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Non c’è un alibi a Berlino

L’economia tedesca in difficoltà, in Italia la zavorra è anche politica

7 Giugno 2019 alle 20:37

Non c’è un alibi a Berlino

Germania, Angela Merkel inaugura il Salone dell'Auto 2017 di Francoforte (LaPresse)

Anche la Bundesbank, dopo il governo federale, ha tagliato le stime di crescita della Germania: di un punto nel 2019, allo 0,6 per cento (lo 0,5 per il governo); nel 2020 il pil dovrebbe risalire all’1,2 (1,5 per il governo). La frenata è da attribuirsi al calo della produzione industriale con cuore nel settore Auto: meno 1,9 per cento ad aprile (gli analisti prevedevano meno 0,4); mentre è in ripresa del 3,5 per cento il settore Costruzioni. Di fronte a questi dati scatta la reazione pavloviana di Luigi Di Maio: “Non si capisce perché se in Germania vengono tagliate le stime di crescita è colpa del rallentamento globale e dell’export e qui è colpa del governo. Due pesi e due misure, siamo gli unici a farci del male da soli”.

 

Il vicepremier se la prende con stampa e tv, facendo a pugni con la realtà. I conti pubblici tedeschi, tutti a rating tripla A, restano su un altro pianeta: il debito è sceso nel 2018 sotto il 60 per cento del pil del trattato di Maastricht (da noi il 132 con previsione di 135,2 nel 2020) grazie ad avanzi di bilancio che smentiscono la teoria populista dell’“austerity che genera debito”. Mentre anche la Banca d’Italia taglia le stime del pil italiano: più 0,3 quest’anno e 0,7 il prossimo, riservandosi “una ulteriore correzione per la revisione al ribasso dell’Istat”, in conseguenza “della riduzione della domanda estera e della elevata incertezza nei sondaggi delle imprese”. Le imprese restano le uniche a potersi lamentare delle difficoltà tedesche, ma ancora più si lamentano del governo: “La nostra pazienza è finita”, ha detto ieri il presidente dei giovani imprenditori di Confindustria Alessio Rossi. “Servono politiche concrete e non l’illusione di fare deficit senza conseguenze”.

  

E’ evidente che la frenata tedesca ha conseguenze su tutta Europa. La crisi è anche bancaria: ieri Fitch ha tagliato il rating di Deutsche Bank a BBB, a un gradino dall’investimento a rischio, per le “continue difficoltà”. Le conseguenze però non vanno nel senso auspicato dai gialloverdi: in Germania i populisti non sfondano (anzi), così come in tutto il centro-nord Europa. Crescono gli ecologisti così come in Scandinavia una socialdemocrazia nuova e pragmatica a cominciare dall’immigrazione. E nessuno attacca l’Europa.

Redazione

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