Con Tap si sgretola il "modello M5s" in Puglia

Maria Carla Sicilia

I No Tap chiedono le dimissioni dei grillini eletti con i loro voti. Il ministro Lezzi: "Abbiamo le mani legate"

Il matrimonio tra il Movimento 5 stelle e la Puglia, terza regione per consensi ai grillini dopo Campania e Sicilia alle ultime elezioni, sembra andare incontro a una profonda crisi di fiducia ora che i rappresentanti eletti ritrattano le loro promesse. Era già successo con Ilva e oggi la storia si ripete con Tap su cui il governo prende tempo, lasciando intendere di non poterlo bloccare. Si intravede la consunzione di un metodo fallace della ricerca del consenso attraverso l'opposizione a opere e industrie essenziali che era sostenuto anche dal governatore pugliese Michele Emiliano del Pd in perfetta sintonia con il M5s. 

     

Gli attivisti No Tap ieri avevano gli occhi puntati su Roma, dove si sono riuniti rappresentanti locali, il premier Giuseppe Conte e alcuni ministri. Per avere una risposta ufficiale su cosa l'esecutivo intende fare con i lavori di costruzione del gasdotto ci vorrà mercoledì. Ma a leggere le dichiarazioni rilasciate dopo il vertice, il gasdotto si farà. "Nelle prossime 24-36 ore prenderemo una decisione", ha detto il ministro per il Sud, Barbara Lezzi, che sul Tap ha costruito buona parte della sua campagna elettorale e che solo oggi sembra aver scoperto un inedito "senso di responsabilità". "Il sentiero è molto stretto", ha ammesso il ministro, anche perché fermare tutto avrebbe un "costo troppo alto che dovremmo far pagare al paese". Un costo che "per senso di responsabilità non possiamo permetterci". Il tentativo è già orientato a scaricare le colpe sull'altro azionista di maggioranza, la Lega, e sul governo precedente: "Abbiamo le mani legate", ha detto, una dichiarazione che ricorda quella di Luigi Di Maio che sul caso Ilva aveva parlato di "delitto perfetto" alludendo a quanto confezionato dal precedente esecutivo. "Resta un'opera non strategica scelta da un altro governo e agevolata da un altro governo", si è giustificata Lezzi, dicendo che prima non aveva a disposizione alcuni dati per completare l'analisi costi benefici. Le stime sul costo dell'annullamento dei contratti tuttavia sono note già da mesi e si attestano intorno ai 15-20 miliardi di euro. 

  

Si ripete il canovaccio del caso Ilva. Prima c'è il tentativo di rintracciare irregolarità procedurali per fermare le operazioni al solo scopo di propagandare l'idea che il governo ce la sta mettendo tutta per evitare uno scempio ambientale. Una volta "scoperto" che non è legalmente possibile procedere in quella direzione, viene dato il nulla osta a proseguire, per poi lamentare di essersi trovati con le spalle al muro per salvare la faccia di fronte all'elettorato. Questo percorso del tutto propagandistico si vede già nel caso del gasdotto pugliese. 

 

Il ministero dell'Ambiente, come con Ilva, ha di nuovo il compito di rintracciare irregolarità a carico di Tap per annullare i contratti tentando di risparmiare sulle penali. "Ci saranno verifiche sulle cartografie – ha detto ieri Sergio Costa – ci è stato riferito che non coincidono, quindi verificheremo. Ragioniamo in termini non solo tecnici ma anche di diritto amministrativo per non aprire un contenzioso che darebbe effetti devastanti. Se invece non ci sono profili di illegittimità abbiamo le mani legate, ma non perché non l'abbiamo voluto noi". L'ultima spiaggia rimasta per annullare tutto, e c'è ancora chi al colpo di scena ci crede. "Il ministro dell'Ambiente cercherà in breve tempo e con il nostro ausilio altre motivazioni, forti e valide giuridicamente, per far emergere le violazioni e criticità di Tap", ha commentato il sindaco di Melendugno, Marco Potì, da sempre contrario all'approdo del tubo nel suo comune e convinto che ci siano irregolarità in grado di permettere l'annullamento dei contratti. E tuttavia non nasconde alcune perplessità sulla gestione del dossier: "Ho l'impressione che non si sono fatti tutti gli approfondimenti necessari né si è dedicato il tempo giusto a cercare qualche motivo valido per bloccare veramente Tap".

    

Se nelle prossime ore non si trovasse un motivo valido giuridicamente a cui appigliarsi, come appare probabile, sarebbe difficile contenere l'ira dei No Tap. Questa volta ancora più che con Ilva perché, rispetto a quanti chiedevano la chiusura dell'acciaieria, il dissenso verso il gasdotto e il suo approdo a Melendugno è ben più diffuso e trasversale nel territorio salentino. "Devono dimettersi in blocco", chiedono oggi gli attivisti agli eletti pentastellati. "Denunciamo all’opinione pubblica e alle istituzioni tutte, italiane e europee che in Italia è in atto un'inaccettabile sospensione dello stato di diritto", scrivono i No Tap sulla loro pagina Facebook. "L’esecutivo in carica continua a dichiarare pubblicamente l’esistenza di costi e penali per bloccare la realizzazione del gasdotto tenendo nascosti i documenti che confermerebbero questo. Ma nasconderli per quale motivo? Per quale motivo questo esecutivo continua a proteggere chi ha firmato queste fantomatiche penali? Perché non è dato sapere chi si è assunto le responsabilità di giocare con la vita dei cittadini?". Domande che ricordano quelle che gli stessi grillini ponevano al governo in carica quando erano all'opposizione e che oggi rischiano di mandare in frantumi il modello con cui il M5s, aiutato da Emiliano, ha rastrellato consensi cavalcando i No. 

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