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Con la flat tax l'evasione fiscale non scende. Cade il mito di Salvini

Nei paesi dell’est dove si porta molto la riforma fiscale sognata dal leader della Lega, gli evasori sono oltre la media europea

14 Giugno 2019 alle 06:00

Con la flat tax l'evasione fiscale non scende. Cade il mito di Salvini

Foto Imagoeconomica

Roma. Come si finanzia la flat tax sulla quale Matteo Salvini, esaurito l’argomento sbarchi, ha riaperto un nuovo fronte di propaganda? La tassa “piatta” con due aliquote al 15 e 20 per cento è nel contratto sottoscritto anche dal M5s, ma quest’ultimo, dopo l’insuccesso alle europee pare voler fare da spettatore, terrorizzato all’idea di dire addio al governo e tornare alle urne. “Non c’è un ‘no’ del ministro Tria alla flat tax, se si trovano risorse certe e purché non comporti l’aumento dell’Iva” si è ieri arrampicato sugli specchi Luigi Di Maio. Il che lascia il leader leghista primo attore assoluto.

 

Salvini promette di produrre studi e coperture, ma è certo che la flat tax in formato familiare fino a 50 mila euro d’imponibile complessivo dovrebbe intanto essere finanziata a debito (di circa 30 miliardi), e riducendo deduzioni e detrazioni: non è chiaro se sui redditi superiori che non beneficerebbero del taglio di aliquota e verrebbero così doppiamente penalizzati, su tutti i contribuenti che sostengono in modo proporzionale all’imponibile il sistema sociale e contributivo (penalizzati ulteriormente come ha scritto l’esperto Alberto Brambilla, pure di area Lega) o solo sui destinatari della flat tax.

 

Dopodiché secondo Salvini e secondo Armando Siri, l’ex sottosegretario leghista primo stratega della flat tax, il maxisconto inizierebbe a finanziarsi da solo riducendo l’evasione fiscale. A sostegno Salvini cita spesso i paesi dell’est europeo dove la flat tax è in vigore, e anche il taglio di tasse operato negli anni Ottanta da Ronald Reagan. Casi molto diversi, ma entrambi danno torto al ministro dell’Interno. L’ultimo studio in proposito è datato gennaio 2019, approvato il 26 marzo dal Parlamento europeo su presentazione del gruppo socialisti e democratici. Si intitola “The european tax gap” ed è stato redatto da Tax Research Llp, un centro di analisi diretto da Richard Murphy, professore di Politica economica internazionale applicata alla University of London. Ne risulta che in base ai dati forniti dagli stessi governi e riferiti al 2015, nei 28 paesi Ue l’evasione propriamente detta (tasse che dovrebbero essere pagate e non lo sono) ammonta a 823 miliardi di euro, in media il 5,5 per cento del pil. Per ogni paese Murphy indica poi l’evasione minore in base alle imposte tuttora reclamate dal fisco, e la “tax policy gap”, cioè quanto dovrebbe essere pagato senza misure compiacenti tipo i condoni. Sono quindi esclusi i regimi fiscali di favore previsti all’origine.

 

L’Italia svetta in cifre assolute in tutte e tre le classifiche: 190,9 miliardi di evasione pura, 165,5 se l’amministrazione riscuotesse il dovuto, 216,3 con condoni e simili. La seguono Germania (125,1 miliardi alla prima voce) e Francia (110,9). Il record italiano è molto maggiore includendo i condoni. Ma poiché la finanza pubblica va parametrata al pil, la nostra evasione pesa per l’11,5 per cento, in Germania per il 4,1, in Francia per il 5,3. E nei paesi presi a modello da Salvini? La Slovacchia ha abbandonato la flat tax nel 2013. In Estonia (flat tax al 24) l’evasione è del 6,8 per cento del pil. In Lettonia (flat tax al 25) del 7. In Lituania (ft al 33) dell’8,2. Così come in Ungheria che ha la flat tax al 15: Viktor Orbán ha in effetti ridotto un po’ il lavoro nero e attirato investimenti; però ha aumentato l’Iva al 27 per cento, tagliato la spesa sanitaria e sociale e istituito controlli a tappeto sulla tracciabilità del denaro. Romania (Ft al 16 per cento) e Bulgaria (al 10) hanno il 10,1 e l’8,6 di evasione. Tutti questi paesi hanno un debito pubblico infinitamente inferiore all’Italia: dall’8,4 del pil dell’Estonia al 70,8 dell’Ungheria. Anche Ronald Reagan attuò due grandi riduzioni di aliquote, specie su quelle alte (non la flat tax). Ma il conto lo pagò il successore George H. Bush che dovette rialzarle: e si giocò la Casa Bianca.

Renzo Rosati

Livornese, del 1950, ha lavorato tra Milano e Roma, dove vive, al Mondo, l'Europeo, Panorama e in molti quotidiani occupandosi di cronaca, costume, politica, economia. Ama il jazz, il cinema,  i cani, la montagna, la sua famiglia, il bianco e nero. Adora il Foglio.

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