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Un'Italia in cerca di futuro

Il Rapporto Istat 2019 fotografa un paese che non cresce e dove la crisi demografica si fa sempre più grave. Il presidente Blangiardo: “Dobbiamo rassegnarci a gestire il presente?”

20 Giugno 2019 alle 15:14

Un'Italia in cerca di futuro

Foto LaPresse

“Siamo (e saremo ancora) un popolo che guarda avanti e investe sul suo futuro o invece dobbiamo perlopiù sentirci destinati a gestire e a manutenere il presente”. Per il presidente dell'Istat Gian Carlo Blangiardo l'alternativa è netta. Non c'è altra possibilità per l'Italia, di sicuro non per l'Italia che emerge dalle oltre 300 pagine del Rapporto annuale 2019 che l'Istituto ha presentato questa mattina a Montecitorio. Un paese che, oltre ai problemi di crescita, deve fronteggiare anche problemi legati al proprio sviluppo demografico.

    

Né i primi né i secondi, ormai, sono una novità. L'anno bellissimo annunciato dal premier Giuseppe Conte si chiuderà, secondo l'Istat, con una crescita del pil intorno allo 0,3 per cento. Una crescita che, si legge nel rapporto, sarà sostenuta soprattutto dai consumi delle famiglie mentre “l’attività di investimento sembrerebbe destinata a decelerare in termini significativi a causa della persistente incertezza che grava sul quadro macroeconomico nazionale e internazionale”. 

 

Molto più allarmante è lo scenario demografico. La popolazione residente, infatti, continua a diminuire (al 1° gennaio 2019 60,4 milioni, oltre 400 mila in meno rispetto al 1° gennaio 2015). Causa principale del declino demografico è ovviamente il saldo naturale tra nascite e decessi. Le prime, nel 2018, sono scese a 439 mila (-140 mila rispetto al 2008) mentre i decessi sono saliti a 633 mila (circa 50 mila in più). 

 

Secondo l'Istituto nel 2030 i residenti saranno scesi a 60,3 milioni per poi crollare a 58,2 milioni nel 2050. Sempre nel 2059 la quota di ultra 65enni sul totale della popolazione potrebbe aumentare, rispetto al 23 per cento del 2018, tra i 9 e i 14 punti percentuali. Al contrario, la popolazione di età compresa tra 0 e 14 anni potrebbe o rimanere sul livello attuale (13,5 per cento della popolazione) o scendere al 10,2 per centro). Destinata a ridursi ancora più significativamente (di circa 10 punti che corrispondono a quasi 6 milioni di persone in meno) la quota dei 15-64enni. 

 

Blangiardo pone l'Italia e la politica di fronte a un altro bivio. “È utile sottolineare – spiega – che se oggi garantire un'assistenza dignitosa a quasi 14 milioni di ultra 65enni sembra, oltre che doveroso, ancora possibile, è opportuno interrogarsi 'se' e 'come' saremo in grado di soddisfare la stessa domanda anche solo tra vent'anni, allorché gli anziani saranno saliti di altri 5 milioni”.

 

In questo scenario apocalittico anche il contributo dei cittadini stranieri alla natalità della popolazione residente ha subito un calo. Dal 2012 al 2017 i nati con almeno un cittadino straniero sono stati 8 mila in meno e attualmente sono sotto i 100 mila. Non solo, sottolinea Blangiardo, “va comunque preso atto che il contributo dell’immigrazione alla crescita e alla vitalità demografica del nostro Paese è andato via via ridimensionandosi sia per effetto della contrazione dei flussi e della trasformazione dei motivi di ingresso sia a seguito di comportamenti riproduttivi sempre meno dinamici. Diminuiscono infatti gli stranieri che scelgono l’Italia per realizzare un progetto migratorio di permanenza stabile, mentre aumentano i flussi di ingresso per motivi dettati dall’emergenza, come nel caso dei richiedenti asilo e protezione umanitaria”.

      

L'Italia, quindi, non è più un paese attrattivo. Men che meno per i nostri giovani che faticano, e non poco, ad abbandonare la famiglia di origine. Al 1° gennaio 2018 i giovani dai 20 ai 34 anni sono 9 milioni 630 mila, il 16 per cento del totale della popolazione residente; rispetto a 10 anni prima sono diminuiti di oltre 1 milione 230 mila unità (erano il 19 per cento della popolazione al 1° gennaio 2008). Più della metà (5,5 milioni), celibi e nubili, vive con almeno un genitore. 

     

Ultimo capitolo è quello che riguarda i matrimoni. A 45-54 anni un uomo su quattro non si è mai sposato (il 24,0 per cento è celibe nel 2018 contro il 9,6% del 1991) mentre sono nubili quasi il 18 per cento delle donne (più che raddoppiate rispetto al 1991). La diminuzione dei coniugati, ovviamente, si ripercuote sul crollo delle nascite all’interno del matrimonio (317 mila nel 2017, 147 mila in meno rispetto al 2008). Il legame tra nuzialità e natalità, infatti, è ancora forte nel nostro Paese: sette figli su 10 nascono all’interno del matrimonio.

    

E se le libere unioni sono più che quadruplicate negli ultimi vent’anni, passando da 291 mila del 1996-1997 a circa 1 milione 325 mila del 2016-2017, tra gli anziani diminuisce la proporzione di vedovi e aumentano i coniugati, in particolare tra le donne, che passano dal 37,4 per cento al 47,7 per cento. In generale sono sempre più numerose le persone che vivono con il coniuge le età più avanzate della vita.

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