Dove sono finiti i brexiteers italiani?

Gregorio Sorgi

La galassia sovranista ha sperato che l'Italia seguisse l'esempio del Regno Unito con la Brexit. Ma col tempo hanno imparato la lezione e si sono ricreduti 

Roma. La vittoria del Leave nel referendum sulla Brexit del giugno 2016 è stata celebrata dai sovranisti italiani come un primo trionfo nella battaglia esistenziale contro l'Unione europea. Libero pubblicò in prima pagina un'illustrazione della Regina Elisabetta in sella a un cavallo bianco che infilzava Angela Merkel nel fondoschiena. Il titolo del giornale diretto da Vittorio Feltri – “Dio strabenedica gli inglesi” – raccontava l’euforia dei sovranisti e la speranza che altri paesi europei, tra cui l’Italia, potessero seguire l’esempio della Gran Bretagna. Alcuni giorni dopo, Libero lanciò una raccolta firme per convocare un referendum sull’euro in Italia. Di Battista fu tra i sostenitori dell’appello: “Sono ammirato dalla democrazia inglese...anche noi vogliamo un referendum sull’euro”, disse l’allora deputato del M5s in un’intervista a Pietro Senaldi. Poi, col passare del tempo, il Regno Unito si è seduto al tavolo delle trattative, e ha dovuto fare i conti con la realtà. Così la Brexit ha perso il suo fervore mistico e si è trasformata in una pratica burocratica, piena di nodi e complicazioni inattese, che testimoniano quanto sia difficile separarsi dall’Unione europea.

 

 La prima pagine di Libero del 25 giugno 2016, il giorno dopo la vittoria della Brexit 


 

L’effetto contagio auspicato dai sovranisti di tutta Europa non c’è stato, semmai è avvenuto l’opposto. I cittadini europei si sono persuasi che restare dentro l’Unione, pur con tutti i suoi difetti, è sempre meglio che starne fuori, come mostrano i dati dell’Eurobarometro del 2018. Nel frattempo, la Brexit è scomparsa dal dibattito dei sovranisti italiani e stranieri, molti dei quali hanno abbandonato la storica battaglia per uscire dall’euro. Il leghista Mario Borghezio, eurodeputato dal 2001, spiega la sua versione dei fatti al Foglio. “Obiettivamente abbiamo sottostimato le complicazioni della Brexit. I problemi che nascono quando bisogna affrontare l’iter legislativo non sono prevedibili, ci sono molte variabili inattese”, dice il colonnello di Matteo Salvini a Bruxelles. Borghezio continua a essere euroscettico, altroché, e pensa che l’Unione europea stia facendo di tutto per complicare il processo di uscita della Gran Bretagna. “Non vorrei usare questa parola, però stare nell’Ue è come stare in una prigione: sai come entrare ma non sai come uscire”. Un’immagine che era già stata evocata dal ministro degli Esteri britannico, Jeremy Hunt (“L’Ue è come una prigione sovietica”). Per Borghezio l’obiettivo non è più uscire dalle istituzioni europee ma scoraggiare gli altri paesi a entrarci: “Spero che la Brexit sia un esempio per la Turchia: non conviene entrare nell’Ue. Bruxelles non va mai incontro alle tue esigenze”.

 

Gli euroscettici italiani non ammetteranno mai di avere combattuto la battaglia sbagliata ma di averne sottovalutato i rischi, quello sì. I populisti di ogni schieramento, in Italia come in Gran Bretagna, erano convinti che la Brexit sarebbe stata breve e indolore. L’espressione usata ieri dal presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk – “chi ha sostenuto la Brexit senza avere alcun piano per eseguirla, dovrebbe andare all’inferno” – racconta una verità di fondo, di cui sono stati complici anche gli euroscettici italiani. Matteo Salvini, il giorno dopo la vittoria del Leave, disse di “essere invidioso dei cittadini britannici che possono votare per uscire dall’Ue”. Da quando è vicepremier, Salvini è intervenuto raramente sulla Brexit, quando lo ha fatto è stato per chiedere a Bruxelles di “non avere la testa dura, e di consentire al Regno Unito di riaprire l’accordo per l’uscita”.

 

Che la Brexit non sia stata un affare, forse lo pensa anche Claudio Borghi, l’economista no-euro della Lega, che ha abbandonato la sua battaglia contro la moneta unica. Borghi ha declinato la richiesta d’intervista del Foglio, ma le sue previsioni sulla Brexit nel 2016 oggi suscitano una certa ironia: “I britannici oggi stanno meglio di noi... Se loro si arrabbiano conquistano il Lussemburgo con i paracadutisti in dieci minuti”. Non è andata così: oggi è stata la premier britannica Theresa May a doversi recare a Bruxelles per chiedere al presidente della Commissione europea, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, di rinegoziare l’accordo di uscita.

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