Pier Carlo Padoan e Paolo Savona (elaborazione grafica Il Foglio)

Un duello tra Padoan e Savona ci spiega perché il prossimo conflitto sarà sulla Bce

Luciano Capone

Il ministro spiega che la Bce deve essere "un prestatore di ultima istanza". Ma c'è un problema di fondo: se intende che la Banca centrale deve monetizzare i deficit, non bisogna guardare a Francoforte ma a Caracas

“Perché andiamo d’accordo quando siamo fuori dal Parlamento?”, chiede Paolo Savona a Pier Carlo Padoan. Alla “Lectio Minghetti” dell’Istituto Bruno Leoni, che trattava dei problemi dell’integrazione monetaria nell’Eurozona, ci si aspettava una guerra dei mondi. Ma in effetti il ministro degli Affari europei del governo “sovranista” Conte e l’ex ministro dell’Economia dei governi “europeisti” Renzi e Gentiloni hanno mostrato molti punti di contatto e qualche divergenza. Gli stessi aspetti su cui, peraltro, si erano già confrontati mesi fa, prima con un commento di Padoan sul Foglio al documento “Politeia” elaborato da Savona e poi con la risposta di Savona sul Sole 24 Ore.

 

I due economisti erano i discussant di una relazione di George Tavlas, membro del Monetary policy council della Banca centrale di Grecia, che termina dicendo che la crisi greca ha insegnato che l’architettura dell’eurozona ha ancora elementi che spingono gli stati all’azzardo morale, che conviene in un’unione monetaria essere virtuosi, che uscire dall’euro è estremamente costoso e che, per i paesi con una tradizione di politiche fiscali dissolute, la “sovranità monetaria” nazionale ha fatto più male che bene.

 

Padoan si è soffermato sulla mancanza di politiche rivolte alla crescita, da non ricercare solo attraverso le riforme strutturali, e sull’incompletezza strutturale dell’Eurozona: manca un’unione fiscale, serve un’assicurazione contro la disoccupazione che in maniera anticiclica mitighi i costi degli aggiustamenti fiscali durante le crisi e infine politiche di convergenza tra le economie attraverso una maggiore condivisione dei rischi. Perché non si fa? “Per mancanza di fiducia”, tra paesi del nord e del sud, tra creditori e debitori, dice Padoan. Sono questi i punti su cui è “d’accordo” Savona, che però indica un’altra grave mancanza nell’architettura dell’euro: il fatto che la Bce non sia un “lender of last resort”, un prestatore di ultima istanza che salvi gli stati in crisi di liquidità. “Draghi dice: abbiamo gli strumenti per intervenire, ma il problema sono le condizionalità legate all’aiuto”.

  

È qui, in questo passaggio, che probabilmente si comprende il motivo dell’accordo al tavolo e dell’incomprensione con gli altri stati europei e le istituzioni comunitarie: il significato di “lender of last resort”. Il problema è che, ormai da anni, il professor Savona dà al termine un’interpretazione diversa da quella comunemente riconosciuta. Per Mario Draghi, e per tutti gli altri stati europei, la Bce svolge la funzione di prestatore di ultima istanza in quanto attraverso le Omt può fornire liquidità illimitata ai paesi in crisi che però accettano un programma di aggiustamento. Secondo la personale interpretazione di Savona, la funzione di “lender of last resort” comporterebbe l’aiuto incondizionato, anche di fronte a dinamiche del debito fuori controllo. Ma questo vuol dire monetizzare il deficit, acquistare il debito sul mercato primario ed è qualcosa che non fa non solo la Bce, ma nessuna banca centrale di un paese sviluppato.

 

È proprio su questo principio che si fonda gran parte della fiducia in una banca centrale e in una moneta: il “whatever it takes” di Draghi è stato credibile proprio perché all’interno dei limiti dello statuto della Bce. In questo senso, dire che la Bce non svolge la funzione di prestatore di ultima istanza è un falso, o comunque un equivoco linguistico, su cui in Europa nessuno è disposto a discutere. Se si vuole come modello una Banca centrale che, in prima istanza, finanzia i disavanzi pubblici incondizionatamente, allora non bisogna guardare a Francoforte ma a Caracas.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali