Il minibot salvatutti

Stefano Cingolani

Come un rabdomante alla ricerca dell’acqua, Salvini s’aggira alla ricerca dei soldi che non ci sono. E mette le mani nelle tasche degli italiani

Eletto per distribuire, per dare al popolo quel che è del popolo, il governo ha cominciato a estrarre. Dopo quindici mesi di bugie e illusioni, adesso deve almanaccare su come metter mano ai portafogli degli italiani. “I soldi ci sono”, è stata la frase più presente nel dibattito sul che fare, nota Giuseppe De Rita: “Questa infatuazione ha fatalmente prodotto una spesa fuori controllo e non incasellata in comparti precisi, una spesa pubblica marmellata”, dice il fondatore del Censis. La realtà è che i soldi non ci sono e bisogna trovarli. Dove? Nelle cassette di sicurezza, nei conti correnti, inventandosi una moneta fittizia come i minibot, non pagando i debiti delle amministrazioni locali, aumentando il disavanzo dello stato? Al pari di un rabdomante alla ricerca dell’acqua, Matteo Salvini s’aggira con la sua bacchetta magica, accompagnato dall’alchimista Claudio Borghi (quello che vuol trasformare carta straccia in denaro contante). Abile nel propagandare se stesso, il capo della Lega non lo è stato abbastanza nel vendere la sua promessa più rilevante: la flat tax. L’ultimo stop è arrivato dal ministro dell’Economia Giovanni Tria, appoggiato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte: niente tagli alle imposte aumentando il deficit. Salvini ha sparato le sue cartucce un anno fa con le pensioni anticipate, avrebbe dovuto usare per la riforma fiscale le risorse gettate in quota 100. Adesso non gli resta che la più antica scatola degli attrezzi, quella dei condoni, delle sanatorie, dei salvataggi.

 

Il governo del cambiamento è diventato il governo della nuova conservazione, basta guardare ai debiti dei comuni

I minibot possono diventare una moneta parallela, preparando così l’uscita dall’euro come vorrebbe Borghi? La teoria e la pratica

Per capire come il governo del cambiamento in un anno sia diventato il governo della nuova conservazione, basta guardare a quel che sta accadendo con i debiti dei comuni. Questa settimana si è aperta all’insegna di un altro inciucio tra Lega e Movimento 5 stelle. I relatori al decreto crescita hanno presentato in commissione un nuovo pacchetto di 16 emendamenti che contiene anche una proposta per passare allo stato (cioè a tutti gli altri contribuenti) parte del debito storico della capitale (1,4 miliardi, come previsto in origine su un stock di circa 12 miliardi) e per venire incontro agli altri comuni in dissesto e pre-dissesto. Nell’emendamento si legge che Roma Capitale dovrà promuovere le iniziative necessarie “per ottenere l’adesione dei possessori delle obbligazioni City of Rome 5,345 per cento di scadenza 27/1/2048 per 1.400 milioni di euro all’accollo del prestito obbligazionario medesimo da parte dello Stato” e viene istituito un fondo al ministero dell’Economia e delle finanze con una dotazione di 74,83 milioni di euro all’anno dal 2020 al 2048. I minori esborsi eventualmente derivanti da operazioni di rinegoziazione dei mutui andranno ad alimentare un fondo istituito presso il ministero dell’Interno “per il concorso al pagamento del debito dei comuni capoluogo delle città metropolitane”. Con la chiusura della gestione commissariale, prevista nel 2021, mancheranno i presupposti giuridici per far pagare ai residenti di Roma un’Irpef locale più alta del tetto massimo dell’8 per mille. Intanto, però, l’Irpef c’è e i romani dovranno aprire il borsellino. Per contribuire a saldare le rate in scadenza dei mutui contratti per spese di investimento dei comuni capoluogo e delle città metropolitane in dissesto, “è riconosciuto un contributo di 20 milioni di euro per il 2019 e 35 milioni annui per ciascuno degli anni dal 2020 al 2033”.

  

“Tutti o nessuno”, tuona Matteo Salvini, “ci sono tanti cittadini in difficoltà, bisogna intervenire e aiutare le amministrazioni in difficoltà, perché la scelta è di salvare tutti i comuni in dissesto. Penso a Catania o a quello di Alessandria. Mi sembra giusto dare una mano tutti”. E’ naturalmente una coincidenza che il sindaco di Alessandria sia un leghista dal nome altisonante come Gianfranco Cuttica di Revigliasco e Catania sia amministrata da Salvo Pogliese già Fronte della Gioventù, Msi, Forza Italia salito sulla carrozza salviniana. Ma ringrazia anche Chiara Appendino, perché i risparmi ricavati dalla rimodulazione del debito romano andranno a Torino città sulla quale gravano tre miliardi e duecento milioni ed è seconda dopo Roma in termini di indebitamento pro capite (3.500 euro per abitante). Una mano lava l’altra, perché il salvataggio dei comuni è davvero trasversale così come sono trasversali i loro debiti. Il provvedimento sul quale ci sarebbe “la quadra”, come avrebbe detto Umberto Bossi, è una boccata d’ossigeno che sposta in avanti la resa dei conti.

 

L’Urbe, innanzitutto. Nel 2004, durante la prima giunta Veltroni, il Campidoglio collocò sul mercato il maxi-bond comunale “City of Rome”, da 1,4 miliardi di euro con restituzione integrale alla scadenza (bullet) il 27 gennaio 2048. Ma 15 anni fa i tassi erano decisamente più alti e il bond paga un interesse del 5,345 per cento, che a fine corsa fa salire fino a 3,6 miliardi il prestito iniziale di 1,4 miliardi. E’ questa la parte del debito finanziario girata al Tesoro. Il Campidoglio, dal canto suo, deve “promuovere le iniziative necessarie per l’adesione dei possessori delle obbligazioni City of Rome all’accollo del prestito obbligazionario da parte dello stato”, che in caso di adesione “si assumerà gli oneri” del prestito (i 74,83 milioni all’anno, coperti tagliando l’autorizzazione di spesa per gli aiuti al commissario). Il governo dice che l’impatto complessivo dell’operazione in termini di debito pubblico è pari a zero. Calma ragazzi, da nove anni i contribuenti italiani pagano lo scialo romano che adesso potrà continuare. Infatti, Virginia Raggi, sindaca di Roma, secondo quanto riporta l’Ansa, festeggia: “Tanto rumore per nulla”. Sì, avete letto bene: nulla. Bazzecole, pinzillacchere.

 

Nell’elenco dei debiti per cittadino, al terzo posto c’è Milano, poi Siena, Chieti, Catania, Potenza, Caserta, Napoli. Grandi e piccole città, del nord del centro e del sud. Il dissesto finanziario delle amministrazioni locali è vasto, diffuso, sfida ogni demagogia localistica e soprattutto mette allo scoperto gli errori madornali commessi nell’ultimo quarto di secolo quando si è progressivamente destrutturato lo stato centrale senza creare nessuna seria alternativa. O meglio si sono formate quelle che vengono chiamate “istituzioni estrattive”.

 

Nel loro libro “Perché le nazioni falliscono”, Daron Acemoglu, economista americano che insegna al Massachusetts Institute of Technology e James A. Robinson, politologo britannico che lavora all’università di Chicago, scrivono che “i paesi del mondo hanno una diversa capacità di sviluppo economico per via delle loro differenti istituzioni, delle regole che influenzano il funzionamento dell’economia e degli incentivi che motivano i singoli individui”. Per estrattive Acemoglu e Robinson intendono le istituzioni che si appropriano di una rendita di posizione basata sul monopolio. Così facendo, esse riducono gli incentivi e la capacità di iniziativa economica della maggior parte della popolazione. Per inclusive si intendono invece le istituzioni che permettono, incoraggiano e favoriscono la partecipazione ad attività economiche che facciano leva sui talenti e sulle abilità, permettendo alle persone di realizzare il proprio progetto di vita. Ebbene, in Italia sono diventate istituzioni estrattive le regioni, le amministrazioni locali, le aziende municipalizzate, le comunità montane, le agenzie territoriali e via dicendo. Non solo lo stato centrale, dunque, ma quel reticolo diffuso in tutto il paese che ha costruito un potere che si basa su se stesso, “una burocrazia estesa a dismisura”, sottolinea Nicola Rossi, “che ha creato clientele basate sulla distribuzione di denaro e risorse pubbliche. E’ una macchina che produce se stessa, e a essa si uniforma la politica. Oggi si viene eletti perché si portano i soldi”. Indebitarsi e non pagare i debiti è la chiave d’accesso a questa nuova cornucopia. Alla quale si aggiungono adesso anche i minibot.

 

Il tragico dissesto finanziario delle amministrazioni locali mostra gli errori madornali commessi nell’ultimo quarto di secolo

La proposta fatta durante il governo Monti era diversa da quella leghista. Bisognava pagare le imprese, era emergenza

“Sono una buona idea per pagare i debiti alle imprese”, dice Salvini, e aggiunge: “Chi ne ha di migliori si faccia avanti”. Ma sono davvero una buona idea e in che senso? Spiega Tommaso Monacelli, ordinario di Economia alla Bocconi: “Se lo stato deve 100 euro di pagamenti all’impresa del signor Rossi, potrebbe finanziarsi sul mercato emettendo buoni del tesoro per 100 euro e girare poi quei 100 euro al signor Rossi per estinguere il proprio debito. Di fatto, lo stato starebbe scambiando una passività (i pagamenti dovuti all’impresa del signor Rossi), con un’altra passività (i buoni del tesoro emessi per finanziarsi). Perché dunque usare i minibot? L’unica ragione per farlo”, dice ancora Monacelli, “sarebbe quella di tassare implicitamente le povere imprese creditrici. Se un fornitore della pubblica amministrazione venisse pagato in minibot oggi, potrebbe scontare il proprio credito solo più tardi al momento di pagare le tasse dovute. In ragione di questo lasso temporale (più o meno lungo), di fatto è come se l’impresa sostenesse un costo implicito in misura pari ai mancati interessi (altrimenti, perché semplicemente non ridurre le tasse alle imprese dello stesso ammontare dei crediti esistenti, senza alchimie cartacee?). Un guadagno per lo stato, una tassa implicita per l’impresa”. Ecco la patrimoniale occulta. Ma attenzione, il vantaggio vero ricadrebbe sulle amministrazioni locali, perché quei debiti fanno capo allo stato centrale solo nell’8 per cento dei casi, il resto appartiene a enti pubblici e locali, regioni e province, come conferma la Consip (la centrale acquisti della pubblica amministrazione italiana). Ecco dunque il secondo salvataggio più o meno palese. Le istituzioni periferiche (comuni, aziende e quant’altro) estraggono così altra rendita. Anche in questo caso (e non per infierire) a estrarre di più sarebbe Roma sia per quantità di pagamenti da onorare sia per i tempi ben più lunghi della media.

 

Non è la prima volta che si cercano scorciatoie, avvenne già durante il governo Monti e lo ha ricordato Claudio Borghi. Il presidente leghista della Commissione Bilancio della Camera però sbaglia: le proposte fatte all’epoca sono diverse dai minibot. Nel dicembre 2011, a un mese dall’insediamento del gabinetto d’emergenza, l’allora ministro allo Sviluppo economico Corrado Passera propose di saldare i debiti della Pubblica amministrazione verso i fornitori con titoli di Stato italiani. Si trattava, tuttavia, di una sorta di piano speciale per la emissione di normali Buoni del tesoro poliennali non messi tramite asta, ma fruttiferi, con un tasso di interesse. Lo ha spiegato in un’intervista al Corriere della Sera lo stesso Passera. La sua idea era diversa sotto un altro punto di vista: “Io stesso chiesi di destinare 40 miliardi di nuove emissioni di titoli di Stato per pagare le imprese, sì”, ha ricordato Passera, “Ma con gli euro così raccolti sul mercato, non in titoli”. Il piano alla fine venne ridimensionato anche perché il ministro dell’Economia Vittorio Grilli era contrario ad aumentare il disavanzo pubblico italiano.

 

Anche quel meccanismo nascondeva una insidia messa in luce dall’allora presidente di Legacoop Giuliano Poletti, che sarebbe poi diventato ministro del Lavoro con il governo Renzi: “La proposta mi sta bene se con i Bot e Cct (Certificati di credito del tesoro) che mi danno posso pagare i debiti che ho con Equitalia e con la previdenza. Diversamente, mi parrebbe strano se il governo volesse pagare le imprese con carta che nessuno vuole”. E’ qui l’inganno supremo direbbe il poeta. E qui cade anche il velo alla proposta leghista. Se i minibot fossero usati da famiglie e imprese per pagare le tasse, sarebbero del tutto identici a un taglio delle imposte o, in modo equivalente, a un incremento di debito pubblico. Possono diventare in questo modo una moneta parallela, preparando così l’uscita dall’euro come vorrebbe Borghi? Se lo stato accettasse i minibot aprirebbe la strada al loro riconoscimento come valuta legale, ma non basta, occorre che siano accolti dal mercato come strumenti di pagamento di qualsiasi transazione. La moneta per essere tale deve possedere tre requisiti: mezzo di pagamento, unità di conto e (soprattutto) riserva di valore. In teoria potrebbe acquisirli spontaneamente (ed è anche accaduto nella storia), nel mondo moderno occorre una autorità che ne sancisca la validità. Nella zona euro non può essere un governo nazionale. Bisogna abbandonare l’euro, e per farlo bisogna uscire dall’Unione europea. I minibot per una mini-lira? Vasto progetto, troppo vasto anche per Borghi e Salvini. E allora, via libera alla fantasia.

 

L’ultima trovata riguarda la tassa sulle cassette di sicurezza. I depositi in conto corrente ammontano a circa 1.371 miliardi di euro. Arrivarci non è difficile. Nel 2012 il governo Monti introdusse l’imposta di bollo su tutti i prodotti finanziari (gettito medio 6,8 miliardi di euro). Fece di peggio Giuliano Amato nell’estate del 1992. Il governo ormai alla canna del gas con la liretta sotto un furioso attacco speculativo, decise nottetempo di tagliare il 6 per mille a tutti. Il mattino dopo gli italiani si trovarono davanti alla sorpresina. Non bastò. Non furono sufficienti nemmeno i rincari delle tasse e i tagli alle spese, la lira crollò in quel settembre nero in cui di fatto finì la lunga e non gloriosa storia della valuta nazionale. Oggi il sei per mille porterebbe al fisco appena 8 miliardi di euro. Ci vorrebbe molto di più. E allora? Allora si torna al solito condono, un altro e non sarà certo l’ultimo. L’obiettivo, nobile, è sempre lo stesso: attaccare il sommerso, stimato dal ministero dell’Economia in 210 miliardi di euro pari al 12,4 per cento del pil. Già l’anno scorso la Lega aveva fatto circolare l’ipotesi di una cedolare a due aliquote 15 e 20 per cento, la prima come l’Iva sulle partite sotto i 65 mila euro e l’altra per quelle oltre i 100 mila. Durante la discussione del decreto fiscale il maxicondono è stato abbandonato e sono spuntati molti minicondoni (i verbali, gli accertamenti, le liti, le cartelle). Salvataggi, sanatorie, debiti, patrimoniali, condoni. Altro che “pace fiscale”, la giungla delle tasse denunciata dal governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco s’infittisce. Il nuovo establishment estrae, eccome, gli è bastato un anno per mostrarsi persino peggio del vecchio.

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