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"Chi lascia l'Euro è perduto". La lezione di Atene ai gialloverdi

Il banchiere centrale Tavlas ci spiega cosa deve imparare l’Italia dalla parabola della Grecia di Tsipras

31 Gennaio 2019 alle 12:43

"Chi lascia l'Euro è perduto". La lezione di Atene ai gialloverdi

Il banchiere centrale Tavlas con Nicola Rossi, Paolo Savona e Pier Carlo Padoan a un incontro dell'Istituto Bruno Leoni (Foto Imagoeconomica)

La crisi greca, quella che tra il 2010 e il 2011 ha travolto anche l’Italia in un vero e proprio effetto domino, mettendo in pericolo l’esistenza dell’euro, può essere letta in modo del tutto opposto rispetto ai luoghi comuni che ispirano il governo giallo-verde, i mass media e più in generale una opinione pubblica alla quale sono stati messi i paraocchi. Per questo ci vuole un greco che l’abbia vissuta da vicino e, forse, anche un pizzico di filosofia presocratica, come l’idea eraclitea di destino che dipende dal nostro modo d’essere. George Tavlas, 69 anni, economista con dottorato alla New York University, dal 2008 ha rappresentato il suo paese nel Consiglio direttivo della Banca centrale europea come sostituto del governatore della Banca di Grecia dove segue in particolare la politica monetaria. È uno degli esperti che hanno accompagnato l’ingresso della Grecia nell’euro e non se ne pente affatto. Non solo: lui, di ispirazione liberale e monetarista, loda apertamente Alexis Tsipras e il suo governo per aver avuto il coraggio di affrontare la realtà, invertire la rotta e a costo di choccare i più, ammettere che “è nell’interesse del paese stare nell’euro e rendere la Grecia più stabile finanziariamente e più produttiva”.

 

Il Foglio ha incontrato Tavlas alla lectio Marco Minghetti, principale iniziativa dell’Istituto Bruno Leoni sui temi della finanza pubblica, durante la quale ha offerto al pubblico e ai suoi interlocutori Paolo Savona e Pier Carlo Padoan, tre lezioni importanti, due di natura politica e una più strettamente di politica economica. La prima è il bagno di realtà da parte del governo greco, la seconda è di carattere geopolitico. “Per un paese come la Grecia – spiega – legato all’area balcanica contraddistinta da grande instabilità, l’euro è una coperta importante ai fini della nostra stessa sicurezza”.

 

La soluzione pacifica del contrasto con la Macedonia che ha creato per anni fortissime tensioni, è l’esempio più recente, senza dimenticare gli anni ’90, le guerre che hanno accompagnato la dissoluzione della ex Jugoslavia. Ancora oggi i Balcani sono una fornace rovente nella quale getta legna la Russia. E a quegli italiani che adesso vorrebbero usare Mosca contro Bruxelles, va ricordato che nel pieno della crisi fu proprio Putin a gelare le speranze dei filorussi: non un rublo per Atene. L’euro, dunque, come strumento di stabilità a tutti i livelli, a cominciare naturalmente da quello economico. E qui arriva la terza lezione. “Se si riconosce che le politiche monetarie, i tassi di cambio e le politiche fiscali hanno fatto per molti anni più male che bene, migliora non solo la stabilità politica ed economica, ma la qualità della vita”.

 

Il premier greco Alexis Tsipras stringe la mano al presidente cipriota Nicos Anastasiades nel summit dei paesi dell'Europa del Sud a Nicosia (Foto LaPresse) 


 

Il punto di partenza è esattamente opposto al pensiero dominante in Italia. I guai della Grecia non sono la conseguenza degli errori commessi dall’Unione europea nel primo salvataggio (e corretti solo in parte nel secondo), ma al contrario vengono da molto prima e sono la causa di tutti i mali. Tavlas snocciola i suoi dati. L’euro ha una ragione economica non solo politica. L’esigenza di creare un’area monetaria integrata nasce dai radicali cambiamenti provocati dalla fine del sistema monetaria internazionale basato sul dollar gold standard. L’uscita degli Stati Uniti nel 1971 e il passaggio alla libera fluttuazione delle valute aveva generato ondate di instabilità valutaria. L’Europa era sotto il tallone del marco tedesco la cui forza metteva alla frusta tutte le altre monete. La Grecia è entrata nel 2001, con due anni di ritardo. Fino al 2006 il processo di convergenza aveva funzionato: meno inflazione, un costo della moneta e del credito ridotto, spesa pubblica sotto controllo attorno al 45 per cento del prodotto lordo e un disavanzo sia pur eccessivo, ma stabile attorno al 6 per cento del pil, che aveva mantenuto il debito attorno di poco superiore al 100 per cento.

 

Poi dal 2007, prima ancora che s’abbattesse sulla repubblica ellenica la grande crisi finanziaria, tutto è peggiorato. Come mai? Secondo Tavlas le cause principali sono due, strettamente collegate: da una parte un afflusso massiccio di fondi dalle grandi banche europee, soprattutto tedesche, francesi e olandesi, dall’altra un balzo della spesa pubblica (sette punti di pil in due anni). È il grande azzardo morale, è l’illusione politica di un boom tutto a debito, proprio mentre la competitività crollava del 30 per cento. La spia di tutto ciò si trova nella bilancia dei pagamenti il cui deficit in tre anni sale dal 7,7 al 15,2 per cento. A questo punto, arriva l’operazione verità e il primo ministro socialista George Papandreou, da poco tornato al governo, è costretto a rivelare che i conti non tornano, anzi, sono stati truccati anno dopo anno. È il 20 ottobre 2009, si apre il primo atto della tragedia greca che, però, era stato preceduto da un ben lungo prologo.

 

L’Unione europea viene presa in contropiede proprio mentre sulle banche del vecchio continente si abbatte lo tsunami Lehman Brothers. La Ue interviene in ritardo e commette errori. Tavlas cita Otto Poehl, l’ex presidente della Bundesbank secondo il quale il primo salvataggio è servito a proteggere le banche tedesche e soprattutto quelle francesi. “L’eurosistema ha acquistato 46 miliardi di debito greco tra il 2010 e il 2017 questi acquisti hanno fruttato alla Bce 13 miliardi di euro. Solo 2 miliardi sono tornati alla Grecia, i contribuenti e i pensionati greci hanno sopportato il peso della ristrutturazione del debito, non faccio considerazioni politiche, ma cito solo i fatti”, aggiunge Tavlas. Il processo è stato lungo e doloroso, dunque, ma adesso come va la Grecia? “Nel 2009 il deficit fiscale era pari al 15 per cento del pil, negli ultimi tre anni è in surplus – spiega Tavlas – Il disavanzo strutturale si è ridotto del 18 per cento. Il bilancio primario registra un attivo del 4 per cento.

 

Le misure di aggiustamento fiscale sono state circa il 35 per cento del prodotto lordo, commisurate alla gravità del crac. Il sistema bancario è stato ristrutturato: da circa 20 banche si è passati a cinque le altre sono state ricapitalizzate. Tuttavia i cediti deteriorati sono ancora un problema. La competitività è migliorata del 35 per cento e la bilancia dei pagamenti del 15. Non è stato recuperato ancora tutto il reddito perduto, ma dallo scorso agosto la Grecia è tornata a vendere titoli di stato sul mercato”. Insomma, si può parlare di una cura dolorosa, penosa per molti, ma alla fine efficace, e un successo anche politico. Alle prossime elezioni politiche, previste in ottobre, Syriza pagherà un prezzo, ma vincerà probabilmente la destra moderata.

 

Nessuno può dire che la Grecia sia del tutto fuori pericolo, e ciò vale anche per l’intera Europa. La Brexit è una grande incognita, e la crescita ristagna. Secondo Tavlas, “la zona euro deve sviluppare strumenti efficaci per sradicare l’azzardo morale. Essere virtuosi paga nell’insieme dell’unione monetaria, ciò non riguarda solo la Grecia o i paesi del nord”. Quanto alla moneta unica, “lasciare l’euro sarebbe straordinariamente costoso”. Torniamo alla vecchia valuta nazionale, dicono i no euro. È un completo inganno. “Non si tratta di riprendere la dracma o la lira, non ci sono più né dracme né lire, si tratta di battere una nuova moneta il cui valore sarebbe di molto inferiore alla vecchia provocando perdite enormi per i risparmiatori e tutti i cittadini, con l’aggravante di mandare al mondo intero questo messaggio: di noi nessuno si può fidare”. Di fronte alla rovina della credibilità nazionale crolla ogni argomento dei sovranisti i quali sperano in un aumento della competitività valutaria e delle esportazioni. Ma quale politica di potenza, quale ricatto all’Europa, un paese inaffidabile, con le finanze in dissesto e una moneta di scarso valore, è solo un paria. Ecco l’ultima lezione della lectio Minghetti. 

Stefano Cingolani

Nato nel bel mezzo del secolo scorso a Recanati, è tornato alla luce in seguito a recenti scavi. Dopo tanto girovagare per giornali (L’Unità, Il Mondo, Corriere della sera, Il Riformista) e città (Milano, New York, Parigi), in cerca di stimoli e affetti, ha trovato al Foglio il rifugio agognato. Ha scritto “Le grandi famiglie del capitalismo italiano” e “Guerre di mercato”. Sopraffatto dalla colpa per non essere riuscito ad assicurare un futuro certo alla figlia maggiore e per non fare i compiti con quella minore, passa il tempo tra l’impero romano-cristiano e la terza globalizzazione (prima o poi riuscirà a spiegare entrambi?). Va al mare sul Baltico, ma vorrebbe essere sul Patna con Lord Jim o a Long Island con Jay Gatsby.

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