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Il lavoro non è una merce rara

Dietro alle misure assistenziali c’è una pericolosa (e falsa) convinzione

1 Maggio 2019 alle 06:20

Il lavoro non è una merce rara

Foto LaPresse

I dati dell’Istat segnalano un aumento dell’occupazione nell’ultimo mese dello 0,3 per cento, in linea con la leggerissima ripresa del pil. Ma festeggiare per un dato del genere nella giornata dedicata ai lavoratori è eccessivo. Il Primo maggio deve essere invece l’occasione per una riflessione più ampia sul lavoro e sulle politiche attuate nell’ultimo anno. Al di là dei dati non certo lusinghieri, che dipendono anche da diversi fattori, ciò che più preoccupa è la visione (omogenea) del lavoro manifestata dai due partiti di maggioranza. La cosa paradossale per due forze politiche che non sembrano credere alla scarsità delle risorse, e che anzi ritengono che si possa fare illimitatamente deficit e, al limite, stampare i soldi che mancano per acquistare beni e servizi da distribuire, è che all’opposto vedono il lavoro come una risorsa scarsissima. Verrà distrutto dalla tecnologia e dall’innovazione (secondo Casaleggio) e intanto viene rubato dagli immigrati (secondo Salvini): in un mondo di risorse illimitate (per il governo), il lavoro è l’unica merce rara, praticamente in via di estinzione. E tutte le politiche del governo sono orientate da questa visione: per dare un posto ai giovani si pagano gli anziani per lasciarlo (quota 100); si separa il reddito dal lavoro (reddito di cittadinanza) e il salario dalla produttività (salario minimo monstre). E questo in un paese, l’Italia, con il tasso di occupazione più basso d’Europa (dopo la Grecia), di 10 punti inferiore alla media Ocse.

  

Con la mente imprigionata nel “modello superfisso” (copyright Sandro Brusco), quello di un’economia pre-capitalistica, si pensa che il mercato del lavoro sia come un autobus dell’Atac: scalcagnato e talmente pieno che per far salire qualcuno, bisogna che qualcun altro scenda. E’ da questa insana concezione che saltano fuori le proposte sulla “staffetta generazionale” e sul “lavorare meno, lavorare tutti”. Non un fattore di creatività e produzione, ma una riserva da spezzettare e redistribuire. Non è così. Il lavoro in Italia non è finito, attende solo di essere liberato.

Redazione

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