Tsipras vince la battaglia sulla Macedonia, ora deve riprendersi il suo partito

Micol Flammini

Se Skopje si è liberata dell’acronimo Former Yugoslav Republic of Macedonia è grazie al rischioso compromesso raggiunto dal primo ministro greco e dall’omologo macedone Zoran Zaev e ratificato dal parlamento di Atene

Roma. La Fyrom non esiste più, “finalmente” diranno i macedoni, al suo posto è nata la Repubblica della Macedonia del nord. Se Skopje si è liberata di quell’acronimo – Former Yugoslav Republic of Macedonia, Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia – è grazie a un accordo, un rischioso compromesso raggiunto dal primo ministro greco Alexis Tsipras e dall’omologo macedone Zoran Zaev e ratificato ieri dal parlamento di Atene con 153 voti a favore e 147 contrari. La battaglia è stata difficile, tutte e due le nazioni hanno dovuto affrontare i nazionalisti, le interferenze esterne, le remore culturali e i paradossi ideologici. Ma dall’accordo dipendeva l’ingresso di Skopje nell’Ue e nella Nato e l’inizio del cammino europeo e atlantista dell’ex repubblica jugoslava passava per la soluzione delle controversie con Atene che non ha mai accettato che la Macedonia con il suo nome si arrogasse le origini morali di un passato non suo. Skopje da questo accordo aveva molto da prendere e la Grecia molto da dare: Alexis Tsipras ha deciso di combattere per il compromesso a spese del suo consenso. Il 70 per cento dei greci è contrario all’accordo, le baruffe nazionaliste e le proteste hanno segnato gli scorsi fine settimana, il voto greco in Parlamento è stato rimandato di giorno in giorno. Nel nord del paese, dove i cittadini contrari all’accordo sono di più, i manifestanti hanno anche presidiato le case dei deputati di Syriza, il partito del primo ministro. Eppure Tsipras, sopravvissuto a un voto di fiducia questo mese, ha deciso di rischiare e di rendersi, assieme a Zaev, autore di questo accordo storico. I sondaggi lo danno di dieci punti sotto al partito Nea Dimokratia che ha respinto invece il patto e Syriza arriverà alle elezioni parlamentari che si terranno questo autunno con sempre meno consensi e tanto di questo disamore è stato causato da quel nome, Macedonia del nord. Kyriakos Mitsotakis, uno dei leader dell’opposizione, ha detto che è una sconfitta per tutta la nazione e ha lasciato intendere che se i greci decideranno di premiarlo alle elezioni bloccherà il processo di integrazione europea di Skopje.

 

Il patto nasce con un peccato originale, i greci non erano disposti a fare concessioni ai macedoni, e i macedoni non volevano concessioni da greci, i leader nazionali hanno scelto per loro e se Zoran Zaev tra qualche anno – l’adesione all’Ue è prevista per il 2025 – potrà dire ai suoi “ve lo avevo detto che ne valeva la pena”, Alexis Tsipras rischia di essere travolto da questo accordo e dalla storia. Lo ha capito bene il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, che su Twitter ha commentato: “Hanno avuto immaginazione, hanno rischiato, erano pronti a sacrificare i propri interessi per il bene superiore. Zoran, Alexis, ben fatto! Missione impossibile compiuta”. Ma quell’interesse superiore – che si chiama Europa, si chiama pacificazione, si chiama cooperazione non interessa a tutti, anzi, sfugge ai più, europei e non, ha svelato la vera trasformazione di Tsipras, così diverso, quattro anni dopo la sua prima vittoria alle elezioni, da quel politico brigantesco e incendiario che minacciava il ritorno alla dracma e vietava ai deputati tedeschi di andare ad Atene. Si è messo la giacca, è diventato un politico pragmatico, il suo governo sta generando un surplus di bilancio impensabile fino a quattro anni fa, e da europeista convinto ha deciso di regalare alla Macedonia questo accordo. Il premier ha acquisito valore a livello internazionale, c’è chi ha addirittura vagheggiato la possibilità di una sua candidatura al Nobel per la Pace, per aver risolto un conflitto che durava da ventisette anni, ma ha perso consenso in patria. Il paradigma è sempre lo stesso, e funziona in Grecia, in Italia o in Francia, chi opera per il bene internazionale è percepito come un nemico nel proprio paese. Il premier ha cambiato se stesso, ma non è stato in grado di cambiare la Grecia e nemmeno il suo partito, Syriza, che giovedì ha rilasciato una dichiarazione per dare il proprio sostegno a Nicolas Maduro in Venezuela.

 

“Oggi – ha detto Tsipras – scriviamo un nuovo capitolo nella storia dei Balcani. L’odio nazionalista, le dispute e gli scontri sono ora sostituiti dall’amicizia”, questo capitolo forse gli costerà la perdita delle elezioni, ma Tsipras in questi quattro anni ha imparato a guardare più lontano, con la giacca addosso.

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