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Il ceto medio (ancora) tartassato

A imprenditori e pensionati la manovra promette tanto ma distribuisce poco. Ora lo riconoscono anche i sindacati 

28 Dicembre 2018 alle 09:50

Il ceto medio (ancora) tartassato

Foto LaPresse

Roma. Di quota 100 e di reddito (con annessa pensione) di cittadinanza si parla ossessivamente da mesi. Luigi Di Maio le ha date per cose fatte nel suo “biglietto” in cui, con la solita faccia tosta, ricapitolava le (mancate) realizzazioni del governo. Eppure, anche nel maxi-emendamento – imposto, con la “dittatura della maggioranza’’, al Senato – non vi è la minima traccia di norme rivolte a regolare le materie “identitarie’’ di ciascuna delle combriccole.

   

Nulla di strano: secondo il dogma del Fuherprinciptz il volere del capo (qui sono addirittura due) è una fonte di diritto a prescindere dalla forma attraverso cui si esprime (nel nostro caso, per tradizione orale come i poemi omerici). Il Truce e il Trucidello – nonostante il taglio di oltre 7 miliardi di euro lasciati sugli quegli stessi tavoli di Bruxelles dove minacciavano di sbattere i pugni – garantiscono che le prestazioni promesse e le platee di utenti previste non cambieranno; al massimo vi saranno percorsi più graduali nelle decorrenze. Come questo prodigio sia possibile resta un mistero. Nel frattempo, mentre non si conoscono ancora i criteri con i quali verrà “superata’’ la riforma Fornero e garantiti (a chi?) il reddito e la pensione di cittadinanza, perché non prendere lezioni dalle norme del 2011 per “fare cassa’’?

    

Poiché il robusto taglio alle cosiddette pensioni d’oro (mediante l’introduzione di un contributo di solidarietà della durata di cinque anni) porterà meno di 400 milioni, in un triennio, “questi qui’’ si sono ricordati della rivalutazione automatica in base al costo della vita: entrate sicure e persino prevedibili. Tocca a Matteo Salvini (che ha sostituito le felpe con le divise) dimostrare che, nonostante i tagli, tutti incasseranno, nel 2019, qualche euro in più. Ma lui si guarda bene dallo spiegare che la normativa in vigore prevedeva il ripristino, dall’anno prossimo, del sistema di perequazione su tre aliquote (100, 90 e 75 per cento), molto più conveniente di quello distribuito su sette fasce di reddito, come sancito nella legge di Bilancio per un triennio.

   

Eppure le critiche più severe Salvini se le trova “in casa’’. “Il governo del cambiamento ha proposto una delle peggiori e bizantine indicizzazioni in termini di equità’’, così Alberto Brambilla, l’esperto considerato vicino alla Lega e patron dell’autorevole Centro studi Itinerari previdenziali. “Questi pensionati – ha proseguito – rientrano nel ‘club’ del 4,36 per cento di contribuenti che versano il 36,52 per cento di tutta l’Irpef; aggiungendo anche i pensionati tra 4 e 5 volte il minimo, la cui rivalutazione è pari al 77 per cento dell’inflazione, si arriva al 12,09 per cento di contribuenti che però versano il 57,11 per cento di tutta l’Irpef’’. Tassati e tartassati, dunque.

  

Matteo Salvini rischia di mettersi contro – dopo avere deluso gli imprenditori del nord est – anche gran parte del ceto medio in quiescenza che proprio nel Veneto ha costituito un’associazione denominata Leonida (che ne raggruppa altre 14 con 800 mila iscritti) i cui aderenti sono schierati a difesa delle proprie pensioni ottenute dopo una vita di lavoro e di regolarità fiscale e contributiva. Senza fare troppe storie, hanno dato appuntamento alla Lega nelle urne (contano 2 milioni di voti). Come i piccoli imprenditori non sopportano che le risorse promesse per ridurre la pressione fiscale siano utilizzate per mantenere chi non lavora, così i pensionati benestanti non sono disposti a subire insulti (sono stati definiti parassiti e profittatori di coloro che percepiscono trattamenti al minimo) e sopportare tagli arbitrari a favore delle cosiddette pensioni di cittadinanza da riconoscere a chi non ha mai lavorato, ha evaso il versamento dei contributi e già riceve un assegno integrato dalla fiscalità generale. Ma anche Di Maio avrà delle sorprese quando dovrà dare attuazione al reddito di cittadinanza. Sono rimasti 7,1 miliardi, di cui 4,5 miliardi dovrebbero andare a 450 mila famiglie con Isee zero e con diritto – si dice – all’intero contributo di 780 euro mensili lordi. Al netto del miliardo riservato ai Centri per l’impiego, sarebbero disponibili meno di 2,5 miliardi per le restanti (1,4 milioni) famiglie in condizione di povertà assoluta. Nel frattempo si annunciano requisiti e vincoli che renderanno la riscossione del reddito di cittadinanza più difficile che vincere alla lotteria.

      

Intanto si sono destate dal loro letargo le confederazioni sindacali. Le segretarie e il segretario sono stati ricevuti, il 10 dicembre scorso, dal premier Giuseppe Conte quando ormai, sulla manovra, restava solo da spegnere le luci al termine della lunga notte del disonore consumata a Palazzo Madama. A cose già fatte, hanno promesso di mobilitarsi, entro il mese di gennaio, contro una legge di Bilancio “che non fa gli interessi del paese’’. Un pensiero maligno lascia però presagire che Cgil, Cisl e Uil scenderanno in campo quando verrà il momento dei decreti su quota 100 e il reddito di cittadinanza. Non vorranno mica indurre il governo a fare di peggio?

Giuliano Cazzola

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