Il prof. più ascoltato da Salvini spiega perché il grillismo fa male all'economia

Annalisa Chirico

Di Maio dice di fare come Macron? "Il paragone con la Francia non regge"

Roma. “Luigi Di Maio paragona l’Italia con la Francia? Sono due universi paralleli. Per la manovra sposo la linea Tria: più investimenti e meno assistenzialismo”, a parlare così non è un tecnocrate di stanza a Bruxelles ma Alberto Brambilla, già docente universitario e sottosegretario al Lavoro con Roberto Maroni, oggi presidente del Centro studi e ricerche Itinerari previdenziali e voce ascoltatissima da Matteo Salvini. Professore, il vicepremier Di Maio afferma che, se il presidente Macron finanzia la manovra innalzando il rapporto deficit/Pil al 2,8 percento, “anche noi siamo un paese sovrano esattamente come la Francia”. “Il paragone non regge, sono due sistemi completamente diversi. Il debito che grava sulle future generazioni italiane è stratosfericamente superiore: ha superato il 132 percento in rapporto al Pil, i francesi viaggiano intorno al 96. Negli ultimi dieci anni abbiamo perso cinque punti di produttività rispetto ai cugini d’Oltralpe, per non dire del tasso di occupazione che da noi, nella migliore delle ipotesi, ha toccato l'apice del 58,8 percento mentre nei paesi industrializzati, Francia inclusa, si aggira intorno al 70”.

 

C’è poi lo spread, il differenziale di rendimento con i Bund tedeschi, misuratore della fiducia degli investitori: l’Italia viaggia intorno ai 250 punti base, i francesi sono a 32. “Il comportamento degli investitori è un parametro rilevante. Il concetto di ‘poteri forti’ andrebbe riformulato secondo l’attitudine del buon padre di famiglia: se non paghi il pane, al terzo giorno il panettiere smette di farti credito. A casa mia, se firmi un contratto, lo rispetti. L’Italia, allo stato attuale, ha dei vincoli da rispettare, la posizione del ministro dell’Economia Giovanni Tria è quella corretta. Un piccolo paese come la Danimarca vanta un patrimonio di fondi pensione del valore di 1.400 miliardi: non sono speculatori, investono nel nostro paese e non vogliono sentir parlare di retroattività, non per un complotto anti-italiano ma perché devono garantire i soldi dei loro pensionati. Un paese come il nostro, che destina il 55 percento della spesa pubblica in pensioni, sanità e assistenza sociale, non può permettersi di sforare ulteriormente in spesa corrente. sarebbe una mossa poco apprezzata dai mercati. Un altro conto invece è innalzare il rapporto deficit/pil per investimenti e infrastrutture finalizzati a valorizzare il patrimonio pubblico e a creare opportunità di lavoro per gli italiani”.

 

Lei, in soldoni, dice: va bene un po’ di deficit in più purché non serva a dispensare sussidi qua e là. “L’Italia è già al livello della Svezia quanto a spesa sociale. L’anno prossimo ci sono 400 miliardi di titoli da rinnovare per le quote di debito pubblico in scadenza. Grandi aziende e fondi pensione, appena sentono la parola ‘retroattività’, azzerano la volontà di investimento perché viene meno la certezza del diritto”. Lei è notoriamente contrario ai tagli alle “pensioni d’oro”, così come avversa pensioni e redditi di cittadinanza. “Io dico la mia, a volte vengo ascoltato, a volte no. Con i miei ricercatori analizziamo fatti e cifre, non favole. Nel corso di una lunga chiacchierata ho spiegato a Di Maio l’impraticabilità del ricalcolo contributivo, alla fine i due partiti di governo lo hanno inserito in una proposta di legge comune. Il taglio alle cosiddette ‘pensioni d’oro’ comporta diversi problemi: dal punto di vista tecnico, dovremmo indagare, caso per caso, sui motivi dell’uscita dal lavoro; sul piano etico invece non comprendo perché, per sanzionare certi innegabili abusi, si debba colpire nel mucchio. E poi perché si fissa la soglia a 4.500 euro netti? Chi percepisce dieci euro in meno, non subirà alcuna decurtazione. La retroattività genera sempre ingiustizia”. Insomma, non è convinto. “Se bisogna trascinare il re sulla ghigliottina perché il popolo applauda, io rispondo che non è il mio stile”.

 

Lei ha detto che, ad introdurre pensioni e redditi di cittadinanza secondo le promesse pentastellate, il sistema si scassa. “Non regge, si spacca tutto, non si può fare. Come si può pensare di portare le minime a 780 euro? Oggi una cifra simile, per tredici mensilità all’anno, non la prendono molti giovani che accettano bassi salari pur di lavorare, e non mi riferisco solo alla gig economy. Qui parliamo di pensioni per le quali non sono stati pagati contributi sufficienti o non ne sono stati pagati affatto. Su sedici milioni di pensionati oggi in Italia, più della metà sono parzialmente o totalmente a carico dello stato. Le pensioni minime sono prestazioni dove il titolare, in tutta la sua vita lavorativa, non è riuscito a pagare i contributi per almeno quindici anni. Solo considerando queste pensioni e quelle con l’aggiunta delle maggiorazioni sociali, si tratta di quattro milioni di assegni. Altri quattro milioni sono le prestazioni totalmente assistenziali, per le quali non è stato versato neppure un euro di contributi: le pensioni d’invalidità e quelle sociali, appunto. Portare tutto a 780 euro significa caricare la spesa sulle giovani generazioni. E poi, sullo sfondo, una domanda resta inevasa”. Suspense. “Con l’aspettativa che, continuando a versare i contributi, tra vent'anni percepirò forse cento euro in più, perché dovrei continuare a versare?”.

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