Un paese che non pensa al debito è un paese irresponsabile. Parla Rossi (Confindustria)

Mariarosaria Marchesano

“Più industria e più Europa”. Gli industriali under quaranta sono sempre più insofferenti verso un governo senza un’idea di politica industriale che litiga con Bruxelles 

Milano. “La nostra pazienza è finita”, aveva gridato da Rapallo il presidente dei giovani di Confindustria, Alessio Rossi, invitando il governo gialloverde a farla finita con i toni da campagna elettorale per dedicarsi ai veri problemi del paese e a un confronto costruttivo con gli imprenditori. Sono passati pochi giorni e il dato sul nuovo calo della produzione industriale, oltre a rimettere in discussione le già deboli prospettive del pil per il 2019, offre al leader dei giovani imprenditori un ulteriore spunto di riflessione. “Bisognerebbe riportare la politica industriale al centro del dibattito politico – dice in un colloquio con il Foglio – Invece, l’unico provvedimento a cui ci risulta che il governo stia lavorando in questo campo è finalizzato a rimediare al pasticcio fatto con Industria 4.0. Si sono accorti che è stato un grosso errore depotenziare una misura che ha rappresentato il motore della ripresa industriale tra il 2017 e l’inizio del 2018 e ora stanno cercando di ripristinarla con il decreto crescita. Ma dico, si può continuare ad andare avanti così?”.

      

Gli under quaranta della Confindustria guidata da Vincenzo Boccia appaiono sempre più insofferenti di fronte a un esecutivo che non ama la dialettica con le forze sociali, caratterizzandosi, con questo approccio, come una compagine senza precedenti in Italia. I giovani industriali, da sempre coscienza critica e anima innovativa dell’associazione, vorrebbero “più industria e più Europa” e invece si ritrovano con un ministero dello Sviluppo economico senza un’idea di politica industriale che sia in grado di offrire una prospettiva di crescita economica all’Italia e un governo che litiga con l’Unione europea sui conti pubblici e tenta di introdurre uno strumento come i minibot definito “illegale” dal presidente della Bce, Mario Draghi. Lo scollamento con Palazzo Chigi è forte. Eppure, c’è stato un tempo in cui i convegni annuali del gruppo giovani di Confindustria erano uno degli appuntamenti più affollati dalla classe politica perché costituivano – e costituiscono – un’occasione per riflettere sui grandi temi del paese, non solo di tipo economico. E il clima che si respirava in questi meeting era annusato dai governanti per testare il livello di gradimento della classe produttiva, da sempre interlocutore privilegiato. Quest’anno a Rapallo l’unico rappresentante dell’esecutivo gialloverde presente era il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti. E non che altri ministri o esponenti della maggioranza non fossero stati invitati. “Questo governo ha ottenuto lo straordinario risultato di far ritrovare sindacati e Confindustria sulle stesse posizioni – dice con ironia Rossi – qualche domanda se la dovrebbero pur porre”.

   

In realtà, il governo Lega-5 stelle tende a saltare quelli che considera fastidiosi corpi intermedi e cerca di dialogare direttamente con il “popolo”. Ma poi arrivano i bagni di realtà. E con un calo della produzione industriale come quello registrato dall’Istat ad aprile – che rischia di riportare il segno meno al pil del secondo trimestre – bisogna poi fare i conti. “Questo calo era inatteso solo per i politici. Chi lavora e vive nell’economia reale tutti i giorni da tempo avverte che la debole ripresa di inizio anno si è interrotta. L’Italia sta pagando l’errore fatto con Industria 4.0 e pagherà per misure come Quota 100 che nulla hanno a che fare con la crescita e per questo non sono comprese dagli investitori. Oggi, proprio Quota 100 ci sta tornando indietro come un boomerang, la Commissione europea l’ha messa all’indice perché genera un sistema pensionistico insostenibile ed è percepita come un provvedimento di carattere strutturale in grado di mettere in crisi i conti dell’Inps. Flat tax e reddito di cittadinanza, poi, sono misure a debito, riparliamone quando si potranno fare senza sfondare i conti pubblici”. Non tutto è negativo, però. Il tessuto produttivo italiano mostra anche straordinari segnali di vivacità. “Certo, siamo il secondo paese manifatturiero d’Europa e e le startup innovative sono in crescita, nonostante tutto, e questo ci dice quanto straordinaria sia l’Italia. Ma purtroppo non basta, la politica industriale deve tornare a essere centrale per lo sviluppo economico e il lavoro. E siamo convinti che non ci sia altra strada che mettere in sicurezza i conti pubblici perché non è giusto lasciare il macigno del debito alle nuove generazioni. Noi siamo per non stare in panchina ma in Europa con le regole europee”.