dalio ha perfino ridato lustro alla Teoria monetaria moderna per cui le Banche centrali devono stampare denaro per finanziare il debito pubblico (con i tassi di interesse mantenuti bassi e stabili) in accordo con i governi per centrare determinati obiettivi di sviluppo, per esempio in investimenti infrastrutturali. Il rischio di darsi troppi obiettivi (o obiettivi troppo ampi) è quello di rimanere ostaggio dei governi e, al contempo, di spingere i governi a fare sempre meno per attuare riforme economiche che li penalizzerebbero alle urne. A tal proposito, avverte Capital economics, “se i governi di estrema sinistra dovessero ottenere il potere, allora potremmo vedere un cambiamento maggiore nei mandati delle Banche centrali”.

 

Addirittura gli Istituti centrali potrebbero ambire a contrastare il cambiamento climatico. Nel 2015 il governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, aveva iniziato a parlare dei cambiamenti climatici e nel 2017 è nato il Network for Greening the Financial System, coalizione internazionale di Banche centrali ( tra cui la Banca d’Italia) e dei regolatori che pensano che sia necessario agire per contrastare il global warming. Farlo attivamente sostenendo un settore piuttosto che un altro può però comportare il rischio di bolle speculative. E, inoltre, dare l’idea che le Banche possono fare ogni cosa. Al punto che, interpellato sull’acquisto di green bond, il probabile prossimo presidente della Bce, Jens Weidmann, aveva avvertito del rischio di aprire un vaso di Pandora: “Il mandato dell’Eurosistema è mantenere la stabilità dei prezzi. Per salvaguardare la capacità di mantenere la stabilità dei prezzi, la politica monetaria non dovrebbe essere sovraccaricata da altri obiettivi”. Al momento il dibattito è ampio, ma la possibilità d’azione dei banchieri è limitata. La prossima metamorfosi, per verificarsi, dovrà attendere ancora un po’.

Alberto Brambilla

Alberto Brambilla

Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.

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